giovedì 10 dicembre 2009
capitolo quarantaseiesimo

(Capitoli precedenti)
Terence fece fare un’ultima giravolta veloce alla Fracci prima di riaccompagnarla al tavolo, sorreggendola delicatamente per la vita.
“Sei un provetto ballerino!”, riconobbe meravigliata Giulietta. “Finirai mai di stupirmi?”
“Anni e anni di animazione nei villaggi hanno fatto di me un moderno Fred Astaire. Vuoi usufruire dei miei servigi?”, le propose, sollevandola dalla poltrona su cui era sprofondata.
“Il mio senso ritmico lascia piuttosto a desiderare, Terry! Non sapevo avessi fatto le stagioni nei villaggi: ora si spiegano molte cose!”, chiocciò, alludendo alla molteplicità di donne con cui il ragazzo era solito divertirsi.
“Ho incominciato così questo lavoro. Presi i primi brevetti mentre lavoravo alle Maldive e, in poco tempo, da semplice animatore divenni la guida in mare dei turisti, incarico che decisamente mi si addiceva di più. Mi ci vedi truccato sui palcoscenici di mezzo mondo a fare il buffone nelle varie commediole e sketch che ogni sera si organizzano per gli ospiti? La mia carriera come cabarettista è in realtà durata molto poco: a venticinque anni ero già impiegato in una scuola sub, fortunatamente. Ma solo per stasera potresti essere la mia Ginger Roger: vuoi?”
“Preferisco il ruolo di Mina, dovendo scegliere!”, scherzò, mentre il ragazzo cercava di farla volteggiare tra le sue braccia al ritmo delle note di I don’t want to miss a thing, il famoso brano degli Aerosmith, colonna sonora del film Armageddon, che Jasmine e Andrè tentavano di cantare, stonandolo irreparabilmente.
“E’ una bella scelta, questo pezzo”, ridacchiò Giulietta, guardando di sottecchi l’amica che, trasognata, urlava a squarciagola il ritornello.
“Si stanno salutando?”
“Sostanzialmente si. In modo piuttosto originale, direi! Anche se credo che Andrè capisca la metà delle parole, probabilmente.”
“Hai fatto un’altra seduta in confessionale con lui, poco fa?”, la schernì, leggermente infastidito.
“Ho avuto la piena assoluzione per i miei peccati, non tenere!”
“Perché ogni volta che parli con Andrè ho come l’impressione che mi fischino le orecchie?”
“Il tuo ego è così smisurato? Sei in errore, almeno questa volta. Non eri al centro dei nostri discorsi: puoi tranquillizzarti! Cosa mi dedichi, adesso?”, domandò, stringendosi a lui, una volta che gli amici ebbero terminato il brano.
“July, non siamo soli”, le ricordò. “Se fai così saliamo in camera immediatamente, tra l’altro. Sei bella da far male, questa sera.”
“Perché prima non mi hai baciata, allora?”, si informò, curiosa.
“Non mi sarei fermato ad sfiorarti le labbra!”
“Chi ti dice che avrei protestato?”, ammiccò, ambigua.
“Pensi che abbia paura di farmi vedere con te in pubblico, per caso?”, chiese, scrutandola, attento.
“E’ un’idea che mi ha sfiorato, se devo essere sincera”, ammise, impacciata.
“Veramente chi è sempre sgattaiolata fuori dalla mia stanza di nascosto, che non è mai venuta sul terrazzo per timore di sguardi indiscreti e non mi calcola nemmeno, se c’è gente, sei tu, non io!”, protestò, scostandosi da lei. “Che hai oggi, Giulietta?”
“Quando mi chiami col nome intero è un brutto segno, sai?”, tergiversò, ferita.
“E’ per quanto accaduto in camera, vero? Non stavi scherzando.”
Non era una domanda. Il ragazzo l’afferrò per un braccio e la trascinò in giardino, passando attraverso la grande porta a vetri della sala relax. Serio, si accese una sigaretta e la fissò, contrariato.
