giovedì 10 dicembre 2009

capitolo quarantaseiesimo



(Capitoli precedenti)

Terence fece fare un’ultima giravolta veloce alla Fracci prima di riaccompagnarla al tavolo, sorreggendola delicatamente per la vita.
“Sei un provetto ballerino!”, riconobbe meravigliata Giulietta. “Finirai mai di stupirmi?”
“Anni e anni di animazione nei villaggi hanno fatto di me un moderno Fred Astaire. Vuoi usufruire dei miei servigi?”, le propose, sollevandola dalla poltrona su cui era sprofondata.
“Il mio senso ritmico lascia piuttosto a desiderare, Terry! Non sapevo avessi fatto le stagioni nei villaggi: ora si spiegano molte cose!”, chiocciò, alludendo alla molteplicità di donne con cui il ragazzo era solito divertirsi.
“Ho incominciato così questo lavoro. Presi i primi brevetti mentre lavoravo alle Maldive e, in poco tempo, da semplice animatore divenni la guida in mare dei turisti, incarico che decisamente mi si addiceva di più. Mi ci vedi truccato sui palcoscenici di mezzo mondo a fare il buffone nelle varie commediole e sketch che ogni sera si organizzano per gli ospiti? La mia carriera come cabarettista è in realtà durata molto poco: a venticinque anni ero già impiegato in una scuola sub, fortunatamente. Ma solo per stasera potresti essere la mia Ginger Roger: vuoi?”
“Preferisco il ruolo di Mina, dovendo scegliere!”, scherzò, mentre il ragazzo cercava di farla volteggiare tra le sue braccia al ritmo delle note di I don’t want to miss a thing, il famoso brano degli Aerosmith, colonna sonora del film Armageddon, che Jasmine e Andrè tentavano di cantare, stonandolo irreparabilmente.
“E’ una bella scelta, questo pezzo”, ridacchiò Giulietta, guardando di sottecchi l’amica che, trasognata, urlava a squarciagola il ritornello.
“Si stanno salutando?”
“Sostanzialmente si. In modo piuttosto originale, direi! Anche se credo che Andrè capisca la metà delle parole, probabilmente.”
“Hai fatto un’altra seduta in confessionale con lui, poco fa?”, la schernì, leggermente infastidito.
“Ho avuto la piena assoluzione per i miei peccati, non tenere!”
“Perché ogni volta che parli con Andrè ho come l’impressione che mi fischino le orecchie?”
“Il tuo ego è così smisurato? Sei in errore, almeno questa volta. Non eri al centro dei nostri discorsi: puoi tranquillizzarti! Cosa mi dedichi, adesso?”, domandò, stringendosi a lui, una volta che gli amici ebbero terminato il brano.
“July, non siamo soli”, le ricordò. “Se fai così saliamo in camera immediatamente, tra l’altro. Sei bella da far male, questa sera.”
“Perché prima non mi hai baciata, allora?”, si informò, curiosa.
“Non mi sarei fermato ad sfiorarti le labbra!”
“Chi ti dice che avrei protestato?”, ammiccò, ambigua.
“Pensi che abbia paura di farmi vedere con te in pubblico, per caso?”, chiese, scrutandola, attento.
“E’ un’idea che mi ha sfiorato, se devo essere sincera”, ammise, impacciata.
“Veramente chi è sempre sgattaiolata fuori dalla mia stanza di nascosto, che non è mai venuta sul terrazzo per timore di sguardi indiscreti e non mi calcola nemmeno, se c’è gente, sei tu, non io!”, protestò, scostandosi da lei. “Che hai oggi, Giulietta?”
“Quando mi chiami col nome intero è un brutto segno, sai?”, tergiversò, ferita.
“E’ per quanto accaduto in camera, vero? Non stavi scherzando.”
Non era una domanda. Il ragazzo l’afferrò per un braccio e la trascinò in giardino, passando attraverso la grande porta a vetri della sala relax. Serio, si accese una sigaretta e la fissò, contrariato.
“Non ho niente, Terence. Niente. Sono solo stanca, dispiaciuta, triste e avevo voglia di una dimostrazione d’affetto, o forse di sapere che domani sarà tutto a posto, e anche il giorno dopo e quello dopo ancora. Più che dirti che sono rammaricata non posso aggiungere altro”, si lamentò.
“Vieni qui”, mormorò, stringendosela tra le braccia. “Devi capire che anche a me fa male pensare che tutto questo finirà, quindi provo di non farlo. E non mi vergogno nel farmi vedere con te: non ti ho baciata in sala unicamente perché c’era tutto l’albergo e non volevo metterti in difficoltà. Sarebbe motivo di vanto, per me, esibirti!”
“Dici davvero?”, chiese la ragazza, comodamente accovacciata tre le forti braccia dell’uomo.
Prima che potesse ricevere risposta, la Busi irruppe in quel romantico sipario.
“Ragazzi che fine avete.. Oh, scusate!”, si bloccò, intuendo di essere di troppo.
“Stavo tentando di farle vincere la scommessa, signora. Ma se interrompe non credo di riuscirci!”, scherzò Terence, scostandosi da Giulietta, che, più sollevata, rideva.
“Tesoro, quella l’ho vinta da parecchio, secondo me!”, gongolò. “Volevamo stappare una bottiglia di addio: venite?”

Uniti in un improvvisato semicerchio, il piccolo gruppo alzò i calici e, facendoli vibrare, intonò l’ultima canzone: Auld lang syne, struggente e appassionato valzer dalla musicalità lenta e tormentata, celeberrimo in Italia con il titolo di Valzer delle candele.
Un po’ in lingua originale e un po’ in italiano, i celebri versi di addio riempirono la sala e i cuori di tutti, facendo scivolare qualche lacrima sui volti contriti.
Should old acquaintance be forgot, and never brought to mind
Domani tutti i sogni miei li porterai con te..
“E’ stato bellissimo conoscervi”, pigolò Jasmine, atterrita, rompendo il silenzio che aleggiava una volta terminato il brano. Andrè la strinse forte, consolandola, mentre lei si abbandonava ad un pianto sordo e addolorato. Il viso di Giulietta si contrasse in una maschera di sofferenza mentre Terence, premuroso, le stringeva, deciso, una spalla, aiutandola a spegnere i computer e le luci.
Lentamente, senza troppo entusiasmo, la comitiva si trasferì nell’atrio semibuio. Le ombre danzavano meste sul pavimento di marmo rosa al centro del quale spiccava un maestoso mosaico raffigurante la rosa dei venti quando i colleghi di Giulietta, discreti, la salutarono senza lasciarsi andare a sproporzionate esternazioni d’affetto, per non appesantire oltre un clima di per sé greve.
Jas, incapace di staccarsi da Andrè, decise di rimanere lì quella notte e, mentre il gruppo si accordava per la partenza dell’indomani mattina, Terence uscì in giardino accendendosi una sigaretta.
Respirando per l’ultima volta l’intenso odore della notte inglese, ripercorse con la mente quella folle settimana che, ne era certo, l’avrebbe segnato molto profondamente. Se avesse dovuto salvare solo un’immagine, probabilmente, avrebbe portato con sé il viso di Giulietta mentre dormiva placida nel suo letto, con la mano delicatamente posata sotto la guancia. Non la prima volta che avevano fatto sesso, né lei fasciata nel tubino nero, o seminuda tra le sue braccia durante il bagno notturno nelle tiepide acque dell’oceano. Solo il volto rilassato e sereno di Giulietta che riposava. Si domandò come aveva potuto spingersi così oltre, con quella ragazza: quando era accaduto? C’era un momento in cui aveva passato il segno, anziché arretrare? Forse proprio durante il bagno di mezzanotte? No, si disse, era accaduto precedentemente. Al faro, dopo averla vista piangere? Ancora prima, la mattina in cui l’aveva raggiunta, sola, in sala da pranzo e lei le aveva confidato qualcosa di sé? O addirittura la sera del loro arrivo, quando al pub di Jasmine si erano sfiorati e aveva sentito un brivido di eccitazione corrergli lungo la spina dorsale? Scosse il capo, rassegnato, intuendo la verità: non aveva mai avuto scelta, fin dal primo momento, quando, nel mostrargli la camera da letto, July era arrossita e lui l’aveva trovata adorabilmente diversa da tutte le donne con cui era abituato a passare il tempo. Poteva evitare che accadesse qualcosa tra loro, si arrese, ma in nessun caso avrebbe potuto sfuggire al sortilegio magico prodotto dalla semplice conoscenza della bella toscana.
“Disturbo?”, si intromise Andrè, distogliendolo da quei pensieri. “Brutto momento?”
“Niente affatto. Riflettevo su questi giorni. L’11 settembre ha cambiato il mondo, me compreso.”
“Non è la fine, Terry. Può essere un inizio, per te.”
“Credi? E’ l’inizio della fine, questo. E sarà anche una gran brutto finale, tra l’altro. Ne uscirò con le ossa rotte, lei starà malissimo e sarà solo colpa mia. Mia e della mia stramaledetta incapacità di amare, di lasciarmi andare, di essere felice”, sbottò, amareggiato. “Ma ora non voglio pensarci: voglio vivere come ho sempre fatto. Alla giornata. E’ tardi per tirarmi indietro adesso, Andrè.”
“Per te forse è tardi, ma non per lei. Non farla innamorare, Terence. Hai una settimana per darle il colpo di grazia, se davvero dopo sei certo di lasciarla.”
“Ho una settimana per salutarla, amico. Non posso dirle addio perché tu mi spaccheresti la faccia, ma se potessi scapperei lontanissimo, credimi.”
“Davvero non ti capisco: come fai a lasciarla andare? Io non ne sarei mai capace! Non puoi mettere da parte il tuo fottuto egoismo, le tue paranoie di bambino e deciderti a crescere, una buona volta? D’accordo: hai avuto una vita da schifo, e allora? Non è colpa tua! Non puoi punirti per questo in eterno. Devi superarlo e andare avanti. Non diventerai mai come tuo padre, Terry. Non sarai crudele e disumano come lui: tu sei diverso. E smettila di pensare che chi ti ama prima o poi ti ferirà, per l’amor del cielo. Tu hai bisogno di farti aiutare: devi superare il passato. Hai il dovere di andare avanti, di programmare un futuro. Non puoi limitarti a dire che lo vorresti: devi anche applicarti per costruirlo! Giulietta è impegnativa e capisco che ti spaventi: certo non è come quella mononeuronica modella che avevi portato a vivere nella mansarda. Partendo dal presupposto che le donne le usi come alternativa alle mani per sfogare i tuoi istinti, perdere la testa per la prima volta in vita tua per una come lei comprendo sia uno choc. Ma non per questo devi fartela scappare. Non ti aspetterà a lungo, Terence. Credimi: prima o poi crescerai e capirai l’errore che hai fatto. Ma se fosse tardi?”
“Questa storia mi ha insegnato molto, Andrè. Ora so che prima o poi vorrò fermarmi. Sono certo che un giorno ne sarò capace. Non riuscirò a scordare il passato ma certamente potrò costruirmi un futuro. Ma è ancora presto. Forse Giulietta è la donna giusta, ma è arrivata al momento sbagliato e non pretendo certo che mi aspetti. Mi immagini in giro per il mondo a fare il fidanzato fedele, sapendo lei a casa con chissà chi? No, Andrè. Non sono ancora in grado di fidarmi ciecamente di nessuno, se non di te. E sai quanto tempo è occorso affinché questo accadesse. Una settimana e uno sbandamento per una donna, seppur splendida, non cambiano lo stato attuale delle cose. Mi danno una speranza per un domani, semmai. Ed è già più di quanto avrei mai potuto immaginare.”
L’amico restò in silenzio, assorto. Capiva benissimo quel che Terence intendeva: conosceva la profonda sofferenza che gli attanagliava il cuore. La paura dell’abbandono provocata dalla prematura scomparsa della madre, l’incapacità di fidarsi e lasciarsi andare causata dalle brutalizzazioni del padre. Cose che segnerebbero irrimediabilmente chiunque.
“Stiamo tutti chiedendo troppo alle tue emozioni, immagino. Scusa”, constatò Andrè, dispiaciuto. “Hai fatto progressi incredibili in pochissimo tempo, grazie a Giulietta. Capisci quindi che per me vedere finalmente un tuo lato arrendevole e vulnerabile è motivo di immensa gioia e vorrei che le sensazioni che provi ora non finissero mai. Avevo sottovalutato il bagaglio di dolore che ti porti appresso: non puoi ovviamente scordarlo dall’oggi al domani. Pero ti invito a valutare seriamente la possibilità di farti aiutare a superare i traumi che hanno segnato la tua vita: solo così potrai finalmente darti la chance di ricominciare da capo, senza farti influenzare dai ricordi.”
“Ci penserò”, grugnì, restio ad affrontare il discorso. Più volte l’amico, nel corso degli anni, aveva suggerito questa idea e Terence, puntualmente, aveva tergiversato. Capiva in cuor suo che sarebbe stata la cosa giusta da fare per uscire da quel tunnel lungo un quarto di secolo, ma al contempo si irritava al pensiero di non esserne in grado da solo. Nella vita aveva dovuto conquistarsi tutto: nessuno lo aveva mai agevolato né incoraggiato o sostenuto, eccezion fatta per Andrè. Il pensiero di dover chiedere aiuto adesso, a trentatre anni, era quanto di più umiliante potesse immaginare, sebbene, adesso lo riconosceva, era quasi necessario. “Questa volta ci penserò sul serio, però.”
“Ti starò col fiato sul collo, allora!”, scherzò Andrè abbracciandolo, goffo.
“Ma siete gay davvero?”, li apostrofò Busi, sconcertato, uscendo in cortile in quel frangente.
“Non lo penserà seriamente, eh?”, rispose piccato Terence.
“Non ci sarebbe nulla di male, ben inteso”, aggiunse Andrè, divertito. “Ma abbiamo entrambi altri gusti! Jas, come on! Andiamo a letto?”, le urlò, facendo l’occhiolino a Busi, scettico.
“Just a minute!”, gli rispose dalla hall, ancora intenta a piagnucolare con Giulietta.
“Questa poi! Potevi dirmelo prima che investissi ben venti euro nella scommessa con mia moglie!”, grugnò l’uomo, deluso. “Quindi hai vinto tu, Terence?”
“Non sarebbe molto cavalleresco se ora mi vantassi con lei di una ipotetica conquista, non trova?”
“Ci corichiamo?”, li interruppe il gruppo, uscendo in giardino.
“Si, sono le due e alle sei suona la sveglia”, fece eco Andrè, prendendo Jasmine per mano. “Hai pianto abbastanza?”, le mormorò, ironico.
“Ci siamo già salutate, tranquillo!”, lo riprese Giulietta. “Domani non dovrete assistere a nessuna scena penosa! Solo un lungo abbraccio. Allora l’appuntamento è per le sette, non più tardi. Siate silenziosi quando salite, per favore: il collega dorme nell’ufficio dietro il bancone. Io vado a buttare le ultime cose in valigia. Me la chiudi tu, Terence, per favore?”
“Sei persa senza di me, ammettilo”, giocò, avviandosi verso l’ingresso. “Signori, a domani!”

Sdraiati nel letto, abbracciati ed esausti dopo aver fatto l’amore, Giulietta e Terence rimasero in silenzio, ascoltando i reciproci battiti ancora accelerati.
“Non vedevo l’ora di toglierti quel favoloso abitino celeste”, mormorò lui, infine.
“Strapparlo, vorrai dire! Ti manderò il conto della sartoria!”, sorrise, gettando un’occhiata sconsolata al vestito abbandonato in un angolo del pavimento. La cintura giaceva, sfilacciata, accanto.
“Credevo che il corpetto fosse elastico”, si scusò, rivivendo l’immagine di un paio d’ore prima. La voglia di possedersi era tale che non avevano nemmeno raggiunto il letto. Contro la parete della camera si erano irruentemente cercati, assaggiati e spogliati, danneggiando inevitabilmente il romantico ma delicato abbigliamento di Giulietta.
“Come no: cinture di pietre elastiche se ne vedono tutti i giorni!”, scherzò lei, controllando l’orario. “Sono le quattro, Terry. Chiudiamo le valigie e andiamo al faro a vedere l’alba?”
“Ma non possiamo dormire un po’?”, protestò, sbadigliando.
“D’accordo, riposiamo”, si arrese la ragazza, rannicchiandosi contro quello scultoreo corpo.
Non appena il respiro dell’uomo si fece profondo, Giulietta scivolò furtiva fuori dal letto, indossò rapida i vestiti che aveva preparato per il viaggio, raccattò tutte le cose che aveva lasciato in bagno e, silenziosa, se ne andò lasciando un bigliettino piegato sul suo cuscino.
Non potevo resistere al richiamo dell’oceano. A dopo. G.
Chiuse velocemente le valigie, le trascinò fino all’ascensore, e da lì le lasciò nell’atrio, assieme alle divise e la copia delle chiavi dell’albergo. Quindi uscì nella fresca brezza della notte che, in procinto di schiarirsi, da lì a pochissimo avrebbe lasciato posto all’aurora mattutina.

Giulietta si incamminò, pensierosa, lungo il sentiero che scendeva fino alla scogliera, vagamente irrequieta, prestando molta attenzione a dove appoggiava i piedi. Il viottolo era digradante e irregolare, a tratti disconnesso, debolmente illuminato dalla luce del faro di Lizard Point. Il sordo rumore delle onde che si infrangevano sugli scogli aguzzi accompagnava timidamente il canto di un gufo lontano, mentre il frinire dei grilli faceva strada ai passi incerti della giovane italiana.
Giunta a bordo del dirupo, si sedette, assorta e, accendendosi una sigaretta, respirò a pieni polmoni la salmastra aria fresca, godendo per le goccioline d’acqua sollevate dalle risacche che, trasportate dal vento, le bagnavano il viso. Quando il cielo alle sue spalle si colorò di rosa, i primi gabbiani volteggiavano liberi sull’acqua, tuffandosi leggiadri tra i flutti alla ricerca di una prelibata colazione. Alle sei l’atmosfera settembrina era completamente rischiarata e, malgrado la temperatura non fosse propriamente gradevole, Giulietta si tolse il giubbotto di jeans e lo legò ai fianchi, obbligandosi ad alzarsi e dire definitivamente addio a quel panorama così famigliare e confortevole. Mille pensieri le assieparono la mente, mentre risaliva l’impervio sentiero, confondendole ulteriormente le idee: un irrazionale panico si impossessò di lei, inducendola a domandarsi se sarebbe stata pronta ad affrontare i fantasmi del passato con un futuro così incerto come quello che le si prospettava nell’immediato. Antony, Romeo, Marina, Terence, Andrè, Jasmine e mamma e papà erano le uniche persone che avessero mai significato qualcosa ultimamente ed in un modo o nell’altro erano tutti assenti nella sua vita, o lo sarebbero stati presto. Il lavoro, il passato, le distanze o i sentimenti li avrebbero allontanati, forse non in modo definitivo come nel caso di Romeo o Antony, ma sicuramente in maniera abbastanza incisiva. A questa pessimistica prospettiva di solitudine, Giulietta fu costretta ad utilizzare tutto l’autocontrollo di cui era capace per non crollare, sforzandosi di cercare un lato positivo: Marina ci sarebbe sempre stata, nonostante i mille impegni, e anche la madre, benché non più convivente, non l’avrebbe lasciata sola. Andrè, ne era certa, era in grado di fare l’impossibile per starle accanto e papà sarebbe rientrato in Italia di lì a breve. Il vero enigma, nonché la cosa che la angosciava in quel momento, era il pensiero di perdere Terence. Nonostante le mille rassicurazioni e svariate promesse di non scappare, la ragazza sapeva in cuor suo che prima o poi, per non soffrire oltre il necessario, l’allontanamento ci sarebbe stato, forse non drastico come una fuga e nemmeno straziante come un addio, ma presto sarebbe arrivato il momento di un saluto piuttosto definitivo alla loro neonata storia.

Il viaggio di ritorno fu, per tutti, lungo e silenzioso. Il momento dei saluti, all’albergo, fu meno traumatico del previsto, ma l’umore generale era davvero basso. Le attese ed i controlli negli aeroporti furono estenuanti e la paura di un altro attacco terroristico era palpabile, a Londra, dove tutti, ma in particolar modo i passeggeri di pelle scura, vennero perquisiti ed esaminati attentamente. A quasi tutte le signore fu proibito imbarcarsi con la trousse della manicure poiché forbicine e limette per le unghie vennero ritenute armi improprie e persino certe cinture dalla fibbia troppo pesante furono sequestrate. Un circospetto atteggiamento di sospetto serpeggiava sordo e insidioso nell’area imbarchi e anche Giulietta si sorprese, torva, a scrutare i visi accigliati di viaggiatori musulmani, nascosti nei loro thawb, jilbab e dishdash, coi capi o volti coperti da kufya, ghutra o burqa.
“L’11 settembre ci ha tolto molto di più di quanto pensassimo”, le disse, accigliata, la Conti, osservando il viso allarmato della ragazza. “Ci ha privato della sicurezza. Come si fa ad osservare quelle persone e non chiedersi cos’hanno in mente? Sicuramente sono uomini e donne come noi, che tornano dai loro nipoti, figli, genitori: ma come faremo d’ora in poi a fissarli senza ricordare cosa è accaduto a New York? Mi sento razzista, e la cosa non mi piace.”
Andrè e Terence fecero incetta di stecche di sigarette al duty free, dove gli articoli non erano soggetti ad iva e pertanto costavano molto meno. Il volo verso Pisa fu rapido e tranquillo e tutti riuscirono persino a riposare un po’. Poco prima dell’atterraggio Terence si sedette accanto a Giulietta, che aveva chiesto un sedile lontano dal gruppo.
“Che ti prende oggi? Questa mattina mi sono svegliato e non c’eri più. Ora mi eviti come un appestato: si può sapere che ti ho fatto?”, le chiese.
“Non ti sto evitando. Voglio solo stare un po’ da sola, non ci vedo nulla di male. In fondo lo sono stata per mesi e lo sarò di nuovo prestissimo, no? Sarà meglio che mi riabitui alla cosa”, mugugnò.
“July, non accadrà, lo sai. Presto avrai un lavoro e nuovi amici, per non parlare di noi che non ti abbandoneremo mai”, la incoraggiò.
“Certo, Terry, certo. E’ così come dici tu”, sussurrò, niente affatto convinta, reprimendo le lacrime che minacciavano di spuntare da quell’ultima alba sulla scogliera. “Stiamo atterrando: è meglio che riprendi posto prima che le hostess ti richiamino all’ordine.”
“Vuoi ancora che mi fermi da te o hai cambiato idea?”
Un incerto silenzio assordò l’aereo finchè la ragazza rispose, bisbigliando: “Se fossi saggia direi di no, ma credo che non sopporterei una casa vuota, oggi. Vai, ora”, lo rassicurò, battendo amorevole una mano sul suo ginocchio.
“Te l’ho detto che ti voglio bene?”, le chiese, sfiorandole le labbra, premuroso, prima di andarsene.
No, rifletté. Non l’aveva mai fatto.
I pensieri di Balua ore 09.53 | 1 riflessioni  
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sabato 5 dicembre 2009

capitolo quarantacinquesimo



(Capitoli precedenti)


Durante la cena Terence e Andrè ricevettero, imbarazzati, i regali dai loro clienti, ringraziandoli profusamente. Qualcuno dichiarò che non avrebbe mai dimenticato quella settimana e Andrè, ironico, strizzando l’occhio all’amico, confermò che nemmeno per loro sarebbe stato così semplice scordare quei giorni. Quando, prevedibilmente, Busi gongolò borioso per aver vinto la scommessa con la moglie a proposito di Giulietta, Terence si irrigidì impercettibilmente, chiedendo spiegazioni in tono più baldanzoso del dovuto.
“Erano avvinghiati in ascensore!”, gioì l’uomo indicando Andrè.
“Ma non è vero!”, protestò la moglie. “Si stavano solo abbracciando castamente perchè lei piangeva”, spiegò al gruppo.
“Confermo”, ribadì il ragazzo, chiamato in causa. “Aveva una crisi di nervi per l’imminente partenza e la stavo solamente consolando. Mi dispiace per il vostro gioco ma non lo vincerete con me! Magari con Terry, chi può dirlo..”, ipotizzò, esaminando la reazione dell’amico.
“Dovrei rimanere un po’ solo in ascensore con lei”, rispose caustico, scrutando pensieroso Giulietta mentre conversava amabilmente al tavolo del direttore. Era abbastanza certo che fosse turbata quando era uscita dalla camera la letto, benché cercasse di non darlo a vedere. Ma da lì a piangere con Andrè per il ritorno a casa, no: c’era qualcosa che non quadrava. Escludeva a prescindere una liaison segreta tra i due, ovviamente, anche se l’idea che la ragazza corresse dall’amico ogni qual volta avesse pensieri o problemi non lo entusiasmava affatto.
I compagni di tavolata stavano ancora facendo illazioni e congetture quando la ragazza si unì a loro.
“Mi hanno esentato dall’allestimento del karaoke, in onore della mia ultima serata qui. Gatta ci cova!”, borbottò, insospettita dalla gentile concessione. “Voi che mi raccontate?”
“Stavano aggiornandomi sugli ultimi sviluppi”, la informò Terence. “Pare si facciano incontri interessanti negli ascensori dell’albergo!”
“Ancora questa storia?”, sbottò, guardando in tralice i Busi. “Sappiate che questa sera piangerò sulla spalla di tutti voi! A te sulla camicia, Terry. Dal momento che adori le macchie di mascara!”
“Preferirei quelle di rossetto”, rispose, distrattamente.
La sala da pranzo si stava rapidamente svuotando e anche loro decisero di prendere un digestivo al bar della hall.
“Portiamo in camera i regali?”, propose Andrè all’amico, desideroso di chiarire la situazione.
“Vi accompagno: devo salire anch’io”, si aggregò Giulietta.
Rimasti soli, calò un silenzio imbarazzato, rotto dopo svariati istanti dalla risata di Terence. “A questo punto inizio davvero a pensare che mi stiate nascondendo qualcosa!”
“Amico, ti giuro che non l’ho sfiorata”, si difese Andrè. “E’ andata come ho detto prima, più o meno. Però è stata lei a saltarmi addosso!”, tentò di scherzare.
“Grazie eh?”, lo rimbrottò Giulietta. “Sei un vero amico! Terry, ero un po’ giù e lui mi ha solo consolata, così alla fine l’ho abbracciato per ringraziarlo. E quei pettegoli hanno travisato tutto. Ma non c’era proprio nulla da fraintendere, credimi.”
“A parte il fatto che sei una donna libera e puoi sollazzarti con chi ti pare, non penso assolutamente che mi faresti una cosa simile. E di te, Andrè, ne sono più che certo. Quindi state tranquilli!”, sorrise. “Però non credo alla versione che piangevi per la partenza, July. Vuoi dire anche a me qual’era il problema?”, insistette, fissandola.
“E’ stata colpa mia”, intervenne Andrè, mentendo. “Le ho raccontato alcune cose di Jas e si è commossa. Ma non stava piangendo: ha ancora tutto il mascara sui fanali blu, vedi? Mi sono emozionato più io di lei, se devo essere onesto: così mi ha stretto.”
“E’ la vostra versione ufficiale?”, domandò Terence, scettico. “Nulla a che vedere con quanto successo poco prima in camera, July?”
“Non voglio sapere le vostre sconcezze! Metto in valigia il regalo e scendo. Vi aspetto in sala!”, fuggì Andrè, lasciandoli soli.
“Allora?”, insistette il ragazzo, entrando nella propria stanza.
“Allora niente, Terry!”, si inalberò. “Ti abbiamo detto com’è andata. E prima, in camera tua, stavo scherzando: so bene quello che ci siamo promessi, prima di iniziare questa avventura. Viviamo una parentesi e nulla più. Solo alcune notti d’amore e basta. Niente aspettative per il futuro. Sei stato chiarissimo. Quindi perché dovrei rimanerci male? Scusami se ho dato l’impressione di farti pressioni, non era mia intenzione”, terminò, più dolce, baciandolo.
“Ora sono certo che ne hai parlato con Andrè”, sorrise Terence stringendola a sé. “Solo lui ha il potere di lenire le tue angosce, facendoti ragionare. Avrei una voglia matta di sapere cosa vi siete detti, ma capisco che è una vostra confidenza. Per cui farò finta di credere all’altra versione”, concesse.
“Grazie”, ammise la ragazza, intuendo l’inutilità di proseguire la menzogna. “Aspettano me per iniziare il karaoke: andiamo?”
“July”, bisbigliò. “Andiamo sempre via, lunedì? O hai cambiato idea?”
“Certo che partiamo: non vedo l’ora!”, rispose, fugando ogni nuvola che minacciava il loro umore.

Quando Giulietta fece l’ingresso nella sala, ad attenderla trovò una vera e propria festa a sorpresa. Mazzi di palloncini erano alloggiati ad ogni angolo e sopra il camino compariva uno striscione recante la scritta Goodbye Juliet. Tutti gli ospiti, i colleghi e molti amici erano radunati lì e, quando la videro entrare, fecero partire la musica e in coro intonarono i versi iniziali di Piove, la famosissima canzone di Modugno:
Ciao ciao Bambina, the rain in falling. Once more I kiss you and then goodbye.
Our love was just like a fairy story, but all its glory must pass us by.
La ragazza, scontatamente, si sciolse in lacrime dinnanzi a quella dimostrazione d’affetto così poco inglese e corse ad abbracciarli uno per uno, terminando con Jasmine che a stento tratteneva i singhiozzi. “Chi devo ringraziare per questa imboscata?”, chiese, traducendo in modo che la domanda fosse comprensibile a tutti. Mr. Brown, a sorpresa, fu l’obiettivo verso cui si puntarono le dita. Giulietta, stupita, lo strinse ripetutamente, dimostrandogli tutta la gratitudine di cui era capace, sentendosi in colpa per gli sgradevoli pensieri che aveva talvolta avuto talvolta verso l’anziano e prolisso signore.
Asciugatasi gli occhi senza intaccare troppo il trucco perfetto, la ragazza diede poi inizio alla festa, facendo entrare le colorate ghirlande hawaiane, che mise al collo di ogni partecipante, e i drink sapientemente decorati. Avviando la playlist dei balli di gruppo, fece poi partire la musica, scatenando le gioia dei più, che si lanciarono in un folle trenino attorno ai tavoli.
Mezz’ora più tardi, quando la maggior parte dei presenti fu sudata e stanca, iniziò il karaoke e finalmente Giulietta crollò su una poltrona, togliendosi, dolorante, le scarpe dall’alto tacco. Fracci e Conti avevano monopolizzato il microfono e stavano stonando La bamba, tra le risate sguaiate della sala. Incuranti della magra figura che stavano facendo, continuarono anche con la canzone successiva, Speedy Gonzales, esibendosi addirittura nel relativo twist con le mogli, meritando i compiaciuti applausi della platea.
“Cantiamo, Andrè?”, gli propose Jas, leggermente più calma dopo un paio di cocktail.
“Magari da sobrio ti riesce meglio!”, lo derise Terence, impossessatosi della postazione di controllo.
“Voglio questa!”, squittì l’inglesina, indicando sul monitor un famoso brano di Gloria Gaynor, facendolo vedere anche ad Andrè che, ridendo, disse: “July, riprendi i fazzoletti!”
“Lo so che fai pena quando canti, ma credo di poter sopportare!”, scherzò, mentre partivano le note di Never Can Say Goodby. “Ma allora siete crudeli!”, piagnucolò, spiegando all’ignaro Terence che il titolo significava, letteralmente, non so mai dire addio. La canzone, in realtà, tratta di una donna che non riesce a lasciare il suo uomo perché lo ama ancora, nonostante ci siano problemi insormontabili. Evitò di raccontarlo al ragazzo che, curioso, aspettava il resto della traduzione, ordinando invece da bere per tutti. “Ha un testo banale, Terry”, disse liquidando il discorso.
Quando Mr. Brown richiese, per l’ennesima volta, l’inno inglese, gli ospiti si alzarono e lo urlarono solennemente assieme a lui, pretendendo in carrellata anche Fratelli d’Italia e la Marsigliese.
“Tu non canti, Terry?”, gli domandò, serafico, Andrè. “Potresti fare una bella serenata a July, no? Così confondi i Busi!”
“A quello hai già provveduto tu, amico: è da un po’ che ti osservano con Jasmine e confabulano.”
“Però adesso cantiamo davvero, Terence. Quel che vuoi! Anzi, Andrè: vieni pure tu e facciamo Si può dare di più? Dai, dai!”, insistette Giulietta, facendosi passare i microfoni. “Inizio io!”
“Okay: tu Morandi, io Tozzi e Terence Ruggeri, che aveva gli occhialoni scuri, all’epoca. Attacca!”
“In questa notte di venerdì perché non dormi, perché sei qui.
Perché non parti per un week end che ti riporti dentro di te”.
“Vai, Terry! Tocca a te”, lo incitò la ragazza.
Cosa ti manca, cosa non hai. Cos’è che insegui se non lo sai.”
“E’ tua adesso, Andrè!”
“Se la tua corsa finisse qui, forse sarebbe meglio così!”, cantò il ragazzo, guardando Giulietta di sottecchi, che inevitabilmente sorrise consapevole di quanto tutti e tre stessero riflettendo sulle parole di quella strofa.
“Ma se afferri un’idea che ti apre la via e la tieni con te, e ne insegui la scia. Risalendo vedrai quanti cadono giù e per loro tu puoi fare di più!”, cantarono in coro, abbracciati e spensierati, sapendo che sarebbe trascorso molto tempo prima di poter passare nuovamente una serata così piacevole tutti assieme.
Terminato il brano il cameriere servì deliziosi salatini e tartine appetitose, sulle quali l’orda affamata di ospiti si avventò, avida. Jasmine interpretò ancora un paio di brani con Mr. Brown e persino il direttore, coinvolto dall’atmosfera particolarmente goliardica, si esibì in un’ottima interpretazione di Imagine. Quando la sala pretese a gran voce un assolo della festeggiata, Giulietta decise di umiliarsi pubblicamente con un brano internazionale come New York, New York, pregando tutti di rivolgere un pensiero alle tante persone che avevano perso la vita nei disastrosi e vigliacchi attentati. L’applauso compiaciuto ed entusiasta del pubblico dimostrò di aver apprezzato la canzone e la ragazza stava per rimettersi a sedere quando Terence la trattenne dinnanzi al monitor, prendendo a sua volta un microfono, chiedendo ad Andrè di far partire un pezzo. Le note di Brivido felino invasero l’ambiente scatenando fischi e ululati da parte degli italiani, che riconobbero immediatamente la celeberrima canzone di Mina e Celentano.
“Ogni promessa è debito”, la apostrofò il ragazzone. “L’hai scampata l’altra volta: ora non fuggi!”
“Questa me la paghi”, gli sussurrò piano, allontanando per un attimo il microfono, prima che le prime righe di testo apparissero sul video e lei iniziasse, sensuale, ad intonare il brano, mimandolo.
“Ormai avevo pensato: ho voglia solo io di te. Invece sento il profumo che hai messo tu stasera per me. Provo a fare finta che ti resisto un po’ ma in fondo poi perché. Qui è già calda l’atmosfera, io con te sta sera ci sto. Con un brivido felino sento che mi vuoi, la luce del camino spande su di noi. Hai la voce che ti trema, stringi le mie mani mi chiami, mi chiami, piano lo so. Ora che anche tu mi vuoi.” E, muovendosi sinuosa attorno a Terence, gli strinse le mani e, leggera, facendolo chinare, gli sfiorò la guancia con un bacio, infiammando la platea che, incredula, attendeva la reazione del ragazzo. Lui, spavaldo, la sfidò con un’occhiata, trattenendole la mano prima che Giulietta potesse ritrarsi, intonando: “Adesso mente mi baci capisco che mi piaci perché sei affascinate davvero, sei quella che speravo per me. Provo a fare finta che ti resisto ma il gioco mi delude. E’ già calda l’atmosfera da te vorrei stasera di più”, cantò cingendole la vita e accostandosi a lei, prima di proseguire. “Con un brivido felino sento che mi vuoi. Il fuoco del camino brucia insieme a noi. Hai la voce che ti trema stringi le mie mani mi ami, mi ami?”, le chiese, allusivo, strizzandole l’occhio.
Andrè crollò il capo, esterrefatto dalla sfrontatezza dell’amico. Jas, che aveva colto la maggior parte delle parole, sghignazzava e il resto dei partecipanti attendeva ansioso la conclusione di quel siparietto che, si evinceva chiaramente, non era più solo un gioco ma un vero e proprio corteggiamento, una gara a chi avrebbe ceduto prima.
“Con un brivido felino, ora che ti dai, ti sento travolgente, vero come sei. Ho l’impulso di fermarti ma tanto non potrei se ti muovi, ti muovi, come tu sai. E già sento che mi vuoi”, terminarono assieme, occhi negli occhi, pericolosamente vicini. Finchè lui, teatralmente, la strattonò verso di sé e si chinò sul suo volto, inchiodandola con lo sguardo.
Mentre tutti trattennero il fiato, aspettandosi un finale cinematografico, Terence posò le sue labbra sulla fronte di Giulietta, ridacchiando per l’espressione terrorizzata che pietrificava la ragazza.
“Nooo”, mugugnò il pubblico, deluso dalla platonica conclusione, mentre le note della canzone volgevano al termine.
“Avresti voluto, July?”, chiese il vichingo, beffardo, lasciandola andare, più rilassata.
“Tu sei matto!”, sbottò lei, ricomponendosi e chiedendo chi volesse il microfono, tra gli applausi.
Gli ospiti che quel giorno erano andati a Tintagel decisero di esibirsi nell’ultimo pezzo, prima di coricarsi, e cantarono un medley si Elton John, mentre i due ragazzi riprendevano posto in mezzo al gruppo, che li osservò incuriosito.
“Deduco di aver perso la scommessa dopo questa performance vero?”, domandò Busi alla moglie.
“Credo proprio di si, tesoro. Ma non sono molto certa di aver vinto io”, meditò, chiedendo l’opinione delle amiche, anch’esse combattute.
“Non ha vinto nessuno!”, si esasperò Giulietta, ridendo.
“Eppure non ce la raccontate giusta”, diffidò la Fracci, leggermente alticcia. “Pensavo che ci avresti regalato un bacio appassionato, Terence!”, protestò.
“Non mi concedo a chiunque, signora!”, scherzò, sorseggiando il suo drink. “Inoltre ha iniziato July a provocare: doveva almeno avere il coraggio di terminare il gioco, non crede?”
“Era per accettarmi che non fossi gay, te l’ho detto. Non hai fugato i miei dubbi, però!”, lo rimbeccò, lanciandogli un’occhiataccia che però non fu sufficiente a farlo tacere.
“Tu ringrazia che sei ancora in servizio e non voglio metterti in difficoltà con il capo”, minacciò. “Fallo ancora e non avrò tutto questo riguardo, sappilo!”
Jasmine rise a quella comica schermaglia, proponendo una nuova canzone ad Andrè che accettò di buon grado, scegliendo accuratamente il brano da interpretare.
Larga parte dei clienti iniziò ad abbandonare la sala: il momento dei saluti era arrivato. Una triste processione si accalcò attorno a Giulietta profondendosi in baci, abbracci e ringraziamenti per il meraviglioso trattamento. Molti dei presenti si commossero lasciandole piccole buste contenenti laute mance e ognuno cercò di ottenere la promessa di risentire presto la giovane italiana, pretendendo il suo indirizzo di posta elettronica.
L’ultimo ad accomiatarsi fu Mr. Brown che, davvero scosso, strinse forte la bella mora, sussurrandole all’orecchio che per alcuni giorni aveva finalmente potuto conoscere la nipote che non aveva mai avuto la fortuna di nascere. La ragazza si intenerì molto a quelle parole, ripromettendosi di mantenere i contatti con l’anziano londinese.
“Vuoi qualcos’altro da bere?”, le domandò premuroso Andrè quando anche il direttore se ne andò, rimandando l’addio al mattino seguente.
In sala erano rimasti solo gli italiani e un paio di colleghi, oltre a Jasmine, naturalmente, che stava stonando un’improbabile canzone di Madonna assieme a Terence.
“Se brindi con me”, propose, prendendolo sottobraccio e dirigendosi verso il banco del bar, dove improvvisò due cuba libre. “Terry non ha creduto ad una sola parola, prima”, gli raccontò.
“Siamo due vere schifezze a mentire!”, rise, facendo tintinnare il bicchiere contro quello di lei, mentre osservava divertito la strana coppia che deturpava irrimediabilmente Like a prayer. “Jasmine è una forza della natura”, commentò. “Credo che alla fine si rimetterà con il suo ex.”
“Lo penso anch’io”, convenne la ragazza. “Ti dispiace?”
“Niente affatto. La situazione era molto chiara fin dall’inizio, tra noi. Non ho mascherato la realtà come qualcun altro!”, alluse, sorridendo, complice.
“Non infierire, ti supplico!”, gemette, rassegnata. “Ricordami di non fargli pressioni nemmeno per gioco”, implorò, indicando Terence che stava facendo fare il casquet alla Fracci. “Prima avrei voluto che mi baciasse davanti a tutti, Andrè. Avrei davvero desiderato che prendesse una posizione, con quel gesto, sperando che amoreggiare in pubblico lo facesse sentire impegnato! Ti rendi conto? Sono proprio una stupida!”, disse, avvilita.
“No, sei solo pericolosamente attratta da lui. O innamorata?”, domandò, preoccupato.
“Quello no”, affermò, decisa, ricordando come si sentiva quando era totalmente rapita da Romeo. “E farò in modo che non accada. Non posso rovinarmi la vita con una persona che ha paura di essere felice. Merito di più, non credi?”
“Voi due, venite a cantare?”, li richiamò Conti, interrompendo bruscamente la conversazione.
“Arriviamo”, rispose di malavoglia il ragazzo, concludendo a Giulietta: “Tu meriti un uomo che ti ami e rispetti, questo è fuori discussione, e non è detto che lui non lo sia. Però, malauguratamente, al cuore non sempre si comanda. L’innamoramento è irrazionale: spesso non ci lascia alternative e, soprattutto, non offre possibilità di scelta. Accade e basta, anche se la persona è quella sbagliata e razionalmente ne siamo coscienti.”
“C’è una grossa differenza tra l’innamoramento e l’amore, però. Il primo col tempo va a scemare, esaurendosi e lasciando il posto a qualcosa di più profondo, talvolta, o più spesso a niente. L’amore invece, per come l’ho vissuto io, è un sentimento che subdolamente si insinua nel sangue e ti irrora tutto il corpo, diventando parte di te. Non accade in un giorno, né tantomeno in una settimana. E’ una cosa che cresce lentamente, nutrita dalla frequentazione, dai contatti, dalla complicità con l’altra persona. Un’emozione che ti riempie la vita pian piano, attimo dopo attimo, fino a saturarla, rendendoti completamente dipendente. Questa situazione con Terence non potrà mai verificarsi, sei d’accordo? Posso cadere nella passione dell’innamoramento, nel fervore del momento, anche nella smania di averlo tutto per me, te lo concedo, ma non arrivare ad amarlo. Non così: non è affidabile.”
“Spero vivamente che tu abbia ragione, July. Temo però che occorra davvero molto meno di quanto tu hai pronosticato”, considerò scettico Andrè, preferendo archiviare l’argomento. “Però la visione dell’amore che, come un virus, una volta inoculato si propaga infestando il corpo, non è particolarmente idilliaca!”
“Sarà: ma rende bene l’idea. L’impotenza che ho provato quando mi scoprii innamorata di Romeo fu paralizzante. La cosa più saggia sarebbe stata smettere di vederlo, ma ogni molecola del mio corpo aveva bisogno di quella droga che era la sua presenza nella mia vita. Anche adesso, nonostante tutto ciò che è accaduto in seguito, rimpiango ancora quel periodo. So che non amerò mai più in maniera così pura e totale, così platonica e nonostante tutto estremamente appagante. Mi era sufficiente vederlo, parlargli o saperlo felice per sentirmi a mia volta la donna più fortunata del mondo. Se lui non mi avesse baciata, rompendo così la perfezione del nostro rapporto, avrei potuto continuare a vivere in quel modo per sempre. Sono abbattuta al pensiero che non proverò ancora un sentimento così onesto, sincero ed incondizionato. Abbattuta ma contemporaneamente sollevata perché ne sono uscita quasi indenne illesa, quella volta. Se ricapitasse non so cosa accadrebbe.”
“Pensi sul serio che non amerai più?”
“Sono sicurissima che non sarà in quel modo. Ho perso l’innocenza, Andrè”, sospirò. “Succederà di innamorarmi ancora, probabilmente molte volte. E se finirà starò malissimo, piangerò e mi dispererò. Sarà sincero anche questo nuovo sentimento, non dubitarne. Ma non assomiglierà mai alla prima volta, perché il disincanto che si prova quando finisce qualcosa che pensavamo fosse eterno ci segna per sempre.”
“Se tornassi indietro rifaresti tutto, conoscendo quel che sai oggi?”
“Assolutamente si. Rivedrei soltanto i tempi. Mi sono gettata tra le braccia di Romeo senza aspettare che lui lasciasse il tetto coniugale: a conti fatti, se avessi aspettato, oggi probabilmente saremmo ancora assieme. Oppure no, chissà, ma almeno sarebbe finita per un problema tra di noi e non per una causa indipendente dal nostro amore. Avrò sempre la curiosità di ciò che sarebbe potuto essere se ci fossimo vissuti come una normale coppia.”
“E se tornasse da te?”
“Non se n’è mai andato, Andrè. Io ho fatto la scelta e sempre io la sto portando avanti.”
“Lo ami ancora?”
Giulietta lo guardò, assorta, cercando dentro di sé una riposta a quella semplicissima domanda.
“Una parte del mio cuore è sua, se l’è portata via, e non credo che questo potrà mai cambiare. Se questo significa amarlo ancora non lo so, tu che ne pensi?”
“Penso che sei fantastica e qualcuno è molto folle se ti lascia scappare, July”, ammise, terminando il cocktail. “E credo anche di aver bevuto troppo, per confidarti queste cose!”, scherzò, notando il leggero rossore che imporporava le gote della ragazza. “Scusa, non volevo imbarazzarti. Vado a sottrarre il microfono a Jas: vieni?”
“Andrè, sicuro che sia tutto chiaro tra noi?”, si informò, abbassando il tono di voce.
“Tutta la situazione è chiarissima, Giulietta. Hai detto una cosa, prima, molto vera: quando si instaurano certi equilibri che ci appagano, perché rovinarli? Non c’è nulla di male o di sbagliato, in questo. Voglio solo che tu sia felice, d’accordo?”
“Ho scelta?”, nicchiò la ragazza, impotente. “Non voglio farti male”, bisbigliò.
“Pensi di picchiarmi?”, ironizzò, sdrammatizzando. “July, mi faresti soffrire se mi trattassi diversamente da come hai sempre fatto. Per me è tutto a posto, davvero. Non danneggiare la situazione con inutili ossessioni. Siamo amici, no? Questo mi basta. E ora cantiamo!”
I pensieri di Balua ore 16.32 | 7 riflessioni  
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martedì 1 dicembre 2009

capitolo quarantaquattresimo


Giulietta trascorse l’ultima mattinata di permanenza in Cornovaglia quasi interamente fuori. Si occupò delle compere conclusive e soprattutto dei saluti alle tanto care persone che l’avevano accolta ed amata nel corso di quei mesi e, prima di rientrare, fece una lunghissima passeggiata lungo le ripide e verdi scogliere, cercando di imprimersi nella memoria ogni minimo dettaglio, ogni suono, ogni profumo. Lì il tempo pareva essersi fermato e, con un po’ di fantasia, si poteva volare con i gabbiani lasciandosi cullare dalle correnti. Scattò innumerevoli fotografie, uguali a mille altre che aveva già ripreso nel corso dei molti pomeriggi passati a riflettere tra le pieghe del vento e del mare su quelle stesse rocce. Ma quel giorno tutto le sembrava diverso: l’erba più verde, l’erica più odorosa, i garriti più acuti, quasi ad urlarle un lungo e lamentoso addio. Quando tornò in albergo l’umore era decisamente basso e non bastò nemmeno un lauto breakfast a risollevare le sorti di quella che pareva divenire una giornata davvero grigia. Prese posto alla reception con largo anticipo, troppo sconsolata per restare sola in camera ad osservare le valigie stipate e ormai chiuse. Le poche cose che erano rimaste da sistemare, come gli abiti che doveva indossare quella sera, li avrebbe messi nel bagaglio a mano l’indomani mattina, quando un collega li avrebbe accompagnati al piccolo aeroporto di Newquay da dove, facendo scalo a Londra per cambiare velivolo, sarebbero rientrati a Pisa in serata. Prima di accingersi all’organizzazione dell’ultimo karaoke, controllò la posta elettronica, sperando ci fossero notizie sui colleghi del padre. Purtroppo, le comunicava, le speranze si erano spente quella notte, col ritrovamento dei corpi sotto le macerie. La ragazza si affrettò a telefonargli, cercando le parole migliori per lenire il dolore che permeava la mesta conversazione. Solo la notizia che la figlia sarebbe stata al sicuro in Italia già l’indomani parve dare un po’ di sollievo all’uomo che le promise, salutandola, di rientrare da lì a breve per abbracciarla.
Ancora più atterrita, Giulietta mandò un messaggio alla madre comunicandole l’orario di arrivo, e una e-mail a Marina, pregandola di andare all’aeroporto a prenderla, alle diciannove e trenta. Sgomenta, si chiese come sarebbe stato rimettere piede nella casa in cui era vissuta una vita e trovarla vuota, priva di tutti gli effetti personali dei genitori. L’elettrizzazione che aveva provato all’idea di vivere da sola la stava per ora abbandonando, lasciando il posto ad una sensazione di triste malinconia mista a paura. Il trillo del cellulare la scosse, rispondendo sorpresa quando vide il numero di Terence sul display.
“Come stai? Quanti ettolitri di lacrime hai già versato?”, le chiese, premuroso.
“Sto uno schifo”, ammise, la voce incrinata. “Ma non ho ancora pianto, se può consolarti, nonostante tutto”, disse, raccontandogli la telefonata con il padre.
“Mi dispiace, July. Posso fare qualcosa per farti sorridere?”
“Dimmi che dormi da me, domani notte. Rientrare in un’abitazione deserta mi mette ansia.”
“Se il passo successivo è presentarmi i tuoi, puoi scordartelo!”, rispose lui sulla difensiva.
“Lascia perdere: è una pessima idea. Chiederò alla mia amica di restare”, si risentì Giulietta.
“Scherzavo! Siamo suscettibili oggi, vero? Certo che rimango, piccola. Però domenica mattina fuggo a Grosseto. Devo sistemare po’ di cose prima di partire con te, e poi vorrai stare un po’ con tua madre, immagino. Sarà sufficiente che mi accompagni in stazione.”
“Davvero resterai?”, chiese entusiasta la ragazza.
“Ogni tuo desiderio è un ordine, no?”
“Andrè come torna a Follonica?”
“C’è Katia che aspetta in aeroporto: così la conosci, dal momento che dovete fare le ferie assieme in Mar Rosso, se pensi di venire! Stai meglio, ora? Hai fatto almeno un sorriso?”
“Si, tre, per la precisione”, concesse, commossa dalle attenzioni dell’uomo.
“Missione compiuta, allora. Posso tornare dai miei baldi sommozzatori. Stiamo per immergerci alla volta del relitto più famoso della Cornovaglia: non stanno nella pelle! A dopo, July.”
Terminata la conversazione l’umore della ragazza era decisamente migliorato e di buona lena si apprestò a preparare l’animazione serale, predisponendo playlist di canzoni e anche qualche ballo di gruppo. I clienti rimasti in albergo erano davvero pochi, forse una ventina, e voleva far passare loro una nottata indimenticabile. Si accordò col barman per servire drink fantasiosi, con ombrellini e decorazioni di frutta, e col cuoco per offrire salatini multicolori. Infine si recò in magazzino alla ricerca di ghirlande hawaiane e addobbi tropicali: la sua serata d’addio stava prendendo forma. Pensava di fare indossare anche gonnellini di paglia a tutti gli ospiti, ma rinunciò all’idea: l’immagine di Mr. Brown che si dimenava oscillando le frangette colorate mentre cantava Dio salvi la regina era un ricordo che non voleva portarsi in Toscana.
A metà pomeriggio la sala relax era decorata di tutto punto con fiori vivaci e allegre coccarde, quando il direttore fece il suo ingresso, stupendosi.
“I’m working hard to organise my farewell party”, si giustificò, spiegando che si stava impegnando a fondo affinché la sua ultima serata lì fosse speciale.
L’uomo, compiaciuto, le ricordò l’offerta di lavoro, augurandosi che ci sarebbero state ancora tante occasioni per festeggiare assieme, nella stagione ventura. A Giulietta parve di scorgere un fremito di commozione, sul baffuto labbro superiore del titolare, ma preferì ignoralo, certa che non avrebbe resistito ad un’esternazione d’affetto da parte di quello scorbutico signore inglese tutto d’un pezzo.
I primi tempi alle sue dipendenze, ricordò assalita nuovamente dai flashback, non furono semplici: l’impeccabile ed algido stile inglese che si pretendeva sul lavoro strideva con il giovanile calore che lei metteva in quello che faceva. Col passare delle settimane, però, resosi conto che la clientela amava le piccole e puerili attenzioni, il direttore cessò di riprenderla e, anzi, le affidò l’intera gestione delle attività ludiche, accordandole anche un generoso aumento di stipendio.
“I enjoy being whit you”, ammise la ragazza in un sussurro, abbracciandolo spontaneamente e rivelandogli quanto si fosse trovata bene lì. Dopo di che lasciò la stanza, imbarazzata, tornando in reception in tempo utile per accogliere i primi clienti che rientravano da una gita a Tintagel. Entusiasti le raccontarono delle rovine del King Arthur’s Castle, il castello che si ergeva su una bellissima scogliera a picco sul mare, dove la regina Ingraine si narra avesse dato alla luce il grande Re Artù.
Giulietta era stata nella caratteristica cittadina soltanto una volta ma ricordava perfettamente la meravigliosa visuale che si aveva da lassù: pareva di poter scorgere l’intera Cornovaglia, in cima a quel magico dirupo. In quell’occasione, ricordò, c’era la bassa marea e riuscì persino ad entrare nella grotta alla base della scogliera, che di diceva essere stato l’antro misterioso di Merlino, in cui il mago strappò dalle acque pericolose il piccolo Artù.
Tutto, a Tintagel, parla di incantesimi e leggende, tanto che molti romantici sognatori la identificano ancora oggi con la mitica Camelot, forse più per far vendere ai turisti posacenere e segnatempo raffiguranti Ginevra e Lancillotto, Morgana e la tavola rotonda, che per reali riferimenti. Certo è, però, che nei terreni presso la cittadina scorrono due corsi d’acqua, l’Avalon e il Camel, e sorge il villaggio di Camelford.
La caciara che gli italiani fecero rientrando dall’immersione interruppe qualsiasi conversazione si stesse svolgendo nella hall, facendo sorridere Giulietta che li ammonì, ridendo.
“Siamo ancora su di giri, July!”, esordì Conti, euforico. “Abbiamo trovato un coccio nei pressi del Mohegan. Si tratta sicuramente di una stoviglia proveniente dal piroscafo”, gongolò, mostrando l’oggetto. “Tu che ne pensi? Mia moglie ritiene impossibile che sia ceramica dell’ottocento.”
“Non me ne intendo, mi dispiace”, si scusò la ragazza, pensando sinceramente che assomigliava più al servizio di piatti di una pizzeria che al vasellame datato di un costoso transatlantico.
“Non le dia retta, Conti: è autentico, per me!”, intervenne Terence, entrando nella hall.
Giulietta, sollevando lo sguardo, non potè che arrossire, stupendosi ancora dell’avvenenza del ragazzo. I capelli, ancora bagnati, fermati da una sottile fascia nera per non farli ricadere sugli occhi, gli scendevano sulle spalle, lasciando ampi aloni scuri sulla maglietta aderente e senza maniche, che metteva in bella mostra i possenti bicipiti. Gocce di sudore gli imperlavano la fronte, liscia e bronzea, sulla quale erano posati gli immancabili occhiali da sole.
E’ bellissimo, pensò la ragazza, distogliendo gli occhi, il battito accelerato.
“July, dove mettiamo l’attrezzatura? Il centro diving manda lunedì qualcuno a ritirarla: l’abbiamo già sciacquata e asciugata”, domandò Andrè, che entrando aveva chiesto una birra al barman.
“Lasciatela dentro al Chrysler: ci penseranno i colleghi domani”, si riprese la ragazza, segnando un appunto veloce sulla grande agenda posata sul bancone. “Quindi vi siete divertiti, cocci originali o meno a parte? Merita davvero, questo relitto?”
“Raramente se ne vedono di conservati meglio”, riconobbe Terence, rubando una sorsata fresca dal bicchiere dell’amico. “Si distinguono chiaramente persino le caldaie: davvero impressionante. Senza considerare l’impressionante quantità di specie che hanno trovato dimora tra quelle lamiere: gorgonie, coralli mano di morto e anemoni gioiello sono ovunque, oltre a enormi branchi di pesci.”
La Busi sbuffò a questa descrizione, ripromettendosi di prendere lezioni di sub quanto prima, raccogliendo i consensi delle compagne. Lo sguardo terrorizzato dei mariti fece sorridere Giulietta, che le distrasse da quella folle idea ricordando loro che quella sera avrebbero fatto festa tutti assieme cantando a squarciagola fino a notte fonda.
“Allora andiamo a prepararci!”, si entusiasmò la Conti, ricordando all’improvviso i regali per i ragazzi. “Voi due, questa sera cenate con noi d’accordo? July, ci fai compagnia?”
“Temo di dover rifiutare, purtroppo. I vertici mi reclamano!”, sospirò, affatto contenta. “Dopo, però, sarà tutta per voi!”, promise.
“Tutta?”, la schernì Terence, guadagnandosi un’occhiata truce. “Non osavo sperare tanto!”
“Infatti, non farlo!”, lo riprese, giocando, difendendo la propria posizione di fronte agli altri.
“Ti è andata male, eh?”, lo canzonò Busi, che fin dall’inizio non aveva mai nascosto di parteggiare per Andrè. “Lasciala perdere, non è pane per i tuoi denti!”
“Non credergli, Terry!”, lo esortò la moglie, riaccendendo la diatriba iniziata giorni prima. “Insisti che ne vale la pena!”
“Hey! E’ di me che parlate, eh?”, si finse offesa Giulietta. “Sono qui, vi sento!”
“Scusaci cara, è che c’era una discussione in corso, domenica scorsa. Ci si chiedeva chi dei baldi giovani sarebbe riuscito a conquistarti!”, ammise la Fracci, squillante. “Qual è stato?”
“Ci ho provato con entrambi”, scherzò. “Ma mi hanno mandata in bianco. Per me sono gay: che dite?”, ironizzò, scatenando l’ilarità generale, ad eccezione di Terence ed Andrè che la fulminarono.
“Ah si eh? Dopo facciamo i conti!”, risposero, piccati, minacciandola di non aiutarla con le valige.