“Non ho niente, Terence. Niente. Sono solo stanca, dispiaciuta, triste e avevo voglia di una dimostrazione d’affetto, o forse di sapere che domani sarà tutto a posto, e anche il giorno dopo e quello dopo ancora. Più che dirti che sono rammaricata non posso aggiungere altro”, si lamentò.
“Vieni qui”, mormorò, stringendosela tra le braccia. “Devi capire che anche a me fa male pensare che tutto questo finirà, quindi provo di non farlo. E non mi vergogno nel farmi vedere con te: non ti ho baciata in sala unicamente perché c’era tutto l’albergo e non volevo metterti in difficoltà. Sarebbe motivo di vanto, per me, esibirti!”
“Dici davvero?”, chiese la ragazza, comodamente accovacciata tre le forti braccia dell’uomo.
Prima che potesse ricevere risposta, la Busi irruppe in quel romantico sipario.
“Ragazzi che fine avete.. Oh, scusate!”, si bloccò, intuendo di essere di troppo.
“Stavo tentando di farle vincere la scommessa, signora. Ma se interrompe non credo di riuscirci!”, scherzò Terence, scostandosi da Giulietta, che, più sollevata, rideva.
“Tesoro, quella l’ho vinta da parecchio, secondo me!”, gongolò. “Volevamo stappare una bottiglia di addio: venite?”
Uniti in un improvvisato semicerchio, il piccolo gruppo alzò i calici e, facendoli vibrare, intonò l’ultima canzone: Auld lang syne, struggente e appassionato valzer dalla musicalità lenta e tormentata, celeberrimo in Italia con il titolo di Valzer delle candele.
Un po’ in lingua originale e un po’ in italiano, i celebri versi di addio riempirono la sala e i cuori di tutti, facendo scivolare qualche lacrima sui volti contriti.
Should old acquaintance be forgot, and never brought to mind
Domani tutti i sogni miei li porterai con te..
“E’ stato bellissimo conoscervi”, pigolò Jasmine, atterrita, rompendo il silenzio che aleggiava una volta terminato il brano. Andrè la strinse forte, consolandola, mentre lei si abbandonava ad un pianto sordo e addolorato. Il viso di Giulietta si contrasse in una maschera di sofferenza mentre Terence, premuroso, le stringeva, deciso, una spalla, aiutandola a spegnere i computer e le luci.
Lentamente, senza troppo entusiasmo, la comitiva si trasferì nell’atrio semibuio. Le ombre danzavano meste sul pavimento di marmo rosa al centro del quale spiccava un maestoso mosaico raffigurante la rosa dei venti quando i colleghi di Giulietta, discreti, la salutarono senza lasciarsi andare a sproporzionate esternazioni d’affetto, per non appesantire oltre un clima di per sé greve.
Jas, incapace di staccarsi da Andrè, decise di rimanere lì quella notte e, mentre il gruppo si accordava per la partenza dell’indomani mattina, Terence uscì in giardino accendendosi una sigaretta.
Respirando per l’ultima volta l’intenso odore della notte inglese, ripercorse con la mente quella folle settimana che, ne era certo, l’avrebbe segnato molto profondamente. Se avesse dovuto salvare solo un’immagine, probabilmente, avrebbe portato con sé il viso di Giulietta mentre dormiva placida nel suo letto, con la mano delicatamente posata sotto la guancia. Non la prima volta che avevano fatto sesso, né lei fasciata nel tubino nero, o seminuda tra le sue braccia durante il bagno notturno nelle tiepide acque dell’oceano. Solo il volto rilassato e sereno di Giulietta che riposava. Si domandò come aveva potuto spingersi così oltre, con quella ragazza: quando era accaduto? C’era un momento in cui aveva passato il segno, anziché arretrare? Forse proprio durante il bagno di mezzanotte? No, si disse, era accaduto precedentemente. Al faro, dopo averla vista piangere? Ancora prima, la mattina in cui l’aveva raggiunta, sola, in sala da pranzo e lei le aveva confidato qualcosa di sé? O addirittura la sera del loro arrivo, quando al pub di Jasmine si erano sfiorati e aveva sentito un brivido di eccitazione corrergli lungo la spina dorsale? Scosse il capo, rassegnato, intuendo la verità: non aveva mai avuto scelta, fin dal primo momento, quando, nel mostrargli la camera da letto, July era arrossita e lui l’aveva trovata adorabilmente diversa da tutte le donne con cui era abituato a passare il tempo. Poteva evitare che accadesse qualcosa tra loro, si arrese, ma in nessun caso avrebbe potuto sfuggire al sortilegio magico prodotto dalla semplice conoscenza della bella toscana.