La leggerezza di quell’atmosfera accompagnò Giulietta fino all’ora di cena, quando salì in camera a cambiarsi. Per la serata finale aveva scelto un miniabito turchese in stile impero, con spalline in satin, scollo quadrato e cintura di pietre celesti, che facevano pendant con gli orecchini. Intenzionata ad apparire bellissima, decise di aprire il beauty già pronto per il viaggio e truccarsi con cura, acconciandosi anche i capelli in lunghe ciocche mosse, aiutandosi con la piastra. Il risultato fu completato da sandali alti e una sottile catenina con pendaglio celeste. Studiandosi nel grande specchio che spiccava sull’anta dell’armadio, vide riflessa una donna attraente e sensuale, dallo sguardo intenso e profondo. Sorrise a sé stessa, ricordando la prima volta che si era trovata in quella posizione, sei mesi prima. All’epoca la proiezione che ne usciva era ben diversa: il corpo era troppo secco e denutrito, gli occhi tristi ed impauriti. Un’immagine decisamente in antitesi con quella di oggi, si sorprese a pensare. Non si trattava solo di un cambiamento fisico, realizzò, fiera. C’era qualcosa di diverso, nello sguardo, che era andato perso da tempo: la speranza.
Con questo stato d’animo frenetico ed eccitato, bussò alla porta di Terence per prendere il rossetto lasciato nel bagno con il resto degli articoli da toeletta.
Il ragazzo aprì, frizionandosi i capelli con l’asciugamano, e rimase immobile un istante, colpito.
“Non ti ho mai visto così bella”, gemette, facendola entrare. “Sei venuta ad accertarti che non sia gay?”, le chiese, avvicinandola al suo petto nudo.
“Resterò col dubbio ancora qualche ora”, rise, allontanandosi per non cedere alle lusinghe allettanti. “Ho messo troppa cura nel prepararmi per ricominciare tutto da capo!”
“Allora sei qui per torturarmi, ho capito!”, si arrese, incapace di togliere gli occhi da quella visione.
“Se devo essere onesta volevo solo lavarmi i denti e ultimare il trucco: però l’idea di tormentarti un po’ non è da escludersi”, lo provocò, lisciandogli la schiena nuda.
“July, lasciami in pace. Oggi mordo”, le intimò. “Ieri hai messo alla prova tutto il mio autocontrollo, dormendo nove ore a fila aggrappata a me.”
“Potevi svegliarmi se avevi in mente altre cose da fare”, lo stuzzicò.
“Secondo te non ci ho provato? Eri in catalessi!”, brontolò. “Non mi hai neppure sentito quando sono uscito, giusto?”
“Mi farò perdonare, promesso. Ma non ora: il boss mi aspetta giù. Posso usare il tuo bagno?”, chiese, infilandosi senza attendere la risposta.
Ne uscì dopo pochi minuti, lasciando una leggera scia di profumo dietro di sé.
“Ha ragione Busi”, mormorò. “Tu non sei pane per i miei denti. Sarei sempre dall’odontoiatra.”
“Cioè?”, si incuriosì, sollevando il sopracciglio e inclinando il capo, interessata.
“Se fossi mia, credo che prenderei a pugni chiunque ti guardasse, July. Impazzirei di gelosia mentre giro il mondo con Andrè”, ammise.
“Davvero?”, chiese, raggiante, saltandogli al collo. “Vorrà dire che cambierai lavoro per stare con me!”, propose, incauta. La rigidità del ragazzo le fece scattare il campanello d’allarme: aveva osato troppo, avventurandosi in un terreno proibito, per loro. Il futuro.
“Scherzo, Terence, rilassati!”, aggiunse rapidamente, guardandolo negli occhi. “E comunque mai dire mai, no? L’hai detto tu!”
Lui la guardò a lungo, perplesso. “Sai cosa mi farebbe soffrire di più? Deluderti. Quindi non chiedermi più di quanto io sia pronto a darti, July. Non sarei capace di negartelo, ma so per certo che non sarei ancora pronto, rovinando tutto. Hai capito cosa ti sto dicendo?”
“Che non devo domandarti cosa sarà di noi”, tagliò corto lei. “Perché per farmi felice potresti accettare ogni cosa io ti proponessi, ma scivoleresti nel primo letto per cercare di scappare.”
“Ti hanno mai detto che hai io dono della sintesi?”, sorrise, abbracciandola.
“Mi supplicherai di riprenderti, un giorno!”, minacciò. “E sarà tardi!”, ghignò, teatralmente, come la strega cattiva di Biancaneve, facendo ridere Terence, che la strinse forte.
“Io non supplico, non l’ho mai fatto”, protestò.
“E’ solo l’ennesima regola che infrangerai, non temere!”, lo apostrofò, salutandolo con un leggero bacio prima di uscire dalla stanza.
“Giulietta?”, la richiamò, fermandola, posandole le mani sulle spalle.
“Cosa?”, rispose amabile, senza voltarsi, nascondendogli gli occhi lucidi.
“Non accadrà. Non tornerò indietro, credimi.”
“Lo so, tranquillo. Stavo giocando. Faccio tardi, fammi andare. A dopo.” E abbandonò la stanza prima di scoppiare in lacrime.

Si appoggiò alla parete dell’ascensore, chiamandolo e respirando a fondo, cercando di calmarsi. Stupida, si apostrofò. Stupida! Mentre prendeva a pugni la parete, arrivò Andrè.
“Che ti ha fatto il muro?”, le chiese, insospettito, inchiodandola con lo sguardo, stregato dall’impalpabile bellezza che quella nuvola turchese sprigionava.
“Piccola crisi di nervi preparatoria alla partenza”, mentì, entrando tra le porte scorrevoli che si stavano aprendo. “Jasmine a che ora arriva?”
“July, che succede?”, insistette, incapace di staccarle gli occhi di dosso. “E’ colpa di Terence? Lo gonfio!”, sbottò, iracondo, spingendo il tasto rosso che bloccò l’ascensore a metà percorso.
“No, è solo mia la responsabilità”, si arrese, imbarazzata. “Ho fatto pressioni e lui mi ha riportato alla realtà. E’ così tenero, così spontaneo che tendo a scordare che tra noi non ci sarà un domani, come coppia. Speravo, inconsciamente, di fargli cambiare idea, ma a quanto pare è molto risoluto. Per quanto lui riconosca che si getterebbe volentieri in una relazione, dice che finirebbe per ferirmi, e non se la sente di rischiare.”
“Sono parole sue queste?”, si stupì.
“Non le pronuncerebbe mai, Andrè!”, rise Giulietta. “Il succo, dopo un lungo giro di parole durato due giorni, è questo, comunque. L’ammissione più profonda è stata che farebbe qualsiasi cosa io gli chiedessi per farmi felice, anche se poi scapperebbe. Non male vero? Ho creato un mostro!”
“Hai fatto un miracolo”, riconobbe. “Però, July, cerca di capire: per lui è tutto così nuovo ed improvviso che è normale sia spaventato e confuso. Non fare troppo caso alle sue teorie riguardo al futuro. Ieri rifiutava persino l’idea di essere coinvolto da te oltre il dovuto: è impossibile che veda chiaramente cosa vorrebbe succedesse tra un mese o un anno. Segui il mio consiglio: sii paziente e non chiedergli più nulla. Fallo rilassare e vedrai che, prima o poi, si renderà conto che non può gettare tutto alle ortiche senza averci almeno provato. Devi solo saper aspettare: ma in fondo non dovrebbe essere un problema per una che l’altro giorno diceva che si trattava solo una parentesi, no?”, la derise, facendola arrossire.
“Era così palese che me la stavo raccontando?”, borbottò.
“Moltissimo”, convenne. “Ora cerca solo di non innamorarti, per favore. Perché ci potrebbe volere molto tempo prima che lui rinsavisca.”
“Tempo e sofferenze, Andrè. Non sono certa di poter aspettare che avvenga un miracolo guardandolo divertirsi con altre donne. Perché è questo che accadrà: lo conosciamo entrambi.”
“Lo sapevi fin dall’inizio. Sta a te decidere se lui è così importante da meritare questo sacrificio. Viceversa vai avanti con la tua vita: c’è un mondo intero da esplorare. Fai le tue esperienze, svagati e, se davvero lui resta nel tuo cuore, tornerai a cercarlo. Ma, per carità, non innamorarti. Puoi promettermelo? Altrimenti, trova una scusa e non partire con lui lunedì!”
“Ci proverò, Andrè. Ma non chiedermi di rinunciare al viaggio perché potrebbero essere gli ultimi giorni che passerò con Terence e non posso perdermeli.”
“Non vuoi, è diverso”, mugugnò. “Immagino che ti vedrò piangere spesso, vero? Sai che dovrò picchiarlo per colpa tua?”
“Mi ha accennato qualcosa, in effetti”, ridacchiò, riavviando l’ascensore. “Lui si sta comportando bene, davvero. Risparmialo. E’ solo mia la responsabilità di essermi fatta travolgere dalle emozioni. E non raccontargli di questa conversazione, ti prego!”, supplicò, abbracciandolo mentre le porte si aprivano sull’atrio. I signori Busi, in attesa degli amici, li sorpresero in quella tenera posizione e l’uomo non poté trattenersi di esclamare, trionfante, alla moglie: “Visto? Hai perso! Paga pegno!”
“State fraintendendo, temo”, si giustificò Andrè, paonazzo.
“Si, purtroppo”, scherzò Giulietta. “Stavo sferrando un ulteriore attacco ma non c’è nulla da fare sapete? Per me sono proprio gay!”
“Diglielo che stavi piagnucolando perché non vuoi partire, frignona!”, la apostrofò il ragazzo.
“E va bene”, ammise. “Mi stava solo consolando: ma credo sia gay lo stesso!”, ridacchiò.
“Tesoro, sei un amore con quel vestitino!”, li interruppe la Busi, ammirando l’abito della ragazza.
“Grazie, signora”, rispose educata, allontanandosi di qualche passo con l’amico. “Andrè: mi raccomando. Acqua in bocca su quella cosa. Per favore.”
“Come vuoi. Ma con Terry dovrai trovare una valida scusa per l’abbraccio in ascensore. Busi non gliela farà passare liscia, credimi. E comunque è vero: sei bellissima”, riconobbe, con una punta di rammarico, ammirando nuovamente l’alone di fascino romantico che la ragazza emanava.
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giovedì 26 novembre 2009

CAPITOLO QUARANTATREESIMO



(Capitolo precedenti)

Quando Jasmine scese nell’atrio, era mezzogiorno passato da poco. Giulietta le consegnò una lunga lista di commissioni da fare in paese, che l’avrebbero tenuta impegnata fino al termine del turno di lavoro. “Dopo di che ci chiudiamo in camera e facciamo i bagagli!”, la esortò, cercando di alleggerire la tristezza della bionda inglese. “E se mi dimentico qualcosa me lo riporti tu a Natale!”
Alle due e un quarto le due amiche mangiarono alcuni tramezzini ed iniziarono di buona lena a catalogare oggetti, ammassare abiti estivi e gettare nel cestino una immensa quantità di cose inutili che si erano accatastate nei mesi trascorsi.
“Do you remember this shell?”, chiese Jas, tenendo tra le mani una tortuosa conchiglia bivalve.
“Era sulla spiaggia di Newquay il giorno che ci siamo conosciute”, mormorò l’italiana, commossa. “Stavi litigando col tuo ragazzo e gliel’hai lanciata”, sorrise, rivedendo davanti agli occhi umidi le immagini di quella buffa scena.”
“Lui stava lasciando me per quella… come si dice londoner bitch?”, chiese, arrabbiata.
“Puttana di Londra”, rise Giulietta.
Il fidanzato storico di Jasmine l’aveva infatti piantata per una avvenente e benestante turista londinese all’inizio dell’estate. A detta di tutti la lasciva signorina di città, che possedeva un cottage a Mullion, da mesi tentava di abbordare il bel pescatore, finchè ad aprile l’aveva fatto cadere nella sua rete. La relazione segreta tra i due improbabili amanti era arrivata all’orecchio di Eric, il quale, dopo aver fatto un occhio nero al futuro cognato, l’aveva obbligato a dire alla sorella la verità.
Ora si vociferava che l’uomo fosse pentito e volesse riconquistare la ragazza, ma non osava avvicinarsi al pub del padre per timore di essere malmenato.
“Lo perdonerai?”, si informò Giulietta.
“I don’t know, Juliet. I still remember it wistfully”, borbottò, spiegando all’amica quanto gli mancasse ancora l’uomo con cui aveva passato otto anni bellissimi e col quale progettava le nozze.
“E’ normale che lo pensi spesso, Jas. Se lo ami ancora, però, non puoi essere orgogliosa. Devi passarci sopra, scordare tutto e riprendere la vita con lui. Succede di sbagliare, purtroppo.”
“He’s a shit man!”, sbottò offendendo pesantemente l’ex. “But I love him”, ammise, riconoscendo di volergli ancora bene.
“A volte i migliori sono bastard inside!”, scherzò Giulietta, correndo inevitabilmente col pensiero a Terence e domandandosi cosa avrebbe fatto lei se fosse stata cornificata o lasciata per un’altra.
“Andrè no bastardo, però. Lui gentile e dolce. E beautiful!”, ridacchiò. “Do you like him?”
“Si, è tanto carino, davvero.”
“Tu però preferire Terence. Why?”
“Credo sia la stessa ragione per cui tu ami ancora il ragazzo che ti ha trattata così. Ci sono cose che non hanno nulla di logico e sensato.”
“July…”, tentennò. “Tu piaci ad Andrè. Molto.”
“Siamo amici, Jas. Certo che gli piaccio: anche lui piace a me!”, glissò, fingendo di non aver capito cosa in realtà quelle parole volessero sottintendere. “Tienila tu la conchiglia, vuoi? Così ti ricordi di me e di quella giornata”, propose, troncando il discorso.

Alle sette, quando Jasmine, commossa, se ne andò, il grosso del lavoro era fatto. La camera di Giulietta pullulava di borse e scatole rigidamente catalogate per contenuti, accatastate contro le pareti e sul letto nel quale, probabilmente, non avrebbe più dormito, dal momento che passare la notte da Terence era una prospettiva molto più invitante.
Una grossa valigia troneggiava in mezzo alla stanza, semipiena di abiti e scarpe gettati dentro alla rinfusa: non riusciva a decidersi su cosa riportare in Italia subito, senza ricorrere al corriere. Era talmente abituata al clima inglese che non immaginava cosa le sarebbe servito, nell’immediato, a casa sua. Un leggero bussare all’uscio la scrollò da quella subdola indecisione.
Andrè e Terence le apparvero davanti, belli ed abbronzatissimi, quando aprì, scalza e con i mollettoni tra i capelli.
“Devo dire che ti ho vista più carina altre volte”, la schernì il moro, gettando una rapida occhiata all’interno della stanza per verificare lo stato di avanzamento dei lavoro. “Terry, pare che abbiamo scampato un serio pericolo: qui è tutto in ordine!”
“Controlla il cestino, Andrè: quanti kleenex ci sono? Avete pianto un po’, July?”, ironizzò il vichingo, baciandole velocemente la fronte, intimidito dalla presenza dell’amico.
“Entrate, su. E’ rimasto qualcosa anche per voi, non temete! Anche se Jas e io siamo state bravissime. Ora non resta che infilare tutto negli scatoloni e imballarli per la spedizione. Il corriere passerà lunedì mattina in albergo per ritirare il materiale e sabato prossimo arriverà tutto a casa mia.”
“Hai comperato il polistirolo e i sacchetti antiurto, per proteggere le cose fragili?”, si informò Terence. “Altrimenti ti perviene tutto sbriciolato!”
“Ci volevi giusto tu a ricordarmelo, sai?”, sorrise la ragazza, paziente, indicando una scatola con tutto il necessario per il confezionamento. “Come è andata oggi? Avete preso un sacco di sole!”
“Meglio del previsto, tutto sommato”, concesse Andrè. “Le mogli in barca hanno distratto un po’ i consorti, quindi in effetti abbiamo fatto poche immersioni e ci siamo dedicati all’abbronzatura! Domani però ci aspetta il relitto più famoso delle Menacles: la SS Mohegan, un piroscafo che si inabissò scontrandosi contro le infide rocce della zona a fine ‘800 causando 106 vittime. Tanto per chiudere la missione in bellezza!”
“Puoi venire con noi, dal momento che qui hai finito tutto, se vuoi. Così rientri un po’ abbronzata: sembra che tu abbia lavorato sei mesi in miniera, anziché al mare!”, constatò Terence, caustico. “Te li faccio subito, gli imballi, o preferisci cenare, prima?”
“Possiamo finire più tardi: sarete stanchi e anche io riposerei volentieri un po’. Domani voglio andare a comperare un po’ di souvenir da portare ai miei cari, e devo salutare diverse persone: credo che vi abbandonerò al vostro relitto!”, scherzò. “Che dite, ceniamo assieme sulle nove? Nella sala cinema proiettano Moulin Rouge, che in Italia credo debba ancora uscire credo, ma se non vi interessa possiamo mangiare con calma.”
“Affare fatto, a dopo allora! Vado a farmi il bagno e dormo un’oretta”, disse Andrè uscendo.
Rimasti soli, i due ragazzi si sedettero in terra, sulla moquette, abbracciati.
“Chiudiamo gli occhi?”, propose Giulietta, stremata.
“Resisti ancora un po’, piccola. Questa notte andiamo a letto presto, giuro. Immagino ti serva ospitalità eh?”, constatò Terence, guardando la moltitudine di roba che invadeva lo spazio.
“Se prometti di non scappare in poltrona, accetto volentieri la proposta. Sei salato!”, protestò, dopo avergli baciato il collo. “Doccia?”, propose.
“Da me, però. Che probabilmente ci sono scatoloni anche nel tuo bagno!”, scherzò Terence, alzandosi e aiutando Giulietta a scegliere qualcosa da portare nell’altra stanza.
La naturalezza con la quale si muovevano sincroni nel compiere gesti così intimi e quotidiani colse entrambi di sorpresa, facendoli sorridere.
“Saresti una coinquilina perfetta, July”, ammise lui, scegliendo accuratamente le parole. “Se dovessi aver bisogno di qualcuno che divida le spese della mia mansarda, lo chiederei a te.”
“Avrei preferito il termine fidanzata, comunque”, le sfuggì, pentendosene immediatamente.
“Giulietta!”, la ammonì, serio.
“Scusa: scherzavo!”, mentì, mettendosi uno zainetto sulle spalle. “Con questa roba dovrei essere a posto fino a sabato mattina: spazzolino, dentifricio, trucchi, crema per il corpo, tonico, biancheria e due cambi abito. Manca qualcosa?”
“La pillola”, sentenziò, categorico.
“Quella è sempre in borsa, non temere! Le coinquiline ideali non hanno bambini al seguito!”, giocò.

Nella stanza di Terence Giulietta si fece una lunga doccia, sciacquandosi a fondo i capelli, mentre il ragazzo, a torso nudo e bermuda, già lavato, fumava silenzioso in terrazza.
“Ho scordato la piastra, Terry! Vai a prendermela?”, urlò seccata dal bagno, poco dopo, sovrastando il ronzio dell’asciugacapelli.
“Stai meglio riccia. E se non vuoi che qualcuno sappia che sei qui, ti conviene parlare più piano”, rispose lui, affacciandosi nel piccolo ambiente umido e ricco di vapore. “Ma usi l’acqua bollente? Ci puoi cuocere la pasta, qui dentro!”, disse, abbracciandola e trascinandola sul letto.
“Non dovevamo riposarci un po’?”, domandò ambigua, gemendo, eccitata dalle sue sensuali carezze. “Li hai comperati i profilattici?”
“Cazzo!”, sbottò lui, scostandosi rapido. “Mi sono dimenticato!”
Giulietta rise, divertita alla reazione disperata del ragazzo. “E ora? Che si fa? Ti fiderai dei miei travagliati precedenti o faremo ferrea astinenza?”, lo stuzzicò.
“Li chiedo ad Andrè?”, propose, speranzoso.
“Proprio non ti fidi di me?”, protestò, scrutandolo vigile.
“E’ della pillola che dubito, a dire il vero. Non offenderti, ma non ho voglia di incorrere in qualche gravidanza inaspettata.”
“Come preferisci: vorrà dire che finalmente dormiremo senza altre velleità!”, gli disse, delusa, accucciandosi al suo fianco. “Posso accendere la televisione? Il rumore di sottofondo mi concilia.”
“Tra meno di un’ora dobbiamo essere giù, July: non prendere sonno. Ti sei offesa?”, si informò.
“Solo perché sono rimasta imprudentemente incinta una volta, non significa che debba succedere sempre!”, brontolò, avvilita. “La pillola garantisce la protezione quasi totale, tra l’altro. Ha meno rischi dei profilattici, se la si assume correttamente. E io lo faccio. Non si rompe, quanto meno!”
“Non è per quel che ti è successo, piccola, davvero. E’ una mia fissazione e avrei una pessima prestazione, con molta probabilità!”
“Davvero non hai mai fatto l’amore senza preservativi?”, si stupì.
“Una vita fa, forse. Te l’ho detto: non sarei in grado”, ammise. “Ho un blocco psicologico.”
“Scommetto di riuscire a farti cambiare idea”, lo provocò, giocando con un lobo dell’orecchio, mordicchiandolo sensuale prima di scendere nell’incavo del collo e perdersi nell’imponenza del suo torace. “Se vuoi, fermami!”, lo canzonò, sfilandogli i bermuda e facendolo impazzire di desiderio.
“Sei sleale”, sussurrò lui, gutturale, piegato da quei baci assetati. “Con te sto infrangendo tutte le regole che mi sono rigidamente imposto per tanti anni”, cedette, sfilandole l’accappatoio.
Quando la penetrò, tutte le preoccupazioni che avevano investito Terence nei minuti precedenti si sciolsero come neve al sole, troppo preso dall’inebriante sensazione di completezza che i loro corpi uniti gli procuravano. Al momento di esplodere di piacere, la ragazza lo trattenne dentro di sé, sfrontata e certa di non correre alcun pericolo, fissandolo negli occhi che avevano il colore dell’oro fuso. “Non andartene, stai qui”, gli sussurrò, abbracciandolo stretto. “E, per la cronaca, non hai fatto alcuna figuraccia, se può consolarti.”
“Tu hai il potere di farmi fare sempre quel che vuoi”, riconobbe, impensierito. “Non va affatto bene questa cosa, lo sai”, disse, baciandole il collo, senza però scivolare via.
Giulietta cercò avida le sue labbra e lo baciò con enfasi, riaccendendogli dopo pochi minuti il desiderio spasmodico che aveva di quel corpo, di quella bocca, di quella donna.
Uscirò a pezzi da questa storia, pensò Terence mentre, affascinato ed inerme, soccombeva all’irrazionalità e si abbandonava ancora ad un nuovo ed estatico momento di piacere con Giulietta.