“Disturbo?”, si intromise Andrè, distogliendolo da quei pensieri. “Brutto momento?”
“Niente affatto. Riflettevo su questi giorni. L’11 settembre ha cambiato il mondo, me compreso.”
“Non è la fine, Terry. Può essere un inizio, per te.”
“Credi? E’ l’inizio della fine, questo. E sarà anche una gran brutto finale, tra l’altro. Ne uscirò con le ossa rotte, lei starà malissimo e sarà solo colpa mia. Mia e della mia stramaledetta incapacità di amare, di lasciarmi andare, di essere felice”, sbottò, amareggiato. “Ma ora non voglio pensarci: voglio vivere come ho sempre fatto. Alla giornata. E’ tardi per tirarmi indietro adesso, Andrè.”
“Per te forse è tardi, ma non per lei. Non farla innamorare, Terence. Hai una settimana per darle il colpo di grazia, se davvero dopo sei certo di lasciarla.”
“Ho una settimana per salutarla, amico. Non posso dirle addio perché tu mi spaccheresti la faccia, ma se potessi scapperei lontanissimo, credimi.”
“Davvero non ti capisco: come fai a lasciarla andare? Io non ne sarei mai capace! Non puoi mettere da parte il tuo fottuto egoismo, le tue paranoie di bambino e deciderti a crescere, una buona volta? D’accordo: hai avuto una vita da schifo, e allora? Non è colpa tua! Non puoi punirti per questo in eterno. Devi superarlo e andare avanti. Non diventerai mai come tuo padre, Terry. Non sarai crudele e disumano come lui: tu sei diverso. E smettila di pensare che chi ti ama prima o poi ti ferirà, per l’amor del cielo. Tu hai bisogno di farti aiutare: devi superare il passato. Hai il dovere di andare avanti, di programmare un futuro. Non puoi limitarti a dire che lo vorresti: devi anche applicarti per costruirlo! Giulietta è impegnativa e capisco che ti spaventi: certo non è come quella mononeuronica modella che avevi portato a vivere nella mansarda. Partendo dal presupposto che le donne le usi come alternativa alle mani per sfogare i tuoi istinti, perdere la testa per la prima volta in vita tua per una come lei comprendo sia uno choc. Ma non per questo devi fartela scappare. Non ti aspetterà a lungo, Terence. Credimi: prima o poi crescerai e capirai l’errore che hai fatto. Ma se fosse tardi?”
“Questa storia mi ha insegnato molto, Andrè. Ora so che prima o poi vorrò fermarmi. Sono certo che un giorno ne sarò capace. Non riuscirò a scordare il passato ma certamente potrò costruirmi un futuro. Ma è ancora presto. Forse Giulietta è la donna giusta, ma è arrivata al momento sbagliato e non pretendo certo che mi aspetti. Mi immagini in giro per il mondo a fare il fidanzato fedele, sapendo lei a casa con chissà chi? No, Andrè. Non sono ancora in grado di fidarmi ciecamente di nessuno, se non di te. E sai quanto tempo è occorso affinché questo accadesse. Una settimana e uno sbandamento per una donna, seppur splendida, non cambiano lo stato attuale delle cose. Mi danno una speranza per un domani, semmai. Ed è già più di quanto avrei mai potuto immaginare.”