Andrè, impaziente ed affamato, attendeva da diversi minuti Terence e Giulietta nella hall quando questi arrivarono, ancora trafelati, scusandosi per il ritardo. La sala da pranzo era semivuota, ormai, e i tre ragazzi si sedettero ad un tavolo rotondo dinnanzi ad una grande finestra aperta, nonostante la brezza, respirando profondamente l’odore dell’oceano.
“Questi profumi mi mancheranno tantissimo”, osservò Giulietta, rattristata, ripensando alle fragranze tipiche di quella magnifica terra che aveva imparato ad amare. La frizzante essenza del mare in tempesta, il dolce aroma di erica e ginestre in fiore, l’effluvio fresco e pungente dell’erba bagnata dopo le piogge frequenti. Avrebbe avuto nostalgia persino dello sgradevole olezzo di pesce emanato dalle reti sudice e vissute delle consunte chiatte dei pescatori.
La cena trascorse tranquilla e più silenziosa del solito: nessuno se la sentiva di turbare la perfetta armonia del momento. Sbocconcellato il dessert la piccola compagnia, esausta e svogliata, si recò nella stanza della ragazza per imballare i suoi gli effetti personali.
Poco dopo le undici due grossi scatoloni troneggiavano fieri e solidi al centro della camera, pronti per la spedizione. Sul letto rimanevano solamente diversi vestiti destinati alle valige, un voluminoso beauty case, il libro di Jas rimasto incompiuto e un paio di scarpe da tennis. Nell’armadio, oramai completamente vuoto, erano appese tre impeccabili divise, perfettamente stirate ed inamidate, che Giulietta avrebbe restituito andandosene.
“Grazie, ragazzi. Senza il vostro aiuto non ce l’avrei mai fatta”, ammise, cercando nel frigo bar qualcosa da bere. “Birra?”, propose.
Seduti nel piccolo terrazzo, i tre ragazzi brindarono tintinnando tre lattine di Heineken, fumando assorti una sigaretta.
“Non vedo l’ora di andare sotto le coperte”, sospirò Andrè, espirando una lunga boccata di fumo.
“A chi lo dici?”, gli fece eco la ragazza. “Sono state giornate intense, queste. Credete che in Italia le ripeteremo spesso?”, domandò, speranzosa, scrutando il cielo stellato.
Un silenzio ingombrante gelò per qualche istante la conversazione, finché Terence rispose, rassicurante: “Non abitiamo proprio vicini, July, e noi siamo spesso al’estero, ma vedrai che riusciremo a frequentarci, di tanto in tanto.”
Rimasero zitti per diversi minuti, riflettendo su come sarebbero cambiate le loro vite una volta rientrati in Toscana. Quella manciata di giornate trascorse assieme aveva irrimediabilmente deviato il corso delle loro esistenze. Andrè, ora più che mai, aveva capito quanto gli mancasse la stabilità di una famiglia, la prevedibilità delle giornate tutte uguali e l’affetto di una donna al suo fianco. Voleva poter fare progetti a lungo termine, pensare a cosa cucinare la notte di Natale e dove trascorrere le ferie. Era stanco di disfare valige ed ambientarsi in lussuose camere di albergo di ogni angolo del globo. Desiderava fermarsi: comperare una casa tutta per sé, andare al lavoro ogni mattina e rincasare la sera, stanco ed affamato, trovando ad attenderlo una moglie e dei figli.
Terence, indeciso se la piccola costellazione sopra le loro testa fosse Cassiopea o l’Orsa Minore, si domandava invece come si sarebbe sentito non vedendo più Giulietta giorno e notte, una volta che la routine si sarebbe rimpossessata delle loro vite. Certamente, si consolava, la lontananza l’avrebbe aiutato a riprendersi in tempi più rapidi, visto il coinvolgimento totale in cui versava. Nonostante questo, però, temeva fortemente il momento, molto vicino, in cui avrebbe dovuto salutare la ragazza, mettendo la parola fine a quella inaspettata quanto avvincente storia. Era impraticabile pensare di procrastinarla oltre la vacanza che avrebbero fatto di lì a qualche giorno, a parte il fatto che sarebbe stato estremamente imprudente e masochista. Nello stato attuale delle cose non poteva nemmeno lontanamente considerare l’ipotesi di vivere una relazione a distanza, né lo desiderava. Un sorriso sghembo si dipinse sul suo bel viso quando per un brevissimo istante immaginò come sarebbe stata la loro vita, se avessero deciso di diventare una coppia. Lei non si sarebbe mai fidata, sapendolo in giro per il mondo, era chiaro; la cosa più sconvolgente fu però realizzare che sarebbe morto di gelosia pensando alla sua Giulietta, sola in un’altra città, che in sua assenza usciva, girava per locali, vedeva amiche e conosceva altri uomini. No, non poteva permetterselo, decisamente. Comunque fossero andate le cose, finite le ferie le avrebbe detto, anche mentendole, che da quel momento in poi sarebbe stati solo amici. Nulla di più.
La ragazza, al contrario, molto meno cervellotica e problematica dei due amici, rifletteva semplicemente sul proprio futuro lavorativo, chiedendosi in quale direzione avrebbe orientato le ricerche di occupazione. Ora che l’alloggio era un problema risolto, doveva necessariamente cercare qualcosa vicino a casa: non sarebbe stato assennato rivolgersi a strutture più lontane di Pisa. Questo, lo capiva, significava rinunciare al rapporto speciale che aveva instaurato coi ragazzi. Avrebbe potuto continuare ad incontrarli, senza dubbio, ma in modo sporadico e discontinuo, purtroppo. La relazione con Terence era partita troppo velocemente per poter prevedere come sarebbero evoluti i loro sentimenti, col tempo. Al momento era tutto così tremendamente esaltante ed appassionante che non voleva porre limiti al potere delle emozioni. Forse, sperava, lui avrebbe trovato il coraggio di guardarsi dentro e capire che, per lei, poteva cambiare vita. O più semplicemente, con la distanza, lo stato di frenesia che pervadeva entrambi avrebbe scemato naturalmente, lasciando il posto ad una buona amicizia. Per quanto concerneva Andrè, invece, non aveva dubbi: il rapporto sarebbe proseguito, al di là dei chilometri e il poco tempo a disposizione. Riponeva in lui una cieca fiducia: sapeva che non l’avrebbe mai allontanata, comunque fosse finita con Terence.
“Ne volete un’altra?”, chiese Giulietta, scuotendo la verde lattina di birra, ormai vuota, e riportando gli amici alla dimensione reale. Entrambi rifiutarono, esausti, e alzandosi proposero di andare a dormire ad un orario decente, per una volta.

Nel morbido letto di Terence, Giulietta si accovacciò contro il caldo corpo del ragazzo, facendosi invadere da un improvviso senso di tristezza. Lo abbracciò forte, nascondendo nel suo collo il viso contratto in una fragile morsa di dolore, ricacciando indietro le lacrime.
“Che succede?”, si impensierì lui, sentendo le sottili membra irrigidirsi.
“Malinconia”, minimizzò lei. “E stanchezza. Vorrei già essere su quell’aereo che mi riporterà al passato”, considerò. “Domani piangerò tanto. E detesto farmi vedere debole. Tutto qui”, mentì.
“E io odio vedere il tuo viso rigato, piccola. Quindi cerca di farti forza e pensa che non è un ritorno al tuo vissuto, ma un passo avanti verso un futuro radioso.”
“Ne farai parte?”, si lasciò sfuggire, rammaricandosene immediatamente, tanto che aggiunse: “Intendevo chiederti se davvero continueremo a vederci, anche se solo in amicizia.”
“Credi sia così semplice liberarsi di me?”, nicchiò lui, deglutendo, affranto per il sordo dolore che rimbombava crudele nella stanza.
Il silenzio che la domanda retorica ottenne come risposta fu più lancinante di un urlo a pieni polmoni.
“Non sparirò, July. Te l’ho promesso”, la tranquillizzò, accarezzandole la schiena, protettivo.
“Lo so”, rispose lei, falsamente convinta. In realtà non ne era affatto certa, ma non le restava che avere fiducia, a quel punto. Avrebbe voluto chiedergli mille cose sui suoi reali pensieri, i sentimenti che nutriva per lei e le aspettative per il domani, ma preferì tacere. Non era la sua ragazza, né la sua amante: era solo un’avventura passeggera che si sarebbe consumata presto, lasciando una cicatrice più grande del previsto. Mettere Terence alle strette, in quel momento, sarebbe stata una pessima idea: avrebbe solo contribuito a farlo allontanare.
“Non mi credi, vero?”, insistette lui, frustrato. “Quando ti ho messo il fiore tra i capelli, questa mattina, avrei dovuto spiegarti tante cose. Tu mi fai sentire un uomo migliore, più completo. Mi hai ridato la speranza di potermi costruire qualcosa, un giorno, se mai deciderò di rivedere tante cose e fermarmi. In poco tempo hai penetrato le mie difese e sconvolto le certezze su cui basavo tutto. Ti devo tanto, July. Voglio la tua stima, il rispetto: non è mia intenzione deluderti, davvero. Temo che dovrai fidarti di me almeno per questa cosa. E’ scontato che un po’ ci allontaneremo, vuoi per la distanza che ci separa, vuoi per i diversi interessi e stili di vita: ma non ci perderemo mai d’occhio e se avrai bisogno di me correrò.”
“Credi che un giorno metterai la testa a posto davvero?”, chiese, speranzosa.
“Mai dire mai”, ammise. “Mi vuoi aspettare?”, la provocò, scrutando curioso la reazione.
“Vuoi che lo faccia?”, tergiversò, rigirando la frittata.
“Cambierebbe qualcosa se rispondessi?”, replicò, senza cedere.
“Probabilmente no. E’ solo per soddisfare la curiosità di sapere se ti sarebbe piaciuto un ipotetico futuro con me, in altre circostanze”, disse, guardinga, cercando di apparire disinteressata.
“Dipende: cucineresti? Terresti la casa immacolata e scalderesti le mie notti sempre, senza accampare le scuse tipiche delle donne?”, giocò. “Nel qual caso saresti la compagna ideale.”
“Temo che a te basterebbe il terzo punto, Terry”, si arrese Giulietta, scontenta, non trovando appigli per carpire qualche ammissione più profonda.
“Potresti essere la casalinga più imperfetta del mondo e avere mal di testa ogni sera, che saresti ugualmente quanto di meglio un uomo possa desiderare, July”, le concesse, sincero, indifeso.
“Ma non sono abbastanza per farti cambiare vita, vero?”, bisbigliò.
“Non sarei mai alla tua altezza, lo sai. Meriti di meglio che un uomo che scappa dalle responsabilità e dagli impegni. Andresti a dormire serena, senza sapere con certezza in quale letto dormirò?”
“Questo perché non hai ancora voglia di impegnarti seriamente in una relazione. Il giorno che sarai pronto, con la persona giusta al tuo fianco, non vorrai nient’altro che lei. Allora mi verrai a cercare dicendomi: avevi ragione! E io, dall’alto dei miei ottant’anni, esulterò perchè Dio esiste e saprò che per tutti c’è una speranza”, scherzò Giulietta, mettendo fine ad un discorso doloroso e imbarazzante.
Si punzecchiarono ancora un po’, nonostante la stanchezza, scacciando la sgradevole sensazione che le parole non dette avevano lasciato nella tiepida atmosfera della stanza.
Per la prima volta si addormentarono abbracciati e con tutti gli indumenti addosso.
I pensieri di Balua ore 09.31 | 7 riflessioni  
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sabato 21 novembre 2009

capitolo quarantaduesimo



Giulietta, sola in camera sua, si spogliò e si lavò velocemente, riflettendo su quanto era accaduto. Trovava difficoltoso prevedere e assecondare gli sbalzi di umore di Terence, ma soprattutto non li capiva. Avrebbe desiderato insistere per una spiegazione, ma intuiva non fosse il momento giusto. Scacciando la spiacevole sensazione che qualcosa di irreversibile era accaduto, si infilò la biancheria pulita, una maglia lunga e, presa la divisa e le scarpe da lavoro, tornò nella stanza del ragazzo.
Lo trovò ancora intento a sciacquarsi quindi, stremata, si sdraiò sul letto, aspettandolo.
Quando lui uscì dal bagno la ragazza dormiva placida, rannicchiata su sé stessa, la mano sinistra delicatamente posata sotto la guancia. Rimase alcuni istanti ad osservarla, incantato e rapito dalla sua fragile ed innocente bellezza. Premuroso le sollevò le lenzuola fino alla vita e spense la luce, coricandosi lento al suo fianco, per non svegliarla. Fissando il soffitto, si fece travolgere da mille riflessioni che lo portarono a veder scorrere diverse ore sulle lancette dell’orologio.
Arrivarono le cinque e l’alba di un nuovo giorno quando Giulietta aprì gli occhi, perplessa nel notare il guanciale vuoto accanto a lei. Si stiracchiò, buffa, facendo sorridere debolmente l’uomo che la stava studiando seduto sulla poltrona.
“Come mai non sei a letto?”, chiese lei, ancora assonnata, cercando la sveglia.
“Mi sono alzato a fumare. E’ presto, chiudi ancora un po’ gli occhietti”, propose, tenero.
“Vieni qui?”, domandò, melliflua. “Mi stringi?”
“Certo”, si arrese lui, sdraiandosi accanto a lei e abbracciandola forte, ascoltando il proprio battito accelerare. “Ti chiamo io tra mezz’ora. Dormi July.”
“Terry, qual è il problema?”, sussurrò, piano.
“Il pudding che ho preso a cena. Mi ha dato fastidio, credo. Ho male allo stomaco”, mentì.
“Sicuro?”, domandò, incerta.
“Dici che è stato l’arrosto?”, glissò lui.
“Okay, non me lo vuoi dire”, si arrese Giulietta, sfiorandogli l’addome, leggera, disegnando piccoli cerchi attorno all’ombelico. “Dicono che aiuti a digerire, questa manovra.”
“A me pare che sortisca altri effetti”, bisbigliò, baciandole i capelli profumati.
Quando la mano di lei affondò sotto l’elastico dei boxer di Terence, fu chiaro che nessuno dei due avrebbe più riposato.
Si accarezzarono delicati e maliziosi, iniziando un gioco erotico lento e sensuale che li portò rapidamente a scordare qualsiasi problema inerente il loro strano rapporto. Usando l’ultimo preservativo della scatola, il ragazzo scivolò ansimante dentro Giulietta e assieme cavalcarono l’onda del desiderio che li fece esplodere di piacere, contemporaneamente, strappando loro una risata complice.
“E’ come se lo facessimo da sempre”, commentò la ragazza, appagata, osservando Terence.
“Avresti pianto molto meno se nella tua vita avessi fatto sesso in questa maniera più spesso, credimi!”, la schernì lui.
“Significa che con te non soffrirò, quindi?”
“Se eviti di innamorarti e continui a venire a letto con me, potresti campare felice cent’anni!”
“Ti basterei?”
Adesso non vorrei nulla di più, pensò il ragazzo, dicendo invece, borioso: “No, alla lunga cercherei un diversivo”, mentì. “Ma io sarei più che sufficiente per te! E ora preparati, che è tardissimo!”
“Sono finiti i profilattici”, gli ricordò, incominciando a vestirsi.
“Dovremo fare astinenza, quindi? Ce la farai?”, la provocò.
“Ovviamente no”, rise, sincera. “E nemmeno tu. Però io prendo la pillola, per la cronaca. E fortunatamente li vendono: con la tua promiscuità è meglio usarli vero?”
“E’ un modo per chiedermi se ho fatto il test dell’HIV?”
“Più o meno”, ammise, colta il fallo. “Ero curiosa..”
“Non è un po’ tardi per avere dei dubbi?”, la provocò.
“Mi hai detto che fai sesso protetto, quindi sono tranquilla. Ero solo interessata a sapere se hai mai fatto il test, tutto qui. Ma non importa che rispondi, sono cose personali.”
“Lo faccio due volte all’anno e non ho rapporti a rischio, July. Non vado con tossiche né prostitute. Sono anni che uso precauzioni: non sarei nemmeno più capace di farlo senza!”
“Con me però un margine di azzardo l’hai corso”, osservò. “Hai messo il preservativo quasi sempre all’ultimo momento e mai durante i preliminari e.. e tutto il resto”, aggiunse arrossendo. “L’aids si trasmette in diversi modi, e ne abbiamo evitati ben pochi..”
“Se non mi hai ingannato, credo che avrei più probabilità di essere infettato da una zanzara che da te, tesoro! Stai cercando di dirmi che dovrei stare in ansia?”, domandò, ironico.
“Stai lamentandoti della mia inesperienza?”, chiese, offesa.
“No July: considero i fatti. Non hai mai fatto nulla di avventato o avuto relazioni occasionali, e da molti mesi non facevi l’amore. Un vero spreco, tra l’altro. Che pericoli vuoi che ci siano?”
“Infatti, però non è carino che sottolinei la mia scarsa consuetudine!”
“Hai un talento naturale, credimi”, le confessò, sincero.
“Goditelo finchè puoi, allora. Magari decido di comportarmi come te ed elargire le mie capacità al mondo, che dici?”, gli chiese, sinuosa, baciandolo sulle labbra, impeccabile nella divisa blu.
“Ricordati dei vecchi amici, quando accadrà”, borbottò, cupo, attirandola sul letto.
“Ti turberebbe?”, si beò, lasciandosi abbracciare dalle forti braccia dell’uomo.
“Vorrei almeno riconoscenza eterna per essere stato il tuo talent scout”, la derise, perso nel collo di Giulietta, inebriato dal suo odore, scacciando l’immagine di lei stretta a qualcun altro.
“Non vorrei deluderti troppo, ma qualcuno prima di te aveva intuito le mie potenzialità. Voleva lasciare tutto pur di avermi, ricordi?”, mormorò, roca, eccitata dalle sue carezze, riferendosi a Romeo.
“Poi non l’ha fatto, però. Devi darmi il suo indirizzo, che gli mando un biglietto di ringraziamento. Non sa cosa si è perso, quel folle”, ammise. “A meno che la moglie non fosse strepitosa, nel qual caso si potrebbe anche capire.”
“Sandra è bellissima: sarebbe il tuo tipo, in effetti. Alta, bionda, prosperosa: un po’ logorroica ma immagino che potresti passarci sopra. Se decido di tornare sui miei passi, magari mando te a distrarla, che ne pensi?”
“Dico che come tu non vuoi sentir parlare di altre donne finchè siamo assieme, nemmeno io sono così entusiasta di ascoltarti mentre teorizzi un ritorno con quell’uomo. Risparmiami, te ne prego!”, gemette, sarcastico, esagerando volutamente uno stato d’animo che però era più che reale.
“Mi sembra equo”, valutò, gioendo silenziosa per quell’ennesima dimostrazione di affetto, dimenticando quasi completamente il rabbuiamento improvviso che l’aveva colto poche ore prima. “Scendo al lavoro, Terence. Dormi qualche ora, tu che puoi, dal momento che hai passato la notte in bianco. Mi servi in forma per gli imballi, questa sera!”
“Ad una condizione: promettimi che non dovrò vederti piagnucolare su ogni oggetto. Consuma le lacrime e i piagnistei con Jas, oggi pomeriggio.”
“Se ti preoccupi per così poco, immagina cosa sarà domani, quando dovrò dire addio a tutti.”
“Penso mi verrà l’emicrania dopo cena. Non sopporto di vederti piangere, lo sai.”
“Non ti azzardare! La tua presenza mi farà ricordare perché torno in Italia”, bisbigliò, impacciata.
“Hai solo anticipato: saresti rientrata dieci giorni dopo”, glissò, spaventato dalla complicità sempre più marcata che si stava instaurando tra di loro. “Arriverai in ritardo, vai ora”, ordinò, baciandola.
“Quanta paura hai, Terry?”, gli domandò a bruciapelo, socchiudendo la porta per accertarsi che il corridoio fosse deserto.
“Che tu mi trasmetta malattie?”, titubò, schivando prudentemente la domanda.
“Ho fatto le analisi quando ho abortito: sono sana. Non intendevo quello”, borbottò, delusa. “Ciao.”
“Giulietta?”
“Cosa?”, chiese, apertamente frustrata.
“Tanta. Ho moltissima paura di farti male.” E di farne a me, urlò nella sua testa. “Andrè ha ragione: alla fine tu piangerai ed io non me lo perdonerò.”
“Lui dice anche che tu sei troppo coinvolto, però.”
Terence sospirò, incerto se essere sincero. Decise invece di negare l’evidenza.
“Si sbaglia: nel qual caso sarei ancora qui secondo te? Me la sarei già data a gambe levate! Per sicurezza, comunque, sarò molto cauto. Moltissimo, anzi.”
“Perfetto!”, si rilassò lei, sorridendo sollevata.
“Cosa c’è di tanto rassicurante?”, si incuriosì il ragazzo.
“Avevo paura che scappassi da me!”, disse, sparendo nel corridoio.
Se solo ne fossi capace fuggirei eccome!, pensò, chiudendo gli occhi e piombando in un sonno profondo, turbato da sogni irrequieti.

Il turno di lavoro di Giulietta fu piuttosto ordinario e la ragazza ebbe tutto il tempo per liberare la sua scrivania, facendo una prima scatola con gli oggetti accumulati in ufficio.
Tutti i clienti a poco a poco seppero della sua imminente partenza e, terminato il breakfast, passarono in reception a scambiare qualche frase di circostanza.
Andrè andò a salutarla poco dopo le nove, prima di fare colazione, comunicandole che Jas dormiva ancora. “Terence scende?”, domandò.
“Credo sia meglio se tra un po’ lo chiami: non ha dormito, questa notte.”
“Non voglio sapere nulla, July! Mi è bastato vedervi attorcigliati sul minibus!”, si lamentò.
“Ma che vai a immaginare!”, lo redarguì. “Dice che non è stato bene: in realtà credo ci sia dell’altro, ma non ha voluto parlarmene”, ammise, dispiaciuta. “Non è che sondi il terreno?”
“Preferirei starne fuori. Cerca di capirmi: non voglio fare il vostro intermediario. Mi sono già esposto fin troppo: temo che Terence subisca un po’ il fatto che io e te siamo così affiatati.”
“Scusa, non avrei dovuto chiedertelo”, glissò lei, evitando di confermargli i legittimi dubbi. “Lascia perdere, dimentica quel che ti ho detto e corri a mangiare perchè oggi sarà durissima per voi: li ho visti agguerriti, i tuoi clienti! Alle sette e mezza stavano già scalpitando nell’atrio, bisticciando con le mogli che volevano accompagnarli nella penultima escursione. Credo che avrete compagnia: non mi sembravano persuase a rinunciare!”
“Dimmi che è uno scherzo, ti prego! Non ce la posso fare a reggere tutti, in barca, se è vero che Terry non sta bene! E’ meglio che mi ingozzi a dovere: posso sempre simulare un malore giusto?”
“Rimpinzati allora: è meglio! A dopo Andrè”, lo salutò, rispondendo al telefono.
Quando Terence scese, mancavano una manciata di minuti alle dieci e il resto sella truppa lo aspettava fremente fuori dalla hall. Passò come un razzo davanti al bancone dove Giulietta stava preparando il conto ad una coppia di clienti che avevano finito le ferie, lanciandole un bacio con la mano.
La ragazza non ebbe nemmeno il tempo di salutarlo che rapido sparì dalla sua vista, procurandole una puntura di rammarico. Liquidò i signori in partenza e stava per andare a mettere qualcosa sotto i denti quando il ragazzone rientrò, di corsa.
“Che succede, Terry? Stai ancora male?”, s’informò, ansiosa.
“Volevo solo dirti che è brutto svegliarsi in un letto vuoto che ha ancora il tuo odore”, disse, spiazzandola, mentre le infilava tra i capelli un bellissimo fiore di passiflora celeste che aveva verosimilmente rubato in giardino. “Secondo la Fracci è la pianta della passione: non so se è vero, ma ha il colore dei tuoi occhi. Scusami per ieri notte, July. E per tutte le volte che succederà ancora.”
“Hai parlato con Andrè”, intuì. “Gli avevo detto di lasciar perdere e non chiederti nulla!”, protestò.
“Sai com’è fatto: poi si preoccupa. Mi ha telefonato trenta secondi dopo averti salutato, credo.”
“Ho solo paura che tu sparisca dalla mia vita”, ammise.
“Non accadrà. Ma verrà il momento che dovremo distaccarci un po’: lo capisci, questo?”
“Ti chiedo solo di dirmi quando capiterà, Terence. Non voglio svegliarmi una mattina e scoprire che non ci sei più.”
“Se lo facessi il nostro comune amico mi scorticherebbe! Devo andare, piccola. Non piangere quando fai le scatole con Jas eh?”
“In questo momento preferisco disperarmi per lei, piuttosto che per te”, sospirò, sincera. Per quello ci sarà tempo, pensò, consapevole in cuor suo che Marina e Andrè avevano ragione: quel ragazzo le stava rubando il cuore e alla fine le cose si sarebbero messe piuttosto male.
Terence la salutò baciandola pudicamente su una guancia, sussurrandole però all’orecchio qualcosa che la fece visibilmente arrossire.
“Sei fissato!”, rise per tutta risposta Giulietta, dandogli una leggera pacca sul braccio muscoloso. “Non stancarti troppo, che gli scatoloni ti aspettano, questa sera!”
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lunedì 16 novembre 2009

CAPITOLO QUARANTUNESIMO



(Capitoli precedenti)

La serata al pub fu commovente. Jasmine aveva diffuso nel piccolo paesino la notizia della partenza anticipata di Giulietta, quindi al locale giunsero tutti gli amici pescatori che tanto amorevolmente l’avevano accolta e coccolata durante quei lunghi mesi di solitudine. Fu un saluto struggente e difficile, ricco di emozioni e lacrime. Benché le promesse di scriversi, sentirsi e rivedersi presto pullulassero, ognuno era consapevole, in cuor suo, che quello era, verosimilmente, un arrivederci a date piuttosto lontane nel tempo, se non un addio vero e proprio.
Terence ed Andrè osservavano i commiati da un angolo buio della sala, in compagnia di Jas ed Eric che singhiozzavano senza ritegno. Quando verso mezzanotte Giulietta decise che era giunto il momento di andare, nella piccola ma confortevole birreria calò un silenzio imbarazzato, rotto solo dai gemiti dell’amica che, visibilmente scossa, tentava di calmarsi.
“Su, Jasmine, la vedi ancora prima che parta!”, la consolò Andrè, premuroso, preoccupato di cosa sarebbe accaduto al momento della partenza, se già ora il livello di disperazione era tale.
“Portala via prima che la situazione degeneri”, bisbigliò Terence all’amico, alzandosi e facendo un cenno a Eric, nascosto dietro la cassa nel vano tentativo di ricomporsi, per chiedere il conto.
“That’s on the house”, rispose il giovane, mimando un gesto che fece intuire che la consumazione era offerta dalla casa.
“Thank you very much”, disse Andrè, stringendogli la mano e salutandolo calorosamente.
“Grazie”, gli fece eco Terence, cercando con lo sguardo Giulietta che impacciata cercava di liberarsi dai vari abbracci. “July, ti aspetto fuori. Eric, we are truly content to have known you. Good luck! Goodbye”, gli disse, dandogli una leggera pacca sulle spalle ed uscendo dal pub. Accendendosi una sigaretta in compagnia dell’amico, sbottò: “Odio gli addii, Andrè!”
“Tu detesti a prescindere qualsiasi manifestazione di debolezza, Terry”, lo derise. “Io aspetto che Jas sia pronta poi vengo in albergo con lei. Deve passare a prendere un cambio d’abiti: ha deciso di restare con Giulietta, domani pomeriggio, per aiutarla con i preparativi della partenza.”
“Che bella idea! Così frignano un po’ assieme e ci risparmiano, senza considerare che a noi resterà solo il compito di imballare gli scatoloni”, sospirò, raccontandogli di come July poco prima fosse entrata in panico dinnanzi alla moltitudine di cose da impacchettare e spedire.
Quando le due ragazze, entrambe con gli occhi rossi e lucidi, li raggiunsero, Jasmine stringeva convulsamente tra le dita un fazzolettino di carta liso ed intriso di lucciconi.
“Juliet, tu manchi già tanto a me!”, pigolò, abbacchiata.
“Jas, non vorrai consumare tutte le lacrime adesso?”, la schernì Andrè, prendendola per mano e staccandola dall’amica, in difficoltà. “Vi vedrete domani: salutala, adesso, che è stanca e deve iniziare il lavoro tra poche ore. Terry, alle dieci ci vediamo nell’atrio, se non ti alzi in tempo per la colazione: mi raccomando! July, cerca di riposare. Noi entriamo con la tua chiave”, le disse, sfiorandole la fronte con un bacio, esitando leggermente.

Il rientro fu piuttosto silenzioso. Terence rifletteva concentrato sui gesti e le parole di Andrè. Era così protettivo e devoto verso Giulietta che il gesto d’affetto, seppur normale, col quale si era accomiatato da lei stava assumendo ai suoi occhi proporzioni enormi, scatenando una imprevedibile ed insana gelosia. La ragazza, al contrario, non pareva minimamente colpita da quel bacio accennato e continuava a contorcersi nervosamente le mani, tentando di scacciare il senso di commozione che l’aveva investita al pub.
“Non pensavo sarebbe stato così difficile”, ammise, sospirando. “Ero talmente impaziente di rientrare in Italia che non ho valutato cosa questo avrebbe comportato. Non avrò nemmeno il tempo di salutare tutte le persone che ho conosciuto qui! Per non parlare dei bagagli: non ce la farò mai a preparare tutto entro venerdì pomeriggio, prima di prendere servizio! Ho anche annullato la gita prevista a Falmounth”, gemette.
“July, domani sera sarà già tutto a posto e venerdì potrai andare a salutare chi vuoi, te lo prometto.”
“Dal momento che è colpa tua se me ne vado all’improvviso, il minimo che tu possa fare è aiutarmi, in effetti. Quindi eviterò anche di sentirmi in colpa perchè ruberò ogni tuo momento libero per farti lavorare alla mia partenza!”, scherzò, allungandosi per stampargli un bacio sulla guancia.
“Non mi distrarre, che guidare questo catamarano è impossibile!”, nicchiò lui, riferendosi al pulmino su cui viaggiavano, ancora turbato da poco prima. “Se non trovi lavoro a casa, posso sempre mettere una buona parola per te come autista di corriere, dopo l’esperienza maturata qui!”
“Partendo dal presupposto che non siamo un villaggio vacanze e le attività di animazione e guida turistica sono una gentile cortesia per gli ospiti, credo che il nostro minibus vada più che bene”, si difese. “Sarò molto curiosa di verificare se il villaggio in Mar Rosso presso il quale lavorate è così perfetto!”
“Hai deciso di venire con noi?”, si incuriosì Terence, affatto entusiasta.
“Non lo so, vedremo. Se hai cambiato idea però non importa”, commentò Giulietta, mortificata, colta alla sprovvista da quella fredda reazione.
“Pensavo che l’attentato in America ti avesse spaventato. I paesi musulmani non sono i luoghi più sicuri al mondo, in questo momento”, si giustificò. “Non ho cambiato idea, July: non voglio però che tu corra inutili rischi. Noi lo facciamo per lavoro, è quasi un obbligo. Per te è diverso.”
“Temevo che ti fossi già stancato di me!”, confessò lei, sollevata. “Credi che ci parleremo ancora, a metà ottobre, al momento del viaggio? O mi detesterai perché ti avrò rifiutato?”, scherzò.
“Non smetterò in nessun caso di rivolgerti la parola, e mai ti negherò la mia amicizia. Se tu la desidererai, ben inteso”, le rispose. “Non sono però sicuro che tu riusciresti ad affrontare la realtà che ti aspetta in Egitto. Sai che là vado spesso..”
“Si, so che ci saranno molte amiche ad aspettarti a braccia e gambe aperte, non preoccuparti!”, ironizzò.
“Pungente, eh? Si direbbe che la cosa ti infastidisca!”
“Non più di quanto tu sia seccato da Andrè che è carino con me”, disse, guardandolo di sottecchi.
“Tu vaneggi!”, mentì, con più decisione del necessario.
“Sarà...”, disse vaga. “Qualora te lo stessi chiedendo, però, non vedo malizia nei suoi gesti. E’ semplicemente molto gentile e fraterno, nulla di più”, suggerì.
“A parte che, anche fosse, non avrei diritto di protestare, giusto?”
“Precisamente. Ma non è così, quindi risparmiati l’arrovellamento perché non ti farebbe mai una cosa simile, lui.”
“E tu?”, si informò.
“Me l’hai già chiesto oggi!”
“Infatti: e non mi hai risposto, July.”
“Hai detto che saresti felice se un giorno stessi con lui: mentivi?”, lo pungolò.
“Credo di no. Vorrei solo saperlo, immagino. Stai cercando di dirmi qualcosa?”
“No, Terry”, concesse, ridendo. “E’ che mi diverte troppo vederti geloso! Andrè non mi interessa in quei termini, tranquillo. E lui è solo preoccupato per me: non ha secondi fini. Anche se li avesse, comunque, piuttosto che ferirti cambierebbe orientamento sessuale!”
“Assieme sareste perfetti, però. Entrambi assennati, generosi, umili”, considerò, serio.
“Stai cercando di rifilare i tuoi avanzi agli amici? Non è molto carino!”
“Credimi: nessuno di offenderebbe con un simile scarto!”, rise, più rilassato. “So che tra voi non c’è nulla di romantico, per ora. Ma se un giorno i tuoi sentimenti dovessero cambiare me lo diresti?”
“Se ci parlassimo ancora, certamente. Perché ti preoccupa tanto questa cosa?”
“Perché temo che Andrè non lo farebbe, July. Ne sono quasi certo. Per non creare equivoci si terrebbe tutto dentro, anche rinunciando a qualcosa cui tiene davvero. E la cosa mi fa male, dal momento che tra noi non ci sono mai stati segreti.”
“Se lui ti mentisse, lo farebbe solo per proteggerti: ma non è questo il caso. La situazione tra noi è più che chiara, al momento. Anche da parte sua. E se ci fossero dei cambiamenti, te li comunicherei io stessa, d’accordo?”
“E’ una promessa?”
“Affare fatto. Possiamo chiudere il discorso, per favore?”, chiese Giulietta a disagio.
“Quando hai capito di piacere ad Andrè?”, chiese, ignorando la supplica, senza giri di parole.
“Terry, ammetto che ne abbiamo parlato”, concesse, ricordando la conversazione di quel pomeriggio. “Ad ogni modo, ti confermo che lui non ti sta nascondendo nulla. Crede solo che tu sia troppo paranoico a proposito di questa faccenda, e non posso che dargli ragione.”
“Perché non mi hai detto che ne avete discusso?”, volle sapere, enigmatico, parcheggiando nel piazzale dell’albergo. “Hai segreti con me?”, la canzonò, più sollevato, cercando la sua mano.
“Dovrei averne di più, forse!”, sorrise, abbracciandolo.
Nell’istante in cui i loro corpi si toccarono, la scintilla della passione si riaccese violenta, facendoli vibrare di desiderio. Si avvinghiarono sugli scomodi ma spaziosi sedili del minibus, perdendosi sinuosi in un avvincente ed irresistibile gioco di preliminari.
Quando una abbagliante luce di fanali illuminò l’ampio parcheggio, controvoglia si staccarono, arrossati ed eccitati, consci di essere stati sorpresi da Andrè e Jas. Si ricomposero appena in tempo per vederli scendere dall’auto, mentre notavano incuriositi i finestrini appannati del pulmino.
“Colti in fragranza di reato!”, ghignò Terence. “Voglio vedere come te la cavi ad inventare scuse: questa non me la voglio perdere!”, disse, scendendo rapido dalla vettura. “Ciao ragazzi! Avete fatto presto!”, li salutò, sfrontato, andando loro incontro.
Quando anche Giulietta li raggiunse, i capelli scompigliati e il viso paonazzo, Jas le chiese, ironica: “Camera di albergo non ti piace?”
“Meno male che siete arrivati!”, ironizzò la ragazza, guardando divertita il suo accompagnatore. “Ho scordato le chiavi e vi stavamo aspettando, quando questo animale mi è saltato addosso!”, rise. “Andiamo a letto che è tardi?”, propose poi, avviandosi verso la porta d’ingresso.
“Adesso vuoi andare?”, la prese di mezzo Terence. “Fino a poco fa mi imploravi di farlo lì dentro!”
“Non credetegli: non mi ha nemmeno sfiorato!”, mentì.
“Forse saresti più credibile se non avessi la t-shirt rovesciata”, constatò Andrè, visibilmente imbarazzato, scatenando l’ilarità generale.
“Tu da che parte stai?”, lo ammonì la ragazza, divertita. “Credevo fossimo amici!”
Giocarono ancora un po’ in giardino fumando l’ultima sigaretta e si augurarono la buona notte usciti dall’ascensore del secondo piano. Non appena Andrè e Jas furono entrati in camera, Terence bloccò Giulietta contro le pareti fredde del corridoio, baciandola smanioso.
“Potevi dirmelo che avevo la maglietta alla rovescia”, protestò, mentre il ragazzo si perdeva nei ganci del suo reggiseno, liberando la strada alle grandi mani che presero ad accarezzarla ovunque.
“Non sarebbe stato divertente, poi”, le rispose, sollevandola da terra e portandola, avvinghiata al suo corpo massiccio, nel proprio letto.
Fecero l’amore con impeto e desiderio, impazienti di appagare il reciproco bisogno di appartenersi.
Successivamente rimasero sdraiati, ancora semi vestiti, abbracciati l’uno all’altra, ognuno immerso in contorti pensieri.
“Dormi con me, July?”, si risolse a domandarle Terence, cedendo al cuore.
“Mi devo alzare alle cinque e mezza: non voglio disturbarti. E’ meglio se vado in camera mia”, tentò di resistergli, sempre più affascinata da lui.
“Resta, per favore. Non c’è problema, non ti sentirò nemmeno quando andrai al lavoro”, implorò.
“Fammi almeno andare a prendere la divisa, Terry!”, protestò, conquistata dai momenti di tenerezza sempre più frequenti che l’uomo le destinava.
“Mi secca lasciarti andare anche solo cinque minuti, quando sei con me”, ammise, vinto.
“Hai problemi di sdoppiamento della personalità, per caso?”, si informò, divertita. “Sei lo stesso uomo che da me vuole solo notti d’amore? Hai due facce: se da un lato sei sfrontato e sicuro di te, irriverente e talvolta irritante, dall’altro sei dolce e premuroso, tenero persino. Mi confonde non sapere mai cosa aspettarmi!”
“Fa parte del mio fascino”, ironizzò, riacquistando l’autocontrollo ed alzandosi dal letto. Aveva bisogno di staccarsi dal calore che il corpo di Giulietta emanava, dal suo profumo: erano per lui come una droga della quale non era mai sazio. Andrè aveva terribilmente ragione: era troppo coinvolto in quella assurda storia senza futuro. Doveva allontanarsi da lei.
“Ecco che ricompare il gemello cattivo”, protestò lei, scrutando l’espressione dura di Terence. “Ho sentito anche il rumore delle barriere che si alzavano, ora che ci penso”, osservò, delusa, intuendo il veloce dietrofront del ragazzo.
“Sono quasi le due, July. Forse è meglio se riposi un po’, che dici?”, propose.
“Magari ora suggerisci anche che torni in camera mia?”, si insospettì.
“Puoi restare se vuoi, te l’ho detto”, rispose morbido.
“Veramente mi hai implorato di non andare, poco fa! Una tua idea, non mia! Si può sapere che ti è preso?”, sbottò, rivestendosi agitata.
“Nulla, sono solo in ansia per le tue ore di sonno, piccola!”, mentì, cercando di essere convincente. “Sono felice se stai qui: vai a prendere la divisa e quel che ti serve per andare al lavoro e torna da me subito. Prendi la chiave per rientrare, così intanto mi faccio una doccia.”
“Sicuro che vada tutto bene?”, domandò lei, per nulla convinta.
“Benissimo, non bene, July!”, la rassicurò, falso. “Fai presto, su. Ti aspetto.”
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sabato 7 novembre 2009

CAPITOLO QUARANTESIMO



Mentre i ragazzi si divertivano in piscina e al beauty center, Giulietta si rituffò nel lavoro, tentando di concentrarsi anche sui preparativi per la partenza. Sei mesi all’estero fanno del luogo di lavoro una vera e propria abitazione, pertanto gli oggetti accumulati da imballare e spedire in Italia sarebbero stati parecchi. Aveva deciso di comportarsi come per il viaggio di andata: sarebbe rientrata con due sole valige e tutto il resto le sarebbe stato recapitato tramite corriere. Svolse quindi le formalità di routine per terminare le impellenze lavorative e, prima di organizzare il torneo di scacchi, controllò la posta elettronica trovando la mail di Marina.

“Lo sapevo! Lo sapevo che quello ti faceva capitolare!!!
Tu sei già cotta a puntino, Giulietta! Credi a me: te la stai raccontando. Non vuoi solo divertirti con lui: desideri ben di più da questa cosa! Ma stai attenta, per favore. Ti bruci, con uomini del genere. Non cambiano così facilmente, anche se è il sogno di ogni donna domarli.
Sono preoccupata per te, ma al contempo molto contenta di averti finalmente letta felice e fiduciosa. Non vedo l’ora di conoscere il ragazzo che ha fatto il miracolo: hai almeno una sua foto?
Per quanto riguarda il rientro anticipato, voglio pensare che sia a causa dell’attentato e non per correre dietro a lui, nel qual caso sei più invaghita di quel che credevo! Hai bisogno che venga a prenderti da qualche parte? Lo faccio volentieri, lo sai.
Quindi si va in Mar Rosso? Dimmi quando e dove che faccio i bagagli! Ho così tante cose da raccontarti, tesoro! Non vedo l’ora di riabbracciarti e stare qualche giorno assieme! Ah.. sono davvero tanto ma tanto colpita per come hai reagito alla chiamata di Romeo: e questo immagino ci riporti a Terence!
Non affrettarti a negare, che in cuor tuo sai che è così. Il fatto che tu non sia scappata di fronte ad un’emozione così forte è di per sé positivo, incosciente ma positivo. Significa che ti sei ripresa! Ora non vorrei che ripiombassi nella disperazione per un uomo impossibile da imbrigliare, però.
Vacci cauta, ascolta una vecchia saggia prossima alla separazione!
O forse dovrei darti il consiglio opposto e suggerire di lanciarti? Non so più nemmeno io cosa è assennato, nella vita. Guarda me: ho passato gli anni migliori facendo solo quel che era giusto e politicamente corretto, per poi ritrovarmi con una marea di rimpianti e un pugno di mosche in mano.
Forse fai davvero la scelta migliore tu, seguendo l’istinto. Alla tua età è consentito! Io però potrei essere tua madre quindi è doveroso che mi preoccupi un po’, o no?
Un abbracio. M.”

Giulietta lesse soddisfatta a lettera dell’amica, più e più volte. Nonostante si sbagliasse di grosso sugli ipotetici sentimenti che riteneva lei provasse per Terence, avevano raggiunto le stesse conclusioni: a ventisei anni ci si può ancora permettere il lusso di correre qualche rischio. Le rispose subito raccontando le ultimissime novità riguardo alla madre e alla casa, aggiungendo che le avrebbe fatto sapere l’indomani qualora avesse bisogno per il rientro.
Alle sei e mezza aveva terminato tutto il lavoro, evaso la corrispondenza, parlato col corriere per provvedere alla spedizione dei suoi effetti personali e organizzato il torneo serale. Non le restava che tornare nella hall e ricevere i clienti che silenziosi rientravano dalle escursioni e si assiepavano davanti al televisore per carpire le ultimissime novità da New York.
Gli ospiti italiani uscirono dall’ascensore eleganti e già pronti per la cena, poco prima delle diciannove, visibilmente più rilassati del giorno precedente.
“Dove siete stati oggi, di bello? Mi han detto i ragazzi che avete fatto una gita!”
“Giulietta, abbiamo visitato una galleria a St.Ives veramente interessante e ci siamo distratti in un paio di spiagge della zona: Carbys Bay e Porthminster Beach. Un’acqua meravigliosa! Hai visto che abbronzatura abbiamo?”, trillò la Fracci, gongolante.
“Hanno anche assalito tutti i negozi della zona, se vogliamo raccontarla proprio tutta”, borbottò Conti, gli occhi ancora vagamente segnati dal dolore risvegliatosi prepotente il giorno prima. “Ti domando scusa per come me ne sono andato ieri, cara. E’ stato un duro colpo..”, bisbigliò.
“Non lo dica nemmeno per scherzo, signor Conti. Ognuno reagisce come può a certe tragedie. Pensi che io ho fatto i biglietti per rincasare con voi sabato: non ci penso proprio a stare su un aereo senza conoscere nessuno, adesso. E voglio vedere mamma e papà!”, lo consolò la ragazza.
“Povera piccola”, la abbracciò la Busi, chioccia. “Chissà come ti devi essere sentita, così sola e lontana da casa. Se l’avessi immaginato restavo a farti compagnia, ieri!”
“E’ molto gentile, signora. In realtà alla fine sono stata con amici in un paese vicino, a cena. Sono venuti anche i ragazzi, con noi. Quel che è accaduto ha scosso tutti. La ditta di mio padre aveva uffici in una delle torri: ci sono un sacco di colleghi dispersi.”
“Che tragedia immane”, constatò Fracci, cupo. “Che dicono le ultime news?”
“I titoli dei giornali sono apocalittici, e là continuano a scavare. La stima delle vittime sta salendo drasticamente, anche al Pentagono. E pare che l’aereo schiantato in Pennsylvania fosse un volo dirottato e forse abbattuto dagli americani per evitare che colpisse altri obiettivi a Washington. Non si hanno conferme in merito, però”, aggiunse seria. “E dubito che mai ci saranno. Ma voi, signore, cosa avete acquistato?”, chiese, cambiando discorso.
“Un po’ di tutto, cara. Questo è per te!”, disse la Conti porgendo a Giulietta una scatolina di velluto. “Da parte di tutti noi! E abbiamo anche trovato un paio di pantaloni per Terence e un maglioncino a scacchi per Andrè. Dove sono, a proposito? Li hai visti, oggi?”
“Non dovevate disturbarvi, davvero”, mormorò imbarazzata aprendo l’involucro e scoprendo un paio di orecchini d’argento e acquamarina. “Sono meravigliosi! Grazie, grazie mille!”, disse, baciandoli affettuosamente, uno per uno, sotto lo sguardo torvo di Mr. Brown che sorseggiava un aperitivo al bar. “I ragazzi erano in piscina, nel pomeriggio, poi credo andassero in sauna”, rispose vaga. “Erano un po’ sotto tono, ancora!”, disse, ridacchiando tra sé e sé. “Volete che li chiami in camera? So che la barca per domani è confermata, se vi interessava sapere quello.”
“Lasciali riposare, se lo meritano. Se non dovessero scendere a cena, poi li cerchiamo per accordarci sull’orario per andare in immersione.”
“Immagino che tra poco saranno qui: qualcosa mi dice che saranno affamati!”, rise, ambigua. “La piscina stanca”, aggiunse in fretta. “E hanno nuotato a lungo!”
I clienti, soddisfatti della chiacchierata, si diressero verso il ristorante mentre Giulietta, rassegnata, tenne compagnia al vecchio signor Brown, che la rimproverò di preferire gli altri clienti a lui. Parlarono un po’, bevendo un fresco Chardonnay, e l’anziano cliente si dispiacque molto nell’apprendere che la sua prediletta sarebbe tornata in Italia, promettendo di dedicarle una canzone venerdì sera, per salutarla a dovere.
Quando anche l’anziano raggiunse la sala da pranzo, la ragazza meditò di farsi portare qualcosa da mangiare: lo stomaco brontolava parecchio. In quel mentre giunse il direttore, invitandola a cenare in sua compagnia. Rifiutare era impossibile pertanto si rassegnò all’idea di una lunga e noiosa conversazione sulla crisi delle borse, il crollo dei mercati e i costi di gestione delle strutture alberghiere. Fu durante questa soporifera conversazione che Andrè e Terence fecero il loro ingresso cercandola con sguardo apprensivo nel salone, non avendola vista in reception.
Giulietta fece loro un cenno col capo, sollevando gli enormi occhi blu al cielo, esasperata, non vista dal titolare, comunicando implicitamente ai suoi amici l’impossibilità di unirsi a loro.
“Come la lasci sola un attimo te la rubano, vecchio mio!”, scherzò Andrè.
“Di quello non mi preoccupo. E comunque non è proprietà privata”, rise Terence, avvicinandosi al tavolo dei loro clienti prossimi a degustare il dolce per accordarsi sull’indomani mattina.
“Giulietta ci aveva avvertiti che sareste scesi, prima o poi! Dice che siete affamati dopo tanta piscina!”, cinguettò la Fracci, sempre felice della presenza dei due ragazzi.
“Nuotare mette appetito!”, confermò ironico Andrè, guardando ammiccante l’amico. “Almeno io ho pranzato, Terry invece no! Sta morendo di fame, in effetti”, sghignazzò.
“Veramente io sono abituato a nuotare e saltare i pasti: sei tu che hai fatto qualcosa di diverso dal solito, sai?”, rispose allusivo, guadagnandosi una gomitata. “Allora ci vediamo domani alle dieci nella hall, come al solito! Buona serata, signori!”, disse congedandosi e prendendo posto ad un tavolo vuoto, aspettando Andrè che si era intrattenuto in convenevoli. Da quella posizione poteva ammirare il profilo perfetto di Giulietta: il naso dritto, la mascella morbida, lo zigomo pronunciato e quell’affascinante gesticolare che la rendeva così buffa quando parlava.
“Sei in venerazione?”, lo derise l’amico, sedendosi.
“E’ bella, vero?”, chiese, sommesso. “Non è appariscente né particolarmente avvenente, ma nel suo essere semplice e genuina è stupenda, non trovi?”
“Lo strano è che queste cose le dica tu, Terry. Io da sempre sostengo che la bellezza sta nella normalità e non nell’esagerazione. Tu invece hai sempre amato le donne eccessive!”
“Anche lei lo è, a modo suo, non credere..”
“Risparmiami i dettagli sulla nottata di sesso, per favore!”
“Non mi riferivo a quello, Andrè! Non solo, almeno”, ridacchiò. “Intendo dire che a volte sembra un animale in gabbia: una tigre in un corpo da colomba. Pare che abbia voglia di rinnegare tutto ciò che è sempre stata; non capisco però se vuole diventare qualcosa che non è per evadere dalla routine o se invece scappa da un’immagine che si era cucita addosso e non la rappresenta più.”
“Te lo domandi per il fatto che sta con te nonostante tu sia in antitesi con tutto quel che ha sempre voluto in un uomo?”
“Non sta con me, chiaro? Comunque si, mi chiedo perché ha voluto imbarcarsi in questa cosa. So che ne avete parlato quindi conosco anche il tuo punto di vista.”
“Non so se tu rappresenti la fuga dal passato doloroso o la ricerca di un futuro migliore. Comunque la stessa domanda posso farla a te: lei è la vita che vorresti o una momentanea deviazione dalle tue abitudini, per provare qualcosa di diverso?”
“Credo che avrebbe tutte le carte in regola, se fossi pronto a cambiare vita. E non lo sono. Il discorso è comunque un altro: io non sarò mai abbastanza per Giulietta. Lei è combattuta tra istinto e ragione, passato e futuro, bisogno di controllo e desiderio di lasciarsi andare. Qualunque strada deciderà di intraprendere, però, vorrà accanto qualcuno di cui potersi fidare. Non me, quindi. Vivrebbe nell’ansia di essere tradita e prima o poi si stancherebbe di questa incertezza e mi scaricherebbe. Quindi a che pro cercare un futuro dove non c’è speranza?”
“E’ per questo che la porti in ferie? Per divertirti e basta? Solo sesso? Non ci crede nessuno, dai! Nemmeno tu, in fondo. Le persone cambiano, Terry. E’ ovvio che la fama di persona superficiale ti preceda, ma starebbe a te tranquillizzarla, con il tempo e ampie dimostrazioni di fedeltà. La fiducia va guadagnata e conquistata, giorno dopo giorno, per una vita intera.”
“So che è folle, non pensare che non ne sia conscio, Andrè”, bisbigliò, angosciato. “Ma quando l’avevo tra le braccia, questa notte, ho desiderato che fosse mia per sempre.”
“Dico a te quel che ho detto a lei?”
“Mi ha già fatto il riassunto, grazie. Tra l’altro, grazie per averle messo in testa che io sono troppo coinvolto in questa storia! Faccio di tutto per dirle che voglio solo divertirmi e tu mi smentisci?”
“L’ho detto di entrambi perché lo penso, Terence! E non mi sbaglio, accidenti! Ti avviso solo di una cosa: non intendo vedere né lei piangere né te soffrire, chiaro? E non voglio stare tra due fuochi o smettere di frequentarla perché avete dei problemi da risolvere. Quindi godetevi questa cavolo di vacanza e al ritorno fate in modo che le cose siano chiare. Che siate una coppia di fidanzati, amici o amanti, non mi interessa. E vedete di fingere bene, se la situazione non è risolta, perché mi rifiuto di sentire lagnanze e piagnistei. D’accordo?”, sbottò Andrè, agitandosi.
“Calmo, eh? Perché ti incazzi così? Mi fai andare di traverso la cena!”, rise Terence, divertito dal fervore dell’amico. “Tu sei geloso, c’è poco da fare. Stai impazzendo al pensiero che lei soffra, riconoscilo.”
“Non voglio che tu le faccia male con la fuga che farai, perché Giulietta è stata chiara: vuole vivere intensamente ogni momento con te per non avere rimpianti. Non si tratterrà e tu ci lascerai il cuore. Quindi mentile, simula, fai quel che vuoi ma non provare a scappare da lei: la faresti sentire sconfitta. Intanto perché ti vuole bene e poi perché capirebbe di aver messo a repentaglio il rapporto d’amicizia, cosa a cui tiene molto, per una leggerezza. Perciò sei avvisato.”
“Mi domando chi di noi due sia più invaghito di lei, se tu od io”, disse serio.
“Non ci provare, Terry. Non attacca. Non mi sentirò in colpa perchè mi piace. Sarei contentissimo se vi metteste assieme, lo sai: non sono geloso di questo. Soltanto, se vuoi metterci della malizia, pensa che non sopporterei di non vederla più per colpa tua, okay? Hai presente tutta la manfrina che ti faccio sempre a proposito di Katia? Bene, vale anche per Giulietta. Trattala come se fosse mia sorella!”
“Con lei non ci vado a letto, però”, sdrammatizzò ironico. “Non ancora, almeno!”
“Dopo lo racconto alla tua bella, vediamo cosa ne pensa di questo!”, rise, rilassandosi.
“Ho il divieto di guardare altre donne finché esco con lei, quindi per qualche giorno tua sorella è al sicuro!”, gongolò. “Andrè, me lo diresti se ti desse fastidio qualcosa?”
“Mi pare di averlo appena fatto, no?”, nicchiò.
“Intendevo: se i tuoi sentimenti per Giulietta cambiassero, me lo diresti?”
“Certo che no!”, ridacchiò, dissimulando.
“Si che lo faresti, invece! Vero?”, chiese, incerto. “Dolce?”
“Io prendo un pudding al cioccolato”, tagliò corto. “Poi ci prepariamo: Jas ci aspetta!”
Andrè sperò che, portando il discorso sulla bionda inglese, l’amico gli desse tregua.
“Non sapevo dovessimo uscire”, commentò perplesso Terence.
“Jasmine ha insistito tanto perché andassimo al pub. Mi dispiace: dopo aver saputo della imminente partenza di July non ha voluto sentire ragioni. Magari è sufficiente che mi accompagnate là.”
“Quindi dorme da te anche oggi?”, chiese ammiccante. “Attento a non stancarti troppo eh?”
I due amici si punzecchiarono un po’, divertiti, ingaggiando una lotta tutta maschile a colpi di dissacranti battute, finché Giulietta li raggiunse.
“Potevate inventarvi un’emergenza? Fingere di stare male, qualsiasi cosa pur di salvarmi da quell’uomo! E’ gentile ma monopolizza la conversazione!”
“Sai, eravamo troppo intenti a mangiare dal momento che la nuotata ci ha affamati!”, la derise Terence, facendola arrossire. “Quindi sabato parti con noi? Hai prenotato il biglietto?”
“Tutto organizzato: sono pronta. Devo solamente fare le valigie ed imballare la roba che il corriere spedirà lunedì. Non mi par vero, ragazzi. Torno in Italia! La prima cosa che farò sarà mangiare una pizza decente! Nella mia casetta! Terry, non te l’ho ancora detto: mamma si è trasferita dal suo uomo lasciandomi l’appartamento!”
“Fantastico: organizziamo una festa di inaugurazione allora!”, dichiarò entusiasta. “Così ci presenti le tue amiche!”, la provocò.
“Prima la rinnovo io con un amico di vecchia data, se non ti dispiace”, rispose piccata. “Hai detto che partiamo lunedì noi? Perché domenica ho già preso questo impegno!”
Andrè scosse la testa, arreso: “Terence, non cambierai mai!”
“Vado a preparare la sala per gli scacchi, salgo a cambiarmi e arrivo. Ci vediamo al pulmino tra un attimo, ragazzi”, disse, alzandosi.
“July, hai capito che scherzavo vero?”, mormorò Terence, dispiaciuto, trattenendola per il braccio
“Io no, però. Ho davvero qualcuno che mi aspetta smanioso, a casa!”, rispose, sarcastica, liberandosi dalla presa e andandosene.
“Cazzo Terry, poi ti lamenti che non si fiderà mai? Chissà perché! Ti scortico se la fai soffrire, ricordatelo: vai a scusarti”, ordinò Andrè.