L’amico restò in silenzio, assorto. Capiva benissimo quel che Terence intendeva: conosceva la profonda sofferenza che gli attanagliava il cuore. La paura dell’abbandono provocata dalla prematura scomparsa della madre, l’incapacità di fidarsi e lasciarsi andare causata dalle brutalizzazioni del padre. Cose che segnerebbero irrimediabilmente chiunque.
“Stiamo tutti chiedendo troppo alle tue emozioni, immagino. Scusa”, constatò Andrè, dispiaciuto. “Hai fatto progressi incredibili in pochissimo tempo, grazie a Giulietta. Capisci quindi che per me vedere finalmente un tuo lato arrendevole e vulnerabile è motivo di immensa gioia e vorrei che le sensazioni che provi ora non finissero mai. Avevo sottovalutato il bagaglio di dolore che ti porti appresso: non puoi ovviamente scordarlo dall’oggi al domani. Pero ti invito a valutare seriamente la possibilità di farti aiutare a superare i traumi che hanno segnato la tua vita: solo così potrai finalmente darti la chance di ricominciare da capo, senza farti influenzare dai ricordi.”
“Ci penserò”, grugnì, restio ad affrontare il discorso. Più volte l’amico, nel corso degli anni, aveva suggerito questa idea e Terence, puntualmente, aveva tergiversato. Capiva in cuor suo che sarebbe stata la cosa giusta da fare per uscire da quel tunnel lungo un quarto di secolo, ma al contempo si irritava al pensiero di non esserne in grado da solo. Nella vita aveva dovuto conquistarsi tutto: nessuno lo aveva mai agevolato né incoraggiato o sostenuto, eccezion fatta per Andrè. Il pensiero di dover chiedere aiuto adesso, a trentatre anni, era quanto di più umiliante potesse immaginare, sebbene, adesso lo riconosceva, era quasi necessario. “Questa volta ci penserò sul serio, però.”
“Ti starò col fiato sul collo, allora!”, scherzò Andrè abbracciandolo, goffo.
“Ma siete gay davvero?”, li apostrofò Busi, sconcertato, uscendo in cortile in quel frangente.
“Non lo penserà seriamente, eh?”, rispose piccato Terence.
“Non ci sarebbe nulla di male, ben inteso”, aggiunse Andrè, divertito. “Ma abbiamo entrambi altri gusti! Jas, come on! Andiamo a letto?”, le urlò, facendo l’occhiolino a Busi, scettico.
“Just a minute!”, gli rispose dalla hall, ancora intenta a piagnucolare con Giulietta.
“Questa poi! Potevi dirmelo prima che investissi ben venti euro nella scommessa con mia moglie!”, grugnò l’uomo, deluso. “Quindi hai vinto tu, Terence?”
“Non sarebbe molto cavalleresco se ora mi vantassi con lei di una ipotetica conquista, non trova?”
“Ci corichiamo?”, li interruppe il gruppo, uscendo in giardino.
“Si, sono le due e alle sei suona la sveglia”, fece eco Andrè, prendendo Jasmine per mano. “Hai pianto abbastanza?”, le mormorò, ironico.
“Ci siamo già salutate, tranquillo!”, lo riprese Giulietta. “Domani non dovrete assistere a nessuna scena penosa! Solo un lungo abbraccio. Allora l’appuntamento è per le sette, non più tardi. Siate silenziosi quando salite, per favore: il collega dorme nell’ufficio dietro il bancone. Io vado a buttare le ultime cose in valigia. Me la chiudi tu, Terence, per favore?”
“Sei persa senza di me, ammettilo”, giocò, avviandosi verso l’ingresso. “Signori, a domani!”
Sdraiati nel letto, abbracciati ed esausti dopo aver fatto l’amore, Giulietta e Terence rimasero in silenzio, ascoltando i reciproci battiti ancora accelerati.
“Non vedevo l’ora di toglierti quel favoloso abitino celeste”, mormorò lui, infine.
“Strapparlo, vorrai dire! Ti manderò il conto della sartoria!”, sorrise, gettando un’occhiata sconsolata al vestito abbandonato in un angolo del pavimento. La cintura giaceva, sfilacciata, accanto.
“Credevo che il corpetto fosse elastico”, si scusò, rivivendo l’immagine di un paio d’ore prima. La voglia di possedersi era tale che non avevano nemmeno raggiunto il letto. Contro la parete della camera si erano irruentemente cercati, assaggiati e spogliati, danneggiando inevitabilmente il romantico ma delicato abbigliamento di Giulietta.
“Come no: cinture di pietre elastiche se ne vedono tutti i giorni!”, scherzò lei, controllando l’orario. “Sono le quattro, Terry. Chiudiamo le valigie e andiamo al faro a vedere l’alba?”
“Ma non possiamo dormire un po’?”, protestò, sbadigliando.
“D’accordo, riposiamo”, si arrese la ragazza, rannicchiandosi contro quello scultoreo corpo.
Non appena il respiro dell’uomo si fece profondo, Giulietta scivolò furtiva fuori dal letto, indossò rapida i vestiti che aveva preparato per il viaggio, raccattò tutte le cose che aveva lasciato in bagno e, silenziosa, se ne andò lasciando un bigliettino piegato sul suo cuscino.
Non potevo resistere al richiamo dell’oceano. A dopo. G.
Chiuse velocemente le valigie, le trascinò fino all’ascensore, e da lì le lasciò nell’atrio, assieme alle divise e la copia delle chiavi dell’albergo. Quindi uscì nella fresca brezza della notte che, in procinto di schiarirsi, da lì a pochissimo avrebbe lasciato posto all’aurora mattutina.
Giulietta si incamminò, pensierosa, lungo il sentiero che scendeva fino alla scogliera, vagamente irrequieta, prestando molta attenzione a dove appoggiava i piedi. Il viottolo era digradante e irregolare, a tratti disconnesso, debolmente illuminato dalla luce del faro di Lizard Point. Il sordo rumore delle onde che si infrangevano sugli scogli aguzzi accompagnava timidamente il canto di un gufo lontano, mentre il frinire dei grilli faceva strada ai passi incerti della giovane italiana.
Giunta a bordo del dirupo, si sedette, assorta e, accendendosi una sigaretta, respirò a pieni polmoni la salmastra aria fresca, godendo per le goccioline d’acqua sollevate dalle risacche che, trasportate dal vento, le bagnavano il viso. Quando il cielo alle sue spalle si colorò di rosa, i primi gabbiani volteggiavano liberi sull’acqua, tuffandosi leggiadri tra i flutti alla ricerca di una prelibata colazione. Alle sei l’atmosfera settembrina era completamente rischiarata e, malgrado la temperatura non fosse propriamente gradevole, Giulietta si tolse il giubbotto di jeans e lo legò ai fianchi, obbligandosi ad alzarsi e dire definitivamente addio a quel panorama così famigliare e confortevole. Mille pensieri le assieparono la mente, mentre risaliva l’impervio sentiero, confondendole ulteriormente le idee: un irrazionale panico si impossessò di lei, inducendola a domandarsi se sarebbe stata pronta ad affrontare i fantasmi del passato con un futuro così incerto come quello che le si prospettava nell’immediato. Antony, Romeo, Marina, Terence, Andrè, Jasmine e mamma e papà erano le uniche persone che avessero mai significato qualcosa ultimamente ed in un modo o nell’altro erano tutti assenti nella sua vita, o lo sarebbero stati presto. Il lavoro, il passato, le distanze o i sentimenti li avrebbero allontanati, forse non in modo definitivo come nel caso di Romeo o Antony, ma sicuramente in maniera abbastanza incisiva. A questa pessimistica prospettiva di solitudine, Giulietta fu costretta ad utilizzare tutto l’autocontrollo di cui era capace per non crollare, sforzandosi di cercare un lato positivo: Marina ci sarebbe sempre stata, nonostante i mille impegni, e anche la madre, benché non più convivente, non l’avrebbe lasciata sola. Andrè, ne era certa, era in grado di fare l’impossibile per starle accanto e papà sarebbe rientrato in Italia di lì a breve. Il vero enigma, nonché la cosa che la angosciava in quel momento, era il pensiero di perdere Terence. Nonostante le mille rassicurazioni e svariate promesse di non scappare, la ragazza sapeva in cuor suo che prima o poi, per non soffrire oltre il necessario, l’allontanamento ci sarebbe stato, forse non drastico come una fuga e nemmeno straziante come un addio, ma presto sarebbe arrivato il momento di un saluto piuttosto definitivo alla loro neonata storia.