Terence si fermò al bar nella hall sorseggiando un caffè, aspettando che la ragazza uscisse dalla sala relax.
“Ti accompagno su, posso?”, le chiese, impacciato, accostandosi a lei che attendeva l’ascensore.
“Vuoi spiare nei cassetti alla ricerca di foto delle mie amiche, così ti avvantaggi?”
“Sai che non dicevo sul serio!”
“Certo che lo so, ma almeno per un secondo puoi fingere che non ti interessino altre donne?”, sibilò entrando nella porta scorrevole, seguita dal ragazzo. Premette il tasto 2 e si zittì, scrutandolo.
“Se vuoi mi getto per terra e imploro perdono: può servire?”, chiese, avvicinandosi e cingendole la vita, sfiorandole dolcemente il collo con un morbido bacio.
“Aiuterebbe, in effetti”, ridacchiò, respirando a fondo il fresco odore dell’uomo.
Quando l’ascensore si fermò, si scostarono rapidi, evitando che qualcuno fosse in attesa nel corridoio del secondo piano. Poiché era deserto, si avviarono verso la stanza di Giulietta, assieme, mano nella mano. Al riparo da occhi indiscreti, nella riservatezza della camera, Terence le prese il volto tra le mani e cercò avido le sue labbra, baciandola con passione. “Mi sei mancata, oggi”, le sussurrò, sincero, slacciandole i bottoni dell’austera divisa color aviazione.
“Andrè ci aspetta giù. Non farti strane idee!”, lo ammonì, allontanandosi.
“Lo lasciamo al pub e torniamo subito, va bene?”, propose, ammirandola mentre si sfilava svelta i vestiti da lavoro e si scioglieva i capelli. “Lo riporta Jas e si ferma qui a dormire, ha detto.”
“Una birra la prendiamo però, vero? Devo salutare qualcuno, là. Ci pensi che sono le mie ultime noti inglesi?”, mormorò, triste. “Guarda questo casino, Terence. Domani è già giovedì: come farò a sistemare tutto in soli due giorni? E’ stata una follia programmare il ritorno così presto!”, esplose, colta dal panico.
“Domani sera veniamo noi e ti aiutiamo a sistemare tutto. Faremo in un baleno. Stai calma, July: berremo tutte le birre che vuoi, se ti aiuta”, disse, abbracciandola, in piedi alle sue spalle, osservando i loro riflessi nello specchio immenso che troneggiava nell’anta dell’armadio.
“In confronto a te sembro un latticino!”, sorrise, notando l’immagine del braccio bronzeo di lui posato sul suo sterno pallido. “Se mi lasci mi vesto, che dici?”
“Che sei bella comunque”, bisbigliò, sedendosi sul letto ed osservandola prepararsi.
Giulietta indossò velocemente i jeans, prese una maglietta dalla pila di indumenti accatastati sulla sedia e calzò un paio di Adidas chiare; spazzolò i lunghi capelli neri, li fermò con due mollette celesti e si dichiarò pronta, prendendo dalla tasca della giacca da lavoro il piccolo astuccio di velluto contenente gli orecchini donati dai clienti italiani.
“Hai ricevuto proposte di matrimonio, oggi?”, si incuriosì Terence, scrutando la preziosa scatolina.
“Ho rimandato qualsiasi risposta a dopo la nostra vacanza, non temere!”, ghignò, aprendo la confezione e raccontandogli del generoso gesto dei suoi sommozzatori.
“Ti stanno d’incanto: illuminano gli occhi”, constatò ammirato, quando li indossò.
“Va bene, ti sei fatto perdonare, per oggi. Puoi smetterla coi compimenti! Andiamo?”
“Tutto pur di farti felice, mia regina”, la derise.
I pensieri di Balua ore 09.56 | 5 riflessioni  
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mercoledì 4 novembre 2009

capitolo trentanovesmo


Parlare con sua madre aveva reso Giulietta felice. Per la prima volta da tantissimo, forse da sempre, sentiva di avere una complice, un’amica che l’avrebbe sempre appoggiata e sostenuta nei momenti bui. Fu col sorriso sulle labbra che aprì la porta dell’ufficio e si trovò dinnanzi Andrè e Jas appoggiati al bancone della reception.
“Dormire poco ti rende raggiante!”, la schernì Andrè, facendola arrossire.
“Ciao, Juliet”, la salutò Jasmine, intuendo dalla battuta del ragazzo come l’amica avesse passato la notte. “Tutto bene?”, chiese, in un italiano sempre più perfezionato.
“All right! Ero al telefono con mamma: sabato torno a casa!”, sillabò, lenta.
“Saturday?”, si informò la ragazza, stupita. “Why?”
“Rientri con noi?”, le fece eco Andrè, sbigottito. Qualsiasi cosa fosse accaduta con Terence, doveva essere stata speciale se sortiva quegli effetti.
“Mamma e papà vogliono che vada a casa, hanno paura di attentati qui in Inghilterra”, spiegò, dicendo parzialmente la verità. “Ed io mi sento più sicura viaggiando in compagnia. Poi ho una casa da sistemare: mia madre si è trasferita e mi ha lasciato l’appartamento!”
“No Juliet! Tu lasci me sola qui: io triste, no happy!”, brontolò la biondissima inglese.
“Jas, verrò a trovarti presto! E tu devi venire in Italia da me, promettilo: ora ho anche una stanza confortevole per ospitarti!”
“Yes, I will come to you. Dopo Natale, forse. Prima di tua partenza facciamo una festa, okay?”
“Venerdì sera c’è il karaoke. Vieni anche tu, Jas: ci divertiamo. Non essere triste, su. Dove avete pranzato? C’ho una fame, io!”, ammise, ascoltando il suo piccolo stomaco rumoreggiare.
“Immaginavo. Tieni, è per te”, disse Andrè porgendole un sacchettino contenente due muffin al cioccolato. Vederla così serena e raggiante era una gioia, per lui. Anche se quella luce negli occhi era destinata ad un altro uomo. “E questi sono i giornali. Un po’ monotematiche, le prime pagine di mezzo mondo”, osservò, avvilito, posando sul banco un fascio di quotidiani recanti tutti la stessa immagine in copertina: le torri che fumavano, violate.
“Grazie mille. Colleziono le copie dei quotidiani, quando accade qualche grande evento. Anche se questo credo li batta tutti. L’esemplare più vecchio che possiedo è del 12 luglio 1982: la Gazzetta dello Sport all’indomani della vittoria della Coppa del mondo della nostra nazionale di calcio.”
Jasmine chiese chiarimenti, non avendo afferrato proprio tutta la conversazione, e Giulietta si affrettò a tradurre, approfittandone anche per domandarle se era stata bene con Andrè quel giorno. Chiacchierarono un po’, complici ed ermetiche, finchè il ragazzo ebbe la sensazione di essere preso in mezzo. “State spettegolando su di me per caso?”, chiese, avvampando.
“Un po’”, rise l’italiana mentre l’inglese controllava l’orario e, rattristata, constatava che doveva andare al pub a preparare per l’apertura.
“Venite più tardi?”, domandò, supplicante.
“Jas, domani prendo servizio alle sei. Non saprei...”, considerò Giulietta esitante.
“Please, July! Poco poco, una birra and we go to bad. Please!”, implorò.
“Okay, hai vinto! Alle dieci siamo lì, ma voglio tornare in albergo presto!”, cedette infine.
“Grazie! See you later, July”, trillò felice.
“L’accompagno alla macchina: arrivo”, disse Andrè allontanandosi.
Giulietta, in attesa dell’amico, sfogliò attonita le prime pagine dei giornali, frastornata dai titoli cubitali che si imprimevano violentemente nella memoria.
Apocalipse, diceva il Daily Mail. Is this the end of the world?, si chiedeva il Daily Star. Sul Sun spiccava la frase: Day that changed the world, mentre il Mirror, il Guardian, il Times di Londra ed il Telegraph parlavano di guerra, sulle loro testate, con frasi choc come A declaration of war, War on America, When war came to America e War on the world.
C’erano anche altri quotidiani esteri, nel malloppo. Il Sole 24 ore intitolava 20 mila morti a Manhattan; il Corriere della Sera Attacco all’America e alla civiltà; il New York Times U.S.Attacked; le Monde L’Amérique frappée: le monde saisi d’effroi.
Andrè rientrò trovando Giulietta allarmata di fronte a queste intestazioni.
“Credi che inizierà davvero la terza guerra mondiale?”, chiese preoccupata, quasi incredula.
“Penso che gli Americani non staranno a guardare impotenti: sferreranno presto l’offensiva. E quel giorno il mondo intero si dovrà schierare.”
“Contro chi combatteremo, poi? Contro chi nasconde questo Bin Laden? Contro l’Islam? Dobbiamo iniziare ad odiare tutti i musulmani?”, si scaldò.
“L’estremismo ideologico religioso c’è sempre stato e sempre ci sarà. Soltanto che da ieri l’intero occidente non si sente più al sicuro. Si era tutti convinti di vivere in città difese e vigilate, super protette e controllate: non è così.”
“Non vedo l’ora di rientrare in Italia e abbracciare i miei cari. Poco fa ero al telefono con mia madre, Andrè. Mi piacerebbe ricostruire un rapporto con lei: forse non è troppo tardi!”
“No, non lo è mai. Quindi, se ho ben capito, abiterai da sola in quella che era casa dei tuoi? O prevedi di avere presto qualche inquilino?”, la irrise, ambiguo.
“Ti vuoi proporre, per caso?”, chiese ammiccante, scherzando.
Magari potessi!, pensò il ragazzo, sincero. “Sei la donna del mio amico no? Non possiamo fargli questo, non sarebbe giusto...”, disse, canticchiando la nota canzone dei Pooh.
“Io non sono proprio la donna di nessuno!”
“Mi vuoi dire cosa è successo con Terry questa notte per farti convincere a rientrare con noi?”
“Sesso favoloso?”, buttò lì Giulietta.
“Risparmiami i dettagli, ti prego!”, gemette Andrè, debolmente roso dalla gelosia. “Seriamente, cosa ti ha fatto cambiare idea? Ieri sera non volevi nemmeno esporti con lui!”
“Sesso favoloso, te l’ho detto!”, ghignò la ragazza, serafica. “E la voglia di godermi il momento, per quanto breve sarà. Devo a me stessa il diritto di fare qualcosa di folle ed incosciente, una volta nella vita. Senza pensare alle conseguenze”, considerò, seria, raccontandogli tutte le valutazioni che lei e Terence avevano fatto sul loro rapporto. “Torno per andare via con lui qualche giorno..”
“Non hai paura di farti male?”
“Me ne farei se fuggissi, Andrè. Voglio vivermi questa parentesi, senza pensare se è giusto o sbagliato e soprattutto a cosa accadrà in seguito. Resteremo amici come adesso, se andrà tutto come previsto. Alla peggio piangerò un po’ e tu mi consolerai, vero?”, ammise, ricordandogli che lei e Terence avevano modi di vivere troppo diversi per considerare prospettive future assieme.
“Preparo i fazzoletti, allora”, commentò, scettico, quasi infastidito.
“Spiegami dove sta il problema! Sei tu che hai insistito sul fatto che dovevo incominciare a lasciarmi andare. Perché adesso sembri perplesso?”
“Mi pare solo assurdo il discorso che hai fatto, ad essere sincero. Se con lui ti senti bene perché metti dei limiti? Non puoi stare a vedere che succede, anziché partire dal presupposto che non ci sono prospettive? Se sai già che non potrà mai funzionare, perché vuoi rischiare di soffrire?”
“La passione?”, azzardò lei, troppo entusiasta per farsi scoraggiare dalla ferrea logica di Andrè.
“Deve aver superato sé stesso allora, per ridurti nella condizione ebete in cui vegeti!”, disse piccato.
“Perché sei arrabbiato? Fino a ieri caldeggiavi questa cosa! Sembri geloso!”, protestò lei.
Il ragazzo si zittì, conscio che buona parte della reazione, oltre che dal senso di protezione per i due amici, era davvero causata dalla gelosia.
“Mi dici che ti è preso oggi?”, insistette lei.
“July, nulla, scusami. Sono un po’ stanco anche io, forse”, nicchiò.
“Scusa un corno! Adesso mi spieghi!”, si adirò lei.
“Giulietta, fai una cosa: non ascoltarmi. Sono geloso, d’accordo?”, si inalberò. “Voi sarete bravissimi a vivervi questa parentesi, come l’hai definita tu. Il vostro rapporto non cambierà di una virgola e nessuno si farà male. Okay?”
“Hai paura per me o per lui?”, mormorò lei, colpita da quell’improvviso moto di rabbia.
“Per tutti e due. Mi sento responsabile perché vi ho spinti a seguire l’istinto e ora temo che tu stia esagerando. Sei invaghita di lui e ti nascondi dietro a questo carpe diem, come se fossi un’adolescente protagonista di qualche telefilm. Se è una storia quella che vuoi, non devi mettere in ballo così tanto le tue emozioni. E di Terence, che mi dici? Lo sai che fuggirà lontano, prima o poi. E tu starai da schifo, perché nel mentre i tuoi sentimenti saranno ancora più forti di adesso.”
“Apprezzo che tu ti preoccupi per noi ma stai tranquillo: è tutto sotto controllo. Terence non si farà coinvolgere: ha detto che non se la sente. Vuole solo qualche notte di sesso. Quanto a me, desidero sentirmi libera per un breve attimo, senza tutti gli schemi, i problemi, le elucubrazioni mentali che mi sono sempre fatta. Capisco che tu sia geloso, credo sia umano, ma lui non si allontanerà mai da te, davvero.”
“Tu pensi che io sia geloso di Terence?”, chiese il ragazzo, spiazzato, ridendo di gusto.
“Siete sempre assieme, uniti, poi arrivo io e te lo rubo. Direi che è normale che ti senta un attimo a disagio, no?”
“Giulietta, sei fuori strada, te lo posso garantire. Nulla mi farebbe più contento di vederlo finalmente sistemato, davvero. Non sono geloso, figurati!”. Non come pensi tu, almeno, pensò. “Temo solo che vi feriate a vicenda”, ammise. “E l’ultima cosa che vorrei è dovermi dividere tra voi due perché non vi parlate più. Non potrei mai abbandonare Terry, lo capisci vero? Al contempo, sarei dispiaciuto di non poterti più frequentare: mi piaci, se non l’avessi capito!”, confessò.
“Potrei sentirmi lusingata: sembra una dichiarazione in piena regola!”, scherzò lei, cercando di capire se ci fossero dei sottintesi dietro quelle parole.
“Davvero?”, arretrò lui, sulla difensiva. “Hai avuto pessimi precedenti allora, se ti compiaci per così poco! Sai che ti dico? Vado a fare un tuffo in piscina e una sauna, prima di dormire un paio d’ore!”
“D’accordo”, sussurrò Giulietta, confusa dalla repentina sterzata del ragazzo. “Sicuro che sia tutto a posto tra noi, Andrè?”, chiese incerta, trovando il coraggio. Aveva già fatto allusioni simili nei giorni precedenti e non era da lui provocarla in quel modo.
“Perché non dovrebbe esserlo?”, tergiversò, imbarazzato.
“Per un attimo mi è parso che..”, esitò, vergognandosi. “Nulla, non farci caso. Rilassati in sauna. Se vuoi anche un massaggio posso guardare se c’è qualcuno libero, nel beauty center.”
“Grazie, perché no? Approfitterò fino all’ultimo di questa insperata giornata di ferie. Domani i clienti vorranno fare il doppio delle immersioni, per recuperare: potrei scommetterci. Anzi, mi faresti un favore? Chiami il noleggiatore della barca per confermargli che andiamo? Questa mattina, quando ho telefonato per disdire, non so se mi sono spiegato troppo bene in inglese!”, disse, porgendole il biglietto da visita con i recapiti.
Le loro dita di sfiorarono quando Giulietta lo prese, facendo scattare indietro Andrè, troppo rapidamente per non ridestare la curiosità della ragazza.
“Certo”, acconsentì sconcertata, sollevando il solito sopracciglio e guardandolo fisso nei profondi occhi azzurri.
Era riferito a me il discorso che Andrè ha fatto quella notte al faro!, realizzò tutt’a un tratto, dischiudendo impercettibilmente le labbra per lo stupore, mentre ripercorreva rapida certe battute, alcune parole appena accennate e diversi sguardi che aveva deliberatamente ignorato in quei giorni.
Il ragazzo si accorse dell’espressione sbalordita di Giulietta e intuì che il segreto era svelato: non restava che arginare i possibili imbarazzi. “Non è come pensi, July..”, iniziò, vedendola arrossire.
“Terence lo sa?”, volle sapere.
“Non c’è nulla da sapere: non far diventare complicata una questione semplicissima! Mi piaci, mi sei piaciuta subito e lui ne è consapevole. Ma finisce qui. Te l’ho detto: non mi faccio coinvolgere da una donna con la quale non ho speranze! Litigare col mio migliore amico per causa tua è l’ultimo dei miei desideri quindi stai serena, è tutto sotto controllo. E per rispondere alla tua domanda: si, Terence sa tutto quel che serve. Cioè ben poco, a dire il vero. Corrispondi al mio ideale di ragazza: è un dato oggettivo. Da lì a farmi voli pindarici ce ne passa! Soprattutto ora che ti sto conoscendo meglio. Non sei poi la perfezione che credevo, sai?”, scherzò.
“Perché ho ceduto alle lusinghe di Terence?”, si informò, ambigua.
“A parte il fatto che credo che a soccombere sia stato lui, no, non è per quello. Pensavo fossi più equilibrata, forse. Quindi problema risolto: io accanto voglio una donna bilanciata. Tu sei troppo irrequieta per i miei gusti!”, mentì, spudorato.
“Io non sono irrequieta!”, protestò, indecisa se credere a quelle parole. “E soprattutto, non ho fatto capitolare il tuo amico: ti garantisco che era consenziente e consapevole. Quanto a te, non immaginavo minimamente che potessero interessarti le ragazze come me. Ti vedo così adulto e maturo, saggio persino, che quelle così credevo le adottassi come casi sociali.”
“Infatti, è quel che ho detto io”, disse, cogliendo l’assist. “Ti avevo interpretata male: forse non sei affatto il mio tipo. Se irrequieta non ti piace, come termine, preferisci immatura?”, ironizzò.
“Ora sei ingiusto, però”, brontolò, ferita. “Ho solo avuto un anno difficile!”
“July, sto giocando. Sei in gamba, sul serio. Ma non ho velleità su di te. Quindi ti prego: archiviamo il discorso prima che a quel paranoico di Terence tornino i dubbi. Mi piaci, sei dolce e carina e mi dispiacerebbe se dovessi soffrire. Ma finisce lì. D’accordo?”
“Se non ci fosse stato lui?”, si azzardò a chiedere.
“Vedi che sei irrequieta? Ti diverti a provocare! Se non c’era lui non cambiava nulla, te l’ho detto! Hai troppe problematiche da risolvere e io non sono votato al martirio”, finse, convincente. “Ti vedo come una sorella minore, non temere.”
“Va bene, ti credo. Mi seccherebbe che il nostro rapporto fosse rovinato da stupide questioni, lo sai? Mi trovo così bene con te!”, disse, abbracciandolo, provocandogli un sottile fremito.
“Evita di parlarne a Terence, per favore. Ci ho messo parecchio a convincerlo che non è un problema, per me, se voi vi frequentate: non roviniamo tutto. Puoi tenere un segreto con lui?”
“Guarda che non è il mio ragazzo! Non devo mica raccontargli tutto eh? Vai in piscina, ora. Chiamo il massaggiatore per informarlo che ti servirai di lui, più tardi.”
“E anche il proprietario della barca, per favore!”
“Anche lui, si. A dopo, Andrè!”, lo salutò, sorridente e rassicurata.
Il ragazzo nuotò a perdifiato per un’ora, cercando di scacciare la fastidiosa sensazione che lo invadeva: odiava non riuscire a far tacere il sentimento di affetto che nutriva per Giulietta. Se fino al giorno precedente tutto pareva filare liscio, il saperla tra le braccia di Terence per qualcosa di più che una semplice avventura lo irritava. Non ne aveva il diritto, ne era cosciente: però era qualcosa che trascendeva dal razionale controllo. Immaginarli assieme, soli ed amoreggianti, era un crudele supplizio che gli arrecava piccole stilettate in mezzo al petto.