Il viaggio di ritorno fu, per tutti, lungo e silenzioso. Il momento dei saluti, all’albergo, fu meno traumatico del previsto, ma l’umore generale era davvero basso. Le attese ed i controlli negli aeroporti furono estenuanti e la paura di un altro attacco terroristico era palpabile, a Londra, dove tutti, ma in particolar modo i passeggeri di pelle scura, vennero perquisiti ed esaminati attentamente. A quasi tutte le signore fu proibito imbarcarsi con la trousse della manicure poiché forbicine e limette per le unghie vennero ritenute armi improprie e persino certe cinture dalla fibbia troppo pesante furono sequestrate. Un circospetto atteggiamento di sospetto serpeggiava sordo e insidioso nell’area imbarchi e anche Giulietta si sorprese, torva, a scrutare i visi accigliati di viaggiatori musulmani, nascosti nei loro thawb, jilbab e dishdash, coi capi o volti coperti da kufya, ghutra o burqa.
“L’11 settembre ci ha tolto molto di più di quanto pensassimo”, le disse, accigliata, la Conti, osservando il viso allarmato della ragazza. “Ci ha privato della sicurezza. Come si fa ad osservare quelle persone e non chiedersi cos’hanno in mente? Sicuramente sono uomini e donne come noi, che tornano dai loro nipoti, figli, genitori: ma come faremo d’ora in poi a fissarli senza ricordare cosa è accaduto a New York? Mi sento razzista, e la cosa non mi piace.”
Andrè e Terence fecero incetta di stecche di sigarette al duty free, dove gli articoli non erano soggetti ad iva e pertanto costavano molto meno. Il volo verso Pisa fu rapido e tranquillo e tutti riuscirono persino a riposare un po’. Poco prima dell’atterraggio Terence si sedette accanto a Giulietta, che aveva chiesto un sedile lontano dal gruppo.
“Che ti prende oggi? Questa mattina mi sono svegliato e non c’eri più. Ora mi eviti come un appestato: si può sapere che ti ho fatto?”, le chiese.
“Non ti sto evitando. Voglio solo stare un po’ da sola, non ci vedo nulla di male. In fondo lo sono stata per mesi e lo sarò di nuovo prestissimo, no? Sarà meglio che mi riabitui alla cosa”, mugugnò.
“July, non accadrà, lo sai. Presto avrai un lavoro e nuovi amici, per non parlare di noi che non ti abbandoneremo mai”, la incoraggiò.
“Certo, Terry, certo. E’ così come dici tu”, sussurrò, niente affatto convinta, reprimendo le lacrime che minacciavano di spuntare da quell’ultima alba sulla scogliera. “Stiamo atterrando: è meglio che riprendi posto prima che le hostess ti richiamino all’ordine.”
“Vuoi ancora che mi fermi da te o hai cambiato idea?”
Un incerto silenzio assordò l’aereo finchè la ragazza rispose, bisbigliando: “Se fossi saggia direi di no, ma credo che non sopporterei una casa vuota, oggi. Vai, ora”, lo rassicurò, battendo amorevole una mano sul suo ginocchio.
“Te l’ho detto che ti voglio bene?”, le chiese, sfiorandole le labbra, premuroso, prima di andarsene.
No, rifletté. Non l’aveva mai fatto.





