Mentre tra una bracciata ed una battuta di gambe Andrè tentava di ritrovare l’equilibrio vacillante, Giulietta lavorava beata alla reception. La conversazione di poco prima non l’aveva affatto turbata. Anche lei, immediatamente, si era sentita in sintonia con Andrè: i suoi modi gentili, la pacatezza e il fare rassicurante l’avevano fortemente colpita. Però non era scattato quel qualcosa che rende elettrizzante un incontro: non c’era tensione tra loro, né attrazione fisica. Un vero peccato, a conti fatti, si disse, averlo conosciuto in quelle circostanze. In un momento diverso, con un’emotività più stabile, era certa che si sarebbe interessata a lui e non a Terence che, lo sapeva, rappresentava un tentativo di evasione da tutto quello che aveva sempre rappresentato la sua vita.
La ragazza si fermò un attimo a riordinare i pensieri, meditando su quello che le stava accadendo: com’era possibile che lei, proprio lei, fosse stata folgorata in maniera così improvvisa ed imprevedibile da un uomo che, in un’altra occasione, non l’avrebbe nemmeno incuriosita?
Non poté evitare di domandarsi se la fatale attrazione verso Terence fosse dovuta ad una negazione di tutto il passato o piuttosto ad una sfida lanciata al futuro.
Assorta in questa intima analisi, ebbe per un istante la fulminea tentazione di lasciar perdere tutto, colta dalla sgradevole sensazione che qualcuno avrebbe sofferto a causa di quel gioco capriccioso ed irresistibile. Deconcentrata dal trillo del telefono, rispose ancora rapita da quelle elucubrazioni, quando la voce sensuale e suadente di Terence la riportò alla realtà, fugando all’istante ogni acerba forma di ripensamento.
“Ben svegliato!”, squittì raggiante. “Hai recuperato un po’ di forze per la cameriera? Te la mando?”
“Vuoi salire tu ad accertartene, July?”, chiese provocatorio, ancora assonnato.
“Purtroppo per te sto lavorando e non posso abbandonare la torre di controllo”, civettò. “Ti manco già? Ti avevo avvisato che non avresti più potuto fare a meno di me!”
“Andrà bene anche la cameriera, in alternativa!”, ridacchiò
“Terry! Ricordati la promessa..”, scattò lei.
“Si, niente altre donne. Non era un incubo allora?”, chiese, ridendo. “Ma non ti illudere, tesoro: la tua esclusiva ha i giorni contati. Non resisterò a lungo!”
“Guarda che possiamo sempre lasciar perdere tutto”, si offese lei. “Peccato però, perché ho già fatto il biglietto di ritorno per sabato.”
“Non vedevi l’ora eh? Sono un uomo di parola: lunedì ti porto in vacanza qualche giorno, non temere. Hai visto Andrè e Jas?”, si informò.
“Lei è tornata a casa, lui sta nuotando in piscina, poi farà sauna e massaggio. Non è molto contento della nostra decisione di partire assieme, se devo essere sincera.”
“Immaginavo. E’ preoccupato?”
“Parecchio. Ha una visione apocalittica della cosa. Ritiene che alla fine soffriremo e rovineremo tutto. Non andrà così vero?”
Dall’altro capo del filo ci fu una breve pausa che contribuì a rendere più reali le paure di Andrè.
“July, lui è in ansia perenne, non farci caso. Tiene a noi ed è umano che si angusti, soprattutto perché mi conosce bene. Teme che possa fare i miei soliti casini con te che non lo meriti.”
“Veramente dice che sei troppo coinvolto in questa storia e alla fine scapperai lasciandomi sola e in lacrime!”, ghignò.
“Tu piangeresti per me?”
“Tu sei troppo coinvolto?”, chiese, evitando di rispondere.
“Assolutamente no. Andrè si sbaglia, stai tranquilla”, rispose, incerto. “E poi, July, te l’ho detto: niente implicazioni romantiche. Non abbasserò la guardia. E tu dovresti fare lo stesso.”
“Puoi anche cercare di nasconderti in quello che non sei, ma ho la presunzione che dureresti poco. Ti viene naturale, con me, lasciarti andare! Quindi prova di stare attento, per favore.”
“Andrè è sempre molto convincente, noto”, disse con una punta di acidità. “Ha un grosso ascendente su di te! Questa mattina mi chiedevi di abbandonare ogni freno inibitorio e vivere questa folle avventura con te e ora ridimensioni tutto?”
“Sei geloso?”, glissò, conscia che la razionalità di Andrè aveva aperto un grosso varco nella sua smisurata voglia di cedere all’istinto.
“Cambia discorso, fai pure. Sai che è così, però.”
“Lui ti conosce bene: se ritiene che io possa farti soffrire, devo tenere in considerazione le sue parole. Non voglio farti male in alcun modo né rischiare di perderti. Da qui a farmi condizionare dalle sue parole, ce ne passa: secondo lui sbaglio anche a dire che tra noi non potrà esserci un futuro, figurati!”
“Lui è un inguaribile sognatore, July. O ti ha convinta anche di questo?”
“Ti piacerebbe! No, purtroppo per te credo sempre che accanto a me vorrei un uomo un attimo più affidabile: non mi piace l’idea di dover controllare sempre dove o con chi sta il mio fidanzato!”
“In cuor tuo stai sperando di convertirmi alla monogamia, ammettilo!”
“Se ci riuscissi sarebbe una bella voce da inserire nel curriculum!”, rise Giulietta, allettata all’idea.
“Piccola, non farti inutili illusioni. Per quanto, lo ammetto, tu mi abbia colpito, non ce la farei mai a stare tranquillo al tuo fianco. Le brave ragazze come te alla fine si stancano degli uomini come me e cercano la sicurezza: vivrei nel timore di essere scaricato. Mi domando perché non hai sedotto Andrè”, azzardò, temendo la risposta.
“Chi può dirlo”, disse vaga. “In fondo tu mi offri solo alcune notti d’amore! Saresti infastidito se un giorno uscissi con il tuo amico?”
“Sarei felice, credo. E’ un’ipotesi plausibile o stai cercando di mettermi alla prova?”, domandò impaziente, non senza essere stato trafitto da una stilettata di fuoco.
“Credo che ti lascerò nel dubbio, sai?”, lo pungolò, soddisfatta di aver percepito una nota di rammarico nel tono di voce. Amava ricevere piccole conferme.
“July, posso solo dirti che quando tutto questo finirà mi mancherai tantissimo”, confessò. “Sai bene che uno dei due starà peggio dell’altro perché, malgrado tutto, non c’è solo sesso tra noi. E quel qualcuno vorrei essere io, per non vedere più l’espressione di amarezza che a volte hai negli occhi.”
Il battito della ragazza accelerò, rapido, e le gote si tinsero di un leggero velo rosso, udendo quella sussurrata ammissione. Forse non è così impensabile un futuro assieme, sognò speranzosa.
“Io non sarei felice se tu andassi con una mia amica, Terry. Tienilo a mente!”, disse invece, evitando di commentare le belle parole. Come mi farà male vederlo con qualsiasi altra donna dopo di me, pensò imbronciata.
“Allora fammi conoscere solo delle racchie!”, sdrammatizzò lui. “Quasi quasi raggiungo Andrè per fare due vasche, che dici?”
“Vuoi anche il tu il massaggio?”
“Per quello credo che aspetterò te questa notte, okay?”
“Si può fare!”, rise, contenta. “Ti faccio rifare la camera tra un attimo. A dopo Terry!”
I pensieri di Balua ore 10.14 | 6 riflessioni  
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sabato 31 ottobre 2009

capitolo trentottesimo



(Capitoli precedenti)


La ragazza, senza aggiungere altro, uscì scalza dalla camera dove aveva passato le ultime dodici ore. Si fece una doccia rinvigorente, acconciò i capelli con la piastra e li legò in un’austera coda di cavallo, appropriata al clima serioso che trovò nella hall quando scese.
La lunga notte di sesso e tenerezze le aveva in parte fatto scordare il disastro di proporzioni apocalittiche che si era abbattuto nel cuore dell’America. Un piccolo televisore, appoggiato al bancone della reception, trasmetteva incessantemente notizie ed aggiornamenti dal World Trade Center. Il conto delle vittime e dei feriti era inestimabile, ancora, ed i dispersi tantissimi. Testimonianze dirette di chi era scampato all’attentato arrivavano numerose, assieme a video amatoriali di turisti che avevano ripreso ignari ciò che stava per accadere poco più di un giorno prima. Dopo aver dato il cambio al collega a preso le consegne, aprì svelta la posta elettronica personale, aspettandosi notizie dal padre. Purtroppo, le comunicava, non c’erano novità sui colleghi dispersi. Iniziavano a rassegnarsi al pensiero che non li avrebbero più rivisti. Le scriveva inoltre che a fine mese sarebbe rientrato in Toscana, pregandola di farsi trovare: con Blair che appoggiava incondizionatamente Bush, il rischio attentati era verosimilmente più alto, in Gran Bretagna. Giulietta lo tranquillizzò sul fatto che si sarebbero visti prestissimo, assalita all’improvviso dal senso di inquietudine che aveva scacciato tra le braccia di Terence.
Pensando al ragazzo che probabilmente dormiva placido ed esausto, lesse la posta proveniente da Marina: svariate lettere che non aveva aperto nei giorni precedenti.

“Questa te la devo davvero raccontare: quel bastardo di mio marito si è presentato a casa con un immenso mazzo di fiori! E io l’ho gettato in cantina con il resto delle sue cose! Tu che mi racconti? Un bacio. M.”

“Tutto bene Giuly? E’ strano che non rispondi in giornata alla posta! C’entra qualcosa il bel tenebroso? M.”

“Eh no, tu non me la racconti giusta! E’ martedì mattina e ancora non ti sei fatta viva! Non starai per caso sollazzandoti da qualche parte? Io ho ripreso il lavoro, dove ci sono i soliti problemi da risolvere e le stesse facce da salutare! Ho voglia di conoscere gente nuova!!! M.”

“Giulietta, hai visto quel che sta succedendo a New York? Fatti sentire per favore, non farmi stare in ansia! M.”

Giulietta si sentì in colpa per aver trascurato l’amica, anche solo per alcuni giorni, e cercò di riparare alla preoccupazione che doveva averle arrecato con una lunga e-mail.

“Ciao Marina, scusa se non mi sono fatta sentire per un po’ ma sono state giornate impegnative. Quel che è successo ieri, poi, ha destabilizzato un po’ tutti, facendoci rendere conto di quanto è breve e precaria la nostra vita. La situazione, che era già vibrante prima, è capitolata all’improvviso.
Sto parlando di Terence, il bell’ombroso, come lo definisci tu. Ci siamo annusati per un po’, stuzzicati e provocati. Quel che è iniziato come un gioco, alla fine ci ha preso la mano e mi sono ritrovata a desiderare di più da lui, anche solo per un momento.
Poi ieri, con l’attentato e tutto il caos che ne è scaturito, mi ha telefonato Romeo. Si, hai letto bene, proprio lui! E sarai felice di sapere che non mi sono uccisa gettandomi dalla prima scogliera. Ha confessato di amarmi ancora e io gli ho consigliato di dirmi addio. Perché mi rendo conto che è giusto così.
Ho realizzato che non voglio più scappare, Marina. Voglio vivere fino in fondo, prima che qualche aereo caschi sulle nostre teste lasciandomi mille rimpianti. E così questa notte, complice un bicchiere di troppo che mi ha agevolato la dialettica, ho detto a Terence che magari potevamo anche divertirci assieme, senza impegni definitivi, perché entrambi sappiamo che non durerebbe. E sono andata in camera sua. Uscendone molto tempo dopo. E ti garantisco che non ho dormito troppo! E’ stato bellissimo e non me ne sono pentita. Voglio godermi questa cosa senza paura, almeno per qualche giorno, finchè non torneremo entrambi alla vita di sempre. Non è il ragazzo di cui posso permettermi di innamorarmi, e ha una storia così drammatica alle spalle da avere una paura fottuta di lasciarsi coinvolgere. Passeremo qualche giorno assieme, appena torno a casa, e finirà così. Senza rimpianti, come dicevamo nell’ultima mail che ci siamo scambiate.
So già cosa obietterai: che la mia è solo una scusa per passare del tempo con Terence perche sono già cotta a puntino. Ti garantisco che non è così.
Sono consapevole di quanto lui sarebbe dannoso per la mia vita e l’istinto sarebbe quello di scappare. Ma mi piace e non voglio passare altri mesi a piangere per la sfortuna che ho con gli uomini. Preferisco condividere diversi bei momenti e conservare un ottimo ricordo. Cosa sarà di noi dopo? Lui tornerà alla sua vita da play boy, io cercherò di mettere le basi per un futuro professionale in Italia. Rimarremo amici o magari qualche volta saremo qualcos’altro, se ci andrà.
Te lo farò conoscere, è una brava persona, anche se descritto così non sembra. Tu preferiresti di gran lunga Andrè, e anche io, razionalmente. Solo che adesso ho voglia di mettere il cervello in standby e seguire le emozioni, o gli ormoni, come preferisci. Ora spara tutto quello che hai in bocca!! Sono pronta!! Ah, a proposito, credo che rientrerò sabato in Italia. Quindi nel fine settimana aspettati una mia incursione! E fai le valigie, che i miei nuovi amici mi hanno proposto di andare con loro in Mar Rosso, a metà ottobre, e voglio che tu venga con me! Baci baci !”


La risposta non si farà attendere molto, immaginò Giulietta, attaccandosi al telefono per ordinare salviette, carta igienica, sapone per i dosatori delle camere, flaconcini di shampoo e saponette. Era l’ultimo rifornimento che faceva, considerò, attenta a strappare il prezzo migliore.
Restava da comunicare al direttore il cambiamento dei programmi sull’utilizzo delle ferie, sapendo che non ci sarebbero stati problemi. Lo contattò quindi al cellulare e gli espose, esagerando un po’, la preoccupazione sua e dei parenti per il fatto di dover rientrare in Italia sola, a fine mese, con quello che stava succedendo negli aeroporti di tutto il mondo, dopo l’attentato. Tergiversando e divagando un po’ sull’enormità dei fatti americani, chiese sommessa se l’offerta di poter rientrare a casa con gli ospiti connazionali fosse ancora valida, nel qual caso lei avrebbe accettato, sentendosi davvero più sicura. L’uomo, con fare paterno, la rassicurò: poteva riservare il volo per sabato, se lo desiderava. Purché riflettesse seriamente sull’opportunità cui le aveva accennato: tornare lì l’anno venturo. Giulietta, salutandolo, promise che avrebbe ponderato la cosa, mentre entusiasta cercava la prenotazione del gruppo toscano per accertarsi del loro volo di ritorno prima di prenotare un posto sulla stessa tratta.
Mentre stampava il biglietto elettronico per quel viaggio che l’avrebbe riportata prepotentemente alla sua vita passata, si rese conto che non aveva una casa dove poter tornare. Sua madre l’avrebbe riaccolta a braccia aperte, era ovvio, ma oramai, dopo mesi passati in assoluta indipendenza, non se la sentiva di condividere nuovamente una vita con lei ed il nuovo compagno che, ne era certa, aveva già traslocato lì. Accese il cellulare e la chiamò, sforzandosi di apparire affettuosa e trovare una soluzione comune. Rispose al terzo squillo.
“Mamma?”
“Giulietta, santo cielo! Mi vuoi far morire di crepacuore! Sto tentando di chiamarti da ieri notte: dove sei finita?”
“Avevo spento il telefono, scusa.”
“Ti ho chiamata mille volte anche in albergo, ma non eri in camera tua! Dove accidenti sei stata?”
“Ho passato la notte fuori, mamma”, sbottò. “Sei certa di voler sapere dove e con chi?”
L’imbarazzo che la donna aveva sempre nutrito verso le relazioni sentimentali della figlia non tardò ad avere la meglio. “D’accordo, sei grande ormai. E’ che ero preoccupata. Torni a casa?”
“Ho appena fatto il biglietto. Sabato sera sarò in Italia, poi ti invierò i dettagli del volo. Sei più tranquilla?”
“Tesoro, immensamente. Saperti lontana in un momento come questo mi mette troppa ansia!”
“Mamma, dobbiamo parlare di una cosa”, tagliò corto Giulietta. “Io non voglio vivere con te e lui. Mi sentirei a disagio ed inoltre voglio i miei spazi.”
“Lui ha un nome”, si risentì lei.
“Scusami, hai ragione. Perdonami. Sono felice che tu con Franco abbia trovato la serenità, ma non sono certa di poter sopportare un uomo in casa che non sia mio padre. Lo capisci questo?”
“Ma certamente, Giulietta. Quella casa è tua: io e papà abbiamo fatto i sacrifici unicamente per te, lo sai. Non ti priverei mai di una cosa che ti appartiene di diritto. Né ti costringerei a vivere con il mio compagno: nemmeno lui è tanto ansioso di dividere il tetto con una bella e giovane donna!”
“Mamma, hai già sacrificato la tua storia per troppi anni, a causa mia. Papà mi ha raccontato che siete rimasti assieme solo per farmi crescere serena, e ve ne sono grata. Ma ora è giusto che costruisca il tuo futuro. Franco non è nemmeno così male. Si sforza sempre di essere gentile con me, nonostante io lo sia stata davvero poco. Se mi dai un po’ di tempo, ho pensato di prendere un appartamento in affitto. Un monolocale, tanto non occupo molto spazio. Nel mentre potrei trasferirmi da un’amica, se voi state già abitando assieme”, propose, imbarazzata per quella conversazione così intima. Dalla separazione dei genitori, il rapporto con lei non era mai stato buono, e nemmeno prima avevano condiviso troppe cose.
“Giulietta, aspettavo che rientrassi per parlartene. Non sapevo come avresti reagito, ma dal momento che hai introdotto il discorso, sappi che dall’inizio del mese io e Franco viviamo assieme a casa sua. E’ a pochi metri da casa nostra, tua cioè, per cui potremo vederci quando vuoi.”
“Non so che dire..” Se da un lato era risentita perché la madre aveva preso una decisione così definitiva senza nemmeno sentire il bisogno di comunicarglielo, dall’altro era felice di aver risolto un problema logistico non indifferente e, soprattutto, che la donna che aveva sacrificato tanti anni per vederla crescere serena fosse finalmente appagata.
“Non ti sto abbandonando, tesoro. Lo capisci vero? L’appartamento è in ordine, non manca nulla. Ho preso solo lo stereo, ma se lo rivuoi non è un problema!”, si preoccupò la donna.
“Dimmi solo che sei contenta, mamma. Che l’hai fatto perché lo desideri davvero, e non perché io ho in qualche modo ostacolato la vostra relazione.”
“Ma che dici, amore! Sono molto felice con Franco e quando lo conoscerai meglio capirai anche tu perché è valsa la pena aspettare tanto. Ormai sei cresciuta, Giuly, hai bisogno dei tuoi spazi, non di una mamma impicciona che ficca il naso tra le tue cose per capire cosa sta succedendo!”
“E’ un’ammissione di colpevolezza? Hai frugato in camera in mia assenza?”, chiese, preoccupata, domandandosi cosa poteva aver trovato.
“E’ solo arrivata una lettera, all’inizio di maggio. Poi altre a giugno. E luglio. E agosto”, ammise. “Tutte senza mittente, tranne l’ultima. Quando ho letto di chi si trattava ho capito perché sei fuggita in tutta fretta dall’altro capo dell’Europa. Ma non ne ho aperta neppure una, giuro!”
“E cosa hai capito, di grazia?”, domandò Giulietta, divertita da quelle starne confidenze fatte a centinaia di chilometri di distanza, certa di sapere a chi appartenesse l’anonima corrispondenza.
“Non mi chiedi nemmeno chi è il mittente?”, azzardò cauta la madre.
“Non sono di Anthony, immagino, vero?”, ridacchiò, immaginando l’imbarazzo che la donna dall’altro capo del telefono doveva aver provato nello scoprire che la figlia aveva una storia con il suo ex capo.
“Anthony ha chiamato spesso, se ti può interessare, chiedendo a me una spiegazione logica per il tuo comportamento. E’ anche venuto a casa, pochi giorno dopo che vi lasciaste, mentre tu non c’eri. Un ragazzo distrutto.”
“Perché non mi hai mai detto nulla, mamma?”
“Non so se ricordi in che condizioni sei stata durante l’ultimo anno prima della partenza. Umore altalenante, sempre chiusa in camera tua o fuori tutta la notte, ora euforica ora disperata, occhi sempre cerchiati, dimagrita a vista d’occhio. Davo la colpa alla nostra separazione, non avevo intuito che ti fossi innamorata di un uomo sposato Giulietta! Anthony ti ama ancora, se per caso ci volessi ripensare. Sono sicura che potreste riprendere da dove avete lasciato: non è troppo tardi!”
“Assolutamente no, diglielo se lo senti. Non deve farsi illusioni perché non tornerò mai su quella scelta. E per quanto riguarda le lettere, Romeo è stato un incidente: non doveva succedere ma è stato più forte di me. Se può consolarti, era separato. Anche se non credo che tu voglia farmi la morale, vero?”
“Non sono nella posizione di dirti niente dal momento che tradivo tuo padre, secondo te?”, scattò, sulla difensiva, sentendosi accusata.
“Mamma, non intendevo questo!”, spiegò Giulietta, paziente. “Volevo dire che sai bene cosa significa non poter evitare di innamorasi. Credo che tu ci abbia provato in ogni modo, davvero, visto che sei rimasta sposata per molti anni ancora, pur avendo una persona fuori casa che ti attendeva. Franco è stato molto più bravo di me, a conti fatti.”
“Eri stanca di aspettare?”
“E’ complicato. Non sopportavo di vederlo soffrire indeciso tra me e suo figlio o forse, col senno del poi, forse non accettavo l’idea che un giorno potesse preferire lui a me, chissà. In ogni caso, non volevo che il sacrificio tuo e di papà andasse vanificato. Siete rimasti insieme venticinque anni per me, chi sono io per portar via il padre ad un cucciolo di soli sette anni?”
“Tesoro, un matrimonio infelice è anche peggio, per i figli. Io e tuo padre andavamo d’accordo, non si litigava, lui non c’era quasi mai e ci volevamo davvero bene. Ma una coppia che non ha quel che avevamo noi non può stare assieme solo per il bene di un bambino!”
“Loro ce la possono fare. E in ogni caso, mamma, se non riescono non voglio che sia per causa mia. Comunque stai tranquilla: ho ripreso un po’ di chili persi e sono in forma. Puoi anche gettarle via, le lettere. Anzi, fammi una cortesia, bruciale, strappale, falle sparire. Non mi interessa quel che c’è scritto. Ieri Romeo mi ha chiamata e quel che avevamo da aggiungere è stato detto.”
“Avrei dovuto capirlo e starti più accanto, Giuly. Eri così arrabbiata con me che credevo stessi meglio se mi tenevo a debita distanza”, si giustificò.
“Forse è stato meglio così, invece. Certe esperienze fanno crescere: chiedilo a Franco! Stare accanto ad una persona impegnata tempra lo spirito!”, rise, sdrammatizzando.
“Allora diamo un bel calcio al passato e getto nell’immondizia le lettere?”
“Fallo! Quante sono, per curiosità?”, si informò.
“Qualcuna...”, tergiversò.
“Quante mamma?”
“Quindici. Non si può dire che non sia tenace, quell’uomo. Se ricordo bene, all’epoca che lavoravi da lui, è anche molto più grande di te, vero?”
“Abbastanza. Ma ora basta parlare di lui, dimmi di te. Com’è la nuova casa?”
Chiacchierarono amabilmente per alcuni minuti ancora, finchè suonarono al campanello della reception. “Mamma, devo andare al lavoro. E’ stato bello parlare con te, dopo tanto tempo.”
“Un’ultima cosa Giulietta: dov’eri questa notte?”
“Da un amico”, ammise, desiderando ardentemente essere una mosca per contemplare l’espressione imbarazzata della donna.
“Qualche nuovo guaio all’orizzonte dal momento che torni in tutta fretta dalla Cornovaglia?”
“Ma se mi hai implorato di rientrare!”
“Non è da te acconsentire alle mie richieste senza protestare.”
Arguta!, si sorprese Giulietta, indecisa se confessare la verità. “No, mamma. Nessun guaio. Torno sabato perché altri clienti partono per l’Italia, così non faccio il viaggio sola, e tu stai tranquilla.”
“Quindi l’amico è casualmente un cliente italiano che casualmente decolla sabato e tu casualmente ti aggreghi a lui. Giusto?”, indovinò.
“Casualmente potrebbero sembrare così le cose, ma non è come pensi. E già che ci siamo, lunedì andrò qualche giorno in ferie, casualmente con il mio amico. Ma non farti illusioni: non c’è nulla di romantico all’orizzonte. Ci stiamo solo conoscendo!”
“Pensa se ci fosse qualcosa, allora!”, rise, felice di sentire la figlia così su di morale.
“Mamma, davvero, devo andare”, disse al nuovo suono del campanello.
“Rifacciamolo! Parlare, intendo. Ti voglio bene, Giuly. Ciao.”
I pensieri di Balua ore 17.25 | 9 riflessioni  
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lunedì 26 ottobre 2009

capitolo trentasettesimo



(Capitoli precedenti)

Non senza difficoltà gli slacciò i jeans ed iniziò ad accarezzarlo, lenta, sentendo il desiderio di Terence crescere assieme al suo.
“July.. non credo di resistere ancora a lungo”, si scusò, baciandola avidamente. “Hai messo a dura prova i miei ormoni, in questi giorni..”
“Sono mesi che i miei aspettano!”, ridacchiò, smaniosa di sentire il ragazzo dentro di sé.
“Prendiamo precauzioni, vero? Io non li dimentico mai!”, la schernì, facendola scivolare sotto di sé e allungando una mano verso il comodino, aprendo il cassetto ed estraendo una bustina dalla scatola di profilattici.
“Adoro gli uomini efficienti!”, rise, cristallina, mordicchiandogli un lobo, sensuale. “Faccio io?”
“Dati i ricordi remoti che hai della faccenda, è meglio se mi arrangio da solo”, scherzò, alzandosi e togliendosi i jeans, spegnendo la luce. “Ho idea che tu non sappia nemmeno da che lato iniziare a metterlo!”, le disse pochi istanti dopo, sdraiandosi, completamente nudo e protetto, e facendola stendere di schiena, prima di mettersi su di lei a cavalcioni. Rapido la liberò dalla camicetta, sfiorando delicatamente con la lingua la linea immaginaria che dal collo arrivava all’ombelico, per perdersi con la zip della minigonna, aprendola e sfilandogliela.
Prima che potesse scendere ulteriormente in quel tragitto di tocchi languidi e sensuali, Giulietta lo attirò a sé inarcando il bacino e facendolo scivolare dentro di lei, mentre con baci appassionati e mani avide accarezzava il suo corpo.
“July, così non duriamo molto...”, ansimò, prendendo il movimento armonico della ragazza, aggrappandosi ai suoi fianchi per farla sua fino in fondo.
Quando la ragazza sollevò le gambe avvinghiandosi al bacino di Terence, il ritmo di quella cavalcata avvincente crebbe vorticosamente, fino a farli esplodere contemporaneamente, pochi istanti dopo.
“Non andartene subito”, protestò Giulietta quando lui fece per sollevarsi. “Stai qui ancora un po’..”
“Me lo tolgo, dammi un attimo”, rise, stendendosi pochi secondi dopo accanto a lei ed abbracciandola stretta, baciandole l’incavo del collo. “Scarsa esperienza coi preservativi eh?”
“Non ho mai avuto rapporti occasionali, in pratica, ed ho quasi sempre preso la pillola.. Tranne una volta, s’intende!”, bisbigliò, sarcastica, rannicchiandosi stretta a Terence e sollevando il piumone, coprendosi. “Che scomodo, però, scusa se te lo dico, interrompersi tutte le volte per metterlo e toglierlo, non trovi?”
“La forza dell’abitudine. Non riuscirei mai a farlo senza! Ho troppa paura delle malattie...”
“Basterebbe conoscere le persone con cui si fa sesso”, disse, ironica. “Anche con le altre ti fermi a parlare, dopo? O come funziona? Consumi e te ne vai?”
“Frena, July! Hai finito un’ora fa di dirmi che non ti interessa che io vada con altre persone e sei già qui a farmi il terzo grado?”
“Non ti illudere, la mia era solo curiosità!”, rispose, punta sul vivo, voltandosi verso di lui e perdendosi tra le sue braccia. “Stavo solo cercando di immaginare come deve essere andare a letto con una persona che non conosci. Tante tenerezze non credo ci siano, no?”
“Oggi che giorno è?”, domandò Terence, enigmatico.
“Martedì, cioè.. quasi l’alba di mercoledì, per la precisione, perché?”
“Ci conosciamo da quattro giorni, Giulietta! Perché credi che con te dovrebbe essere diverso da com’ è con le altre?”
“Perché di si!”, rise, convinta. “Perché io ti piaccio parecchio e in soli quattro giorni ho messo in crisi tutte le tue certezze. Perché con me non hai fatto solo sesso, ma c’era del sentimento. E perché, e scusa se è poco, mi vuoi bene e desideri proteggermi. Dimmi dove ho sbagliato!”
“Presuntuosetta, la ragazza, eh? Ad ogni modo mi hai supplicato tu, non io. E questo è un dato di fatto”, gongolò.
“Lo rifarei, non temere. Non me ne sono pentita. Anzi, ho un rimpianto: non averci provato prima!”, confessò.
“Cosa ti ha fatto cambiare idea?”, chiese, interessato.
“Diverse cose, a dire il vero. L’attentato ha avuto un suo peso: vedere la precarietà della vita aiuta ad essere più arditi. La telefonata di Romeo è stata fondamentale: ho capito che sto guarendo, non soffro più per lui come prima, anche se credo che una parte di me lo amerà sempre. Ma il tassello cruciale è stato Andrè, se devo essere sincera.”
“Andrè?”, chiese, stupito.
“Si, mi ha consigliato di essere sincera con te e non privarmi di nulla. Quindi, eccomi qui!”, trillò, baciandolo sensualmente e giocando col suo ombelico.
“Quindi devo anche ringraziarlo?”, scherzò, nuovamente eccitato.
“Credo stia provvedendo Jas”, considerò, allegra, scendendo con la mano verso l’inguine dell’uomo, accarezzando morbida la sua erezione. “Terry, ti faccio applicare un supplemento per lo spreco d’acqua! La doccia scroscia da quando sono arrivata.. Avrai anche svuotato il boiler: niente acqua calda, adesso.”
“Non credo: è fredda!”, ghignò, fermandole la mano ed abbracciandola.
“Fredda? Come mai?”
“Non so se hai notato in che stato mi hai ridotto tutte le notti, al momento dei saluti! Una volta eri mezza nuda a baciarmi il collo, l’altra col pigiama con le mucche, tenera ed indifesa, facendoti rimboccare le coperte. E questa sera, dopo avermi mandato in bianco in acqua, hai indossato una minigonna inguinale senza slip e mi hai detto che potevamo divertirci assieme senza rinunciare ad altre storie! Secondo te io che faccio appena arrivo in camera? Docce fredde, no?”
“Per amore di precisione, io non ti ho detto che potevamo divertirci assieme! Ho semplicemente riconosciuto che probabilmente tra noi non scatterà mai l’amore, ma nel mentre perché negarmi il piacere che la tua compagnia mi offre? Purché non venga meno il rapporto che abbiamo, sia chiaro. Ero molto combattuta, davvero. L’ultima cosa che volevo era perderti e temevo che facendo l’amore con te sarebbe successo.”
“Non ci perderemo mai di vista, July, promesso. Però ricorda il patto: nessuna gelosia.”
“Ricordatelo tu, piuttosto! Il giorno che mi sarò infastidita dalle tue altre storie sarà quello in cui ti chiederò di fare seriamente con me.”
“Vivrò temendo questo momento, allora!”, scherzò.
“No, tu vivrai sperando che succeda, che è diverso!”
“Giulietta, mi hai detto di non innamorarmi di te e io non lo farò, tranquilla. Già la cosa era piuttosto improbabile prima, ma ora è davvero impossibile, credimi. Non sono masochista!”
“Perfetto, allora. Perché tu mi piaci molto e ti voglio quasi bene, a questo punto. Ma oltre non credo che andrò mai”, constatò, assorta.
“Per sapere cosa aspettarmi, credi che andremo ancora a letto assieme, tornati in Italia?”
“Viviamo alla giornata, Terence, vuoi? Non so neppure cosa farò domani: ho solo deciso di vivere intensamente, sono stanca di dosare le emozioni. Tu no?”
“Ci provi sempre eh? No, io no. Non sono stanco”, disse, appoggiando la schiena alla spalliera e mettendosi la ragazza a cavalcioni, stringendola al petto e disegnando il profilo del suo corpo.
“Così però è sleale”, gorgogliò lei, roca, di nuovo in preda al desiderio.
“Hai ragione”, disse, alzandosi e tenendola avvinghiata a sé. “Allora per una sera la doccia fredda la facciamo assieme!”
“No! Fredda no, ti prego! Apri l’acqua calda!”, urlò Giulietta mentre Terence la infilava sotto il getto gelato, infilandosi al suo fianco, nella cabina troppo piccola per entrambi.
“Shhh.. svegli tutti July!”, bisbigliò mentre girava il miscelatore verso il pallino rosso, facendo scendere un flusso tiepido e confortante.
La ragazza prese il sapone liquido ed iniziò a sfiorare Terence, lenta, seducente.
Intrapresero così un gioco di carezze, dolci e sensuali, via via sempre più voraci e profonde, che portarono entrambi a gemere nuovamente di piacere, placando per qualche istante la smodata voglia di appartenersi in modo più completo.
Quando Terence uscì dalla cabina avvolgendosi un asciugamano attorno ai fianchi, Giulietta restò ancora qualche minuto sotto al getto d’acqua calda, lavandosi i lunghi capelli corvini.
Tornando in camera avvolta nel grande accappatoio di spugna bianca e soffice, trovò il ragazzo seduto nel terrazzino, intento a fumare, assorto, osservando beato l’oceano e l’orizzonte che si rischiarava, prossimo all’aurora.
“Scusami se non esco”, mormorò, restando sulla soglia. “Non è opportuno che qualcuno mi veda.”
“Arrivo subito”, disse, serio, spegnendo il mozzicone e richiudendo la porta finestra dietro di sé, abbracciando la ragazza, ancora umida, in piedi accanto allo stipite.
“Tutto bene, Terence?”, chiese, allarmata.
“Pensavo che sarebbe bellissimo fermare il tempo, ora”, rispose, baciandola e trascinandola sul letto. Con gesti rapidi le aprì l’accappatoio e prese a disegnare con la punta della lingua la linea delle sue clavicole, dei seni, scendendo sui fianchi e le cosce, fino a farla urlare di piacere perdendosi nel cuore del suo essere.
Fecero l’amore a lungo, prima con impeto, poi lentamente, sperimentando, assaggiandosi e assecondando tutte le reciproche fantasie.
Quando il sole era già alto nel cielo, sfiniti ed appagati si addormentarono stretti l’una tra le braccia dell’altro, consapevoli di aver trascorso una delle notti migliori della loro vita.

Alle dieci e mezza il telefono suonò, insistente, facendo trasalire Giulietta che lesta afferrò la cornetta, meccanicamente.
“Ferma!”, la apostrofò Terence, assopito. “E’ la mia stanza: è dura da spiegare come mai sei qui. Dai a me.. Pronto?”
“Terry, ma che fine hai fatto? Mi stavo preoccupando. Non sei nemmeno sceso a colazione!”
“Buongiorno Andrè”, sbadigliò, trattenendo la ragazza che, presa dal panico di essere in ritardo per il lavoro, stava cercando di alzarsi e rivestirsi. “Che ore sono?”
“Sono le dieci e mezza. Ti disturbo?”, chiese l’amico, realizzando tutt’a un tratto che poteva non essere solo.
“Mi disturbi?”, chiese Terence ripetendo la domanda a beneficio di Giulietta, per sapere che versione doveva offrire.
Lei rise silenziosa, trovando finalmente un orologio e tranquillizzandosi: aveva ancora quattro ore prima di prendere servizio.
“Terry, tutto a posto? Stai ancora dormendo?”, insistette Andrè.
“Ehm.. si, dormivo a dire il vero..”, confermò, lanciando sguardi disperati alla ragazza: cosa poteva raccontare? Lei scrollò le spalle, incurante, divertita dall’imbarazzo in cui versava il suo compagno di avventura, rannicchiandosi contro quel corpo caldo, curiosa di ascoltare il resto della conversazione.
“Stai male? Vengo da te?”
“No! Non salire adesso!”, rispose troppo in fretta, ancora assonnato per controllare le reazioni, dissipando inconsapevolmente i dubbi dell’amico.
“Ho capito”, ridacchiò Andrè. “Però mi servono le chiavi del Chrysler. I clienti vogliono andare in gita per l’intera giornata.”
“E dobbiamo accompagnarli?”, chiese controvoglia, attirandosi lo sguardo curioso di Giulietta.
“No, vanno da soli. Però hai tu le chiavi, no? O devo telefonare a July?”, disse, ambiguo.
“No no, lasciala dormire. Dovrei averle qui da qualche parte, guidavo io.. Abbiamo fatto un po’ tardi, scusa”, mormorò completamente sveglio, ormai, mentre cercava nelle tasche dei pantaloni arrotolati sotto il letto. “Tu invece?”, si informò, ricordandosi di Jas. “Se n’è già andata lei?”
“No, sta ancora dormendo. Sei un pessimo bugiardo, Terry. Lo sai vero?”
“Immagino di si”, rise, ammettendo implicitamente la presenza della ragazza lì. “Eccole, ho trovato le chiavi. Scendo a portartele?”, domandò.
“Lo stai chiedendo a me o a lei?”, rise di gusto l’amico.
“Vedo che hai colto il punto”, mormorò, vago, osservando la reazione di Giulietta che inarcò prevedibilmente il sopracciglio non avendo afferrato l’ultima parte del discorso. “Stai in linea un secondo Andrè..”, disse, chiudendo il microfono con la mano.
“Che problema c’è?”, sussurrò la ragazza.
“La truppa va in gita. Sale lui a prendere le chiavi o scendo io?”
“Sa che son qui, vero?”, mugugnò, accasciandosi sui morbidi cuscini.
“Io non gli ho detto niente!”, si giustificò il ragazzone, sorridendo.
“Voi due parlate in codice!”, brontolò seccata.
“Sali tu, Andrè. Dammi cinque minuti, però”, rispose, agganciando il telefono.
“Mi vesto e vado”, mormorò lei alzandosi dal letto morbido.
“Resta, per favore. Mi dispiace che abbia capito, se non volevi. Giuro che non gli ho detto niente. Magari abbiamo fatto troppo rumore questa notte, e all’alba, e questa mattina”, la provocò, tuffandosi su di lei per trattenerla. “Non sei esattamente silenziosa, te l’hanno mai detto?”
“Non mi sembra che tu ti sia lamentato, però..”, cedette, baciandolo morbida. “Pensi di aprirgli la porta nudo? Vestiti, su. Io mi barrico in bagno.”
“Non muoverti da qui! Non lo faccio mica entrare, ti pare?”
Nel mentre Andrè bussò alla porta, leggero. Terence si infilò il bianco accappatoio scivolato ai piedi del letto e, socchiudendo appena l’uscio, passò le chiavi all’amico.
“Jasmine è sveglia, Terry. Vado con lei a fare una passeggiata e poi pranziamo in paese. Se volete aggregarvi..”, propose.
“Attacco alle due e mezza”, urlò Giulietta sprofondata nel letto. “Non farei in tempo a tornare. Salutala e passate più tardi in reception. Sono lì tutto il pomeriggio. Ah, Andrè? Mi comperi tutti i quotidiani che trovi,?”
“Sarà fatto! A dopo July!”, strillò. “Ciao Terry, riposati che c’hai la faccia sciupata, questa mattina!”, lo derise, andandosene.
“Simpatico!”, gli fece eco. “La tua invece no. Quindi, fatti delle domande!”
“Non ho avuto nessuna protesta questa notte, tranquillo!”, rispose, ironico, entrando in ascensore.
“In effetti hai due occhiaie da paura, sai?”, constatò Giulietta, osservandolo mentre infilava il cartoncino Do Non Disturb alla porta e si rimetteva a letto, gettando l’accappatoio per terra. “Non vuoi essere disturbato?”, chiese ammiccante.
“Le cameriere qui sono piuttosto assatanate, se non l’hai notato. Non vorrei che entrassero mentre dormo e mi violentassero”, rise, aggiustandosi la ragazza tra le braccia, baciandole la fronte.
“Sono stata benissimo questa notte”, mormorò lei, timidamente sincera.
“Suona come un complimento?”, la schernì, imbarazzato.
“Piantala, Terry. Tanto lo so che anche per te è stato bello, non negarlo!”, sospirò, esasperata dalla supponenza forzata del ragazzo. “Non importa che ti atteggi con me, non serve a nulla e non sei affatto credibile!”
“E’ stato molto più che bello”, ammise. “Oltre ogni più rosea aspettativa. Va bene così?”
“Perfettamente!”, esultò. “Visto che avevo ragione? E’ meglio la qualità che la quantità, no?”
“Detto da te adesso è comico, però..”, rise Terence, osservando il pavimento su cui spiccavano diverse bustine strappate.
“Perché, scusa?”
“Vuoi contare quanti ne abbiamo usati? Direi che la quantità c’è stata! Senza considerare il resto..”, commentò, sardonico, osservando il viso beato di lei.
“Okay, vuoi anche fare il resoconto di ogni mio gemito o me lo risparmi?”, avvampò, sulla difensiva.
“Sto scherzando, July. Rilassati! Non hai fatto le tue cinque ore di sonno: è per questo che sei tendenzialmente acida?”
“Anche”, riconobbe imbronciata. “Ma soprattutto perché non mi va di lavorare, oggi. Sto bene qui”.
“Torna a casa con me sabato, allora.”
Le parole gli uscirono sciolte, spontanee: aveva parlato senza riflettere, e rimangiarsele era impossibile.

La ragazza lo guardò, sorpresa. “Terence, non so che dire. Cosa mi stai proponendo?”
“Pensavo a qualche giorno di vacanza. Ho una settimana di ferie!”
“Sei certo che poi mi lascerai andare come nulla fosse?”, domandò civettuola.
No, non lo sono. Però adesso voglio stare con te sopra ad ogni cosa, avrebbe voluto risponderle.
“Siamo amici! Possiamo viverci questo momento? A meno che tu non abbia paura di farti prendere troppo la mano dalla situazione; nel qual caso capirei”, affermò, invece.
“Non è un problema mio, quello, ma tuo, semmai”, brontolò.
“Sei sicura di poter tenere tutto sotto controllo? Davvero?”, chiese, scettico.
“Ho una gran voglia di vivere tutto fino in fondo, Terry. Sono stanca di fare la spettatrice della mia esistenza.”
“Quindi è un si? Parti con me?”
“E dove mi porteresti?”
“Ti farei visitare una Toscana insolita, che forse non conosci. E a settembre è bellissima!”
“Potrei chiedere al direttore di usufruire delle ferie, in effetti. Mi sentirei più sicura rientrando in compagnia, con tutto quel che succederà adesso negli aeroporti.”
“Affare fatto, allora”, constatò con un brivido di paura mista a piacere al pensiero di protrarre quella storia anche in Italia. “Se la stagione regge andiamo in moto, ti va?”, chiese, baciandole il collo.
“Ne hai una?”
“Si, una Harley. Il mio gioiello. Ti piace?”
“No! Ho paura, onestamente”, rispose sbadigliando.
“Allora andremo in macchina. Dormiamo un paio d’ore, che dici? Sei stanchissima!”
“Frena! Per la vacanza vedremo, devo pensarci. Magari adesso chiudo un po’ gli occhi...”, propose, assopendosi quasi immediatamente tra le confortevoli braccia del ragazzo.

Terence rimase a lungo sveglio, osservandola e carezzandole il capo appoggiato placido sul suo petto. Si chiedeva come sarebbe stato svegliarsi ogni mattina con quel piccolo tesoro accanto: probabilmente alla lunga si sarebbe stancato, chissà. Ma al momento non immaginava nulla di più bello ed appagante. Sapeva di non potersi innamorare di lei e non sarebbe successo, ma se le cose si fossero mese male, restava sempre la via della fuga, che tra l’altro conosceva benissimo. Può funzionare questa storia che non è una relazione ma nemmeno un’amicizia?, gli chiese una immaginaria e speranzosa vocina, mentre finalmente il torpore si impossessava del suo corpo.

Svariati minuti dopo mezzogiorno Giulietta si svegliò, affamata. Terence dormiva tranquillo accanto a lei, il respiro pesante. I lunghi capelli gli ricadevano morbidi sul viso rilassato, mascherando i lineamenti perfetti.
Starò giocando con fuoco?, si domandò allarmata, colta da un improvviso quanto pericoloso moto di affetto verso l’uomo che sonnecchiava beato ed ignaro. Fare una vacanza con lui non era certamente quello che si poteva definire starsene fuori dai guai, considerò. Non era una persona affidabile e lei era troppo vulnerabile, probabilmente. Nonostante i buoni propositi di non farsi coinvolgere sentimentalmente e mantenere l’ottimo rapporto che li legava, ne sarebbe stata capace? O l’impossibilità di farlo suo totalmente l’avrebbe fatta cadere nella trappola dell’amore? Spesso, Giulietta se ne rendeva conto perfettamente, si tende a desiderare ciò che appare irraggiungibile o difficile, spinti dall’esigenza di superare i propri limiti, finendo drasticamente per bruciarsi.
Giocare con Terence, scherzare sull’ipotetico sentimento che lui pareva nutrire per lei era un conto, ma la ragazza sapeva bene in cuor suo che lui sarebbe fuggito a gambe levate se il rapporto fosse diventato troppo intimo. E lei, in tutta onestà, razionalmente non voleva accanto un uomo così: volubile, imprevedibile, indipendente e restio a sottostare alle regole. Però lui la attraeva, e parecchio: era affascinata dalla trasgressione e dal modo inusuale e libero con cui conduceva la sua vita. Le sarebbe piaciuto molto avere un pizzico di follia e rompere gli schemi abbandonandosi definitivamente all’istinto, ma al contempo nel proprio domani vedeva una persona diversa. Magari ugualmente complicata, come poteva essere Romeo, ma se non altro responsabile, affidabile, presente e fidata. Un conto era vivere alla giornata per un breve periodo, tutt’altra cosa era invaghirsi seriamente. Di Terence avrebbe sempre dubitato, con ogni probabilità. Ogni viaggio di lavoro, ogni telefonata ricevuta, ogni amica che salutava: si sarebbe chiesta se non ci fosse dell’altro, e non intendeva assolutamente passare l’esistenza a sospettare del suo compagno.
Era da escludersi categoricamente un futuro con lui, si arrese.
Riguardo all’oggi, però, qualche deviazione non scartava di concedersela, nonostante le alte probabilità di farsi male. Si vive una volta sola, pensò. Non devo sposarlo, solo divertirmi. In tanti si prendono l’anno sabbatico per trovare la propria strada: io posso concedermi una vacanza di passione con Terence? Sfiorandogli delicatamente una spalla, lo svegliò con morbidi baci.
“Buongiorno..”, bofonchiò lui assonnato. “Devi scendere al lavoro?”
“C’è ancora tempo, ma è meglio che mi decida ad alzarmi e sistemarmi un po’: sono un disastro”, mormorò accarezzandogli il petto scolpito ed agitando la chioma bionda e arruffata. “Ci sto, Terry.”
“Come? A cosa ti riferisci?”, chiese confuso.
“La vacanza. Io e te. Assieme. Facciamola! ”
“Nel peggiore delle ipotesi alla fine della prossima settimana non vorrai più lasciarmi andare via”, tentò di scherzare lui, temendo più per sé stesso che per Giulietta, in realtà. “Partiamo, se prometti che poi non manderai a monte tutto assillandomi affinché io cambi vita e resti con te!”
“Siamo diversi, Terence. E sappiamo entrambi che il destino probabilmente ci riserverà due strade opposte. Io sono fin troppo pragmatica, tu vivi di incertezze. Per quanto io possa cercare di divertirmi e farmi trasportare dalle emozioni, non credo che arriverò mai ad accettare il tuo modo di essere. E anche se tu mettessi la testa a posto per venirmi incontro, difficilmente potrei fidarmi. Allo stesso tempo, però, non voglio passare un solo attimo a chiedermi come avrebbe potuto essere. Facciamo che accada. Per un brevissimo momento dimentichiamoci chi siamo e cosa abbiamo dietro e davanti alle nostre spalle. Proviamoci! Lasciamoci andare e vediamo cosa succede..”
“July, ascolta”, esordì, serio. “Non facciamola tanto lunga. Quello che posso offrirti è qualche notte d’amore, tutto qui: il futuro non è argomento di discussione. Non posso scordare chi sono e soprattutto perché ho deciso di vivere così. Sai che il mio istinto alla fuga è molto forte, se mi sento sopraffare. Ti ho chiesto di partire con me, è vero, ma da amici, come siamo ora: senza pretese né aspettative. Nessuna vacanza romantica né implicazioni sentimentali. Possiamo vivere questo periodo divertendoci, senza farci travolgere, se vuoi. Ma non proverò a lasciarmi andare: scordatelo.”
“Io non vivrò con il rimpianto di non aver provato. Tu si? Preferisco il rimorso del pentimento, al limite. Sono disposta ad affrontare anche l’incognita di una tua fuga, se dovesse essere necessario. Ma desidero sentire il mio cuore battere come in queste ore passate con te”, ammise, timorosa di essersi scoperta troppo. “Questa notte mi hai detto che volevi fermare il tempo: fallo, per qualche giorno.”
“Giulietta, non pensarci nemmeno! L’unica cosa che posso prometterti è la lealtà: cercherò di essere onesto e comportarmi bene. Ma non chiedermi di abbandonarmi a te perché non è possibile.”
“Allora dovrò accontentarmi, immagino”, si arrese. “Ma la fedeltà la pretendo in ogni caso, ricordalo! Quindi lunedì partiamo?”
“Confessa la verità: lo stai facendo solo per non vedermi con un’altra?”, la derise, baciandola appassionatamente e cercando di mettere fine al discorso.
“Era un si questo?”, chiese lei, mentre si abbandonava nuovamente all’estasi delle sue carezze.
“Si, si. Si”, promise Terence, mentre si perdeva nel corpo tonico e sensuale della ragazza. “Sei una tentazione troppo grande!”

Fecero l’amore con foga, impazienti, eccitati dalla sottile paura scaturita alla prospettiva di poter prolungare quello strano rapporto ancora per una manciata di giornate, rientrati in Italia, ignari di quali conseguenze avrebbe avuto quel gesto sulle loro già precarie esistenze.
Giulietta, poco prima delle due, sgattaiolò fuori dal letto disfatto di Terence per tornare nella propria stanza a prepararsi, prima di prendere servizio.
“Ti vedo dopo?”, chiese lui, attirandola a sé e posandole delicatamente le labbra sulla fronte.
“Mi aspettano sette ore di reception: non mi muovo da lì. Devo fare un po’ di ordini, rispondere alle e-mail e organizzare il torneo di scacchi, ma un po’ di tempo per parlare con te lo trovo, se scendi!”
“E questa sera? Che facciamo?”, chiese, ambiguo, accarezzandola seducente.
“Propongo a letto presto, ma ora lasciami andare che arrivo in ritardo! Chiamami quando stai per scendere, così ti mando la cameriera e rifare la stanza. Prima però fai sparire questi!”, ordinò, guardando divertita le bustine di preservativi sparse sul pavimento.
“Puoi farla salire subito, se vuoi. Non avrei le forze anche per lei, non temere!”, scherzò.
“Senza considerare che me l’hai promesso: nessun’altra donna finchè hai me. Tienilo a mente!”
“Veramente ti ho solo giurato di comportarmi bene!”, ironizzò.
“Il che implica che almeno nei giorni che passeremo assieme non ci saranno distrazioni! Puoi far finta di essere fidanzato con me: guarda che non è così male sai? Soprattutto sapendo che ho la data di scadenza”, scherzò, aprendo l’uscio e accertandosi che il corridoio fosse vuoto.
“July?”
“Cosa?”
“Credo che sarà molto fortunato chi ti avrà davvero come fidanzata”, mormorò. “Vai, ora.”
Giulietta rimase sbalordita e toccata da quella ammissione. “Terence, io..”
“Mi hai chiesto di essere sincero: ho solo detto la verità”, la interruppe. “Muoviti adesso, su!”
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giovedì 22 ottobre 2009

capitolo trentaseiesimo



(Capitoli precedenti)

Lei sollevò delicatamente il mento guardandolo fisso negli occhi ardenti, dischiudendo leggermente le labbra, pronta a tuffarsi nel loro primo bacio, senza porsi domande su cosa sarebbe successo in seguito.
Il silenzio totale e l’attesa carica di sensualità furono rotti all’improvviso dalla voce di Andrè che li stava chiamando.
“Tempismo perfetto!”, brontolò Giulietta, amara, rituffando le guancie arrossate e le labbra bollenti nel collo di Terence, delusa per quel sospirato momento di intimità interrotto sul nascere.
“Terry, July, siete sulla spiaggia? Saliamo!”, urlava Andrè verso il buio più completo
“Siamo ancora in acqua, verso riva”, gli rispose seccato il ragazzo. “Cinque minuti..”
“Non vi vedo.. A riva dove?”.
“Non importa che ci vedi, Andrè! Arriviamo tra un attimo!”, ringhiò Giulietta.
“Scusate!”, ridacchiò imbarazzato, capendo di essere stato inopportuno. “Fate con comodo!”
Quando scorsero le figure dei due ragazzi salire e correre all’asciutto alla ricerca degli asciugamani, Terence e Giulietta si guardarono, imbarazzati.
“Che dire..”, iniziò lui.
“Il destino ci è avverso?”, propose lei.
“E’ che dovevi supplicarmi, per avere un bacio, ricordi? Andrè mi ha salvato appena in tempo!”, tentò di scherzare, ancora eccitato e con il cuore palpitante.
“Io però non voglio che tu strisci ai miei piedi, Terence”, gli disse, seria.
“E’ una maniera per dirmi che ho vinto?”, le chiese, attirandola a sé.
“E’ una maniera per dirti che non voglio che ti innamori”, mormorò. “Perché io non lo farò.”
“Non corro il pericolo”, rispose lui, irrigidendosi impercettibilmente. “Hai creduto davvero che potessi spingermi così avanti?”, domandò, falso come Giuda.
“Sto solo cercando di mettere le cose in chiaro..”, balbettò.
“Non ce n’era bisogno, July. Lo sai che fatico a prendere le relazioni seriamente! Non capisco solo tutti quei discorsi sul lasciarsi andare ai sentimenti, se ora mi dici che non devo”, borbottò.
“Non ho detto di non lasciarti andare, né che io non lo farò”, cercò di spiegare, “Sto solo tentando di farti capire che, poiché tengo alla tua amicizia, non voglio illuderti, o illudermi. Scusa la schiettezza, ma tu sei da maneggiare con cura, e io, al momento, non ne sono in grado. Al contempo non voglio rovinare quel che abbiamo, e non vorrei precludermi il resto.”
“Fammi capire: mi stai dicendo che vuoi che accada qualcosa tra noi? E’ una supplica?”, la schernì.
“Ma figurati!”, si difese, avvampando. “Perché devi farla tanto difficile, poi? Ti diverti a mettermi in imbarazzo?”
“Sinceramente? Moltissimo. Mi pareva che cinque minuti fa fossi particolarmente a tuo agio, però!”
“E’ stato un attimo di debolezza. Puoi raccontare in giro che mi hai quasi piegata al tuo irresistibile fascino!”, scherzò, alzandosi e avviandosi verso la spiaggia.
“July, sii sincera”, le domandò, diretto. “Il problema tra noi è che io non sono pronto oppure non sei sicura di esserlo tu?”
“Entrambe le cose”, ammise. “Non mi fido di te e non mi fido di me. Sei il primo uomo che mi suscita emozioni da molto tempo, ma non credo sarai l’ultimo, e di certo non sono l’unica per te. Sei ben lungi dall’attaccare la cerniera dei pantaloni al chiodo, e io non sono un numero e basta!”
“Però ti dispiace che Andrè ci abbia interrotti..”, la provocò.
“Mai quanto a te, ne sono certa! Dai, saliamo, che sto tremando. Per il freddo, questa volta!”
“Vi raggiungo subito. Faccio due bracciate per sgranchirmi un po’. Ho avuto un koala appiccicato addosso fino a poco fa, se non l’avessi notato”, rispose immergendosi verso l’oscurità.
Battendo le gambe e soffiando rabbioso l’aria fuori dai polmoni, Terence cercava di metabolizzare le parole della ragazza. Non l’aveva detto esplicitamente, forse, ma il concetto era chiaro. Per loro non c’era futuro. Giulietta aveva ancora troppe esperienze da fare, persone da conoscere e paesi da visitare. E lui non poteva certo chiederle nulla, dal momento che conoscendosi sapeva di non poterle garantire l’affidabilità che avrebbe meritato. Anche se a quel punto il dilemma se lasciarsi andare o meno con lei era risolto, così la situazione era ancora più difficile. Cosa gli aveva chiesto, in pratica? Di esserle amico? Di divertirsi assieme? Di lasciare le cose come stavano? Non era stata chiara, constatò. Quindi? Come doveva comportarsi con lei? Giocare come sempre? Ignorarla? Insistere per concludere?
Con questi dubbi risalì a riva, infreddolito, trovando la ragazza, sola, ad attenderlo.
“Andrè e Jas?”
“Ti salutano. Lui ha detto che vi sentite domani in mattinata. Lo porta in albergo lei..”
“E come pensano di entrare?”, chiese, stupito.
“Gli ho dato la mia chiave, veramente.”
“E noi? Dormiamo in giardino?”, sbuffò, asciugandosi vigorosamente.
“Ho quella della porta sul retro, tranquillo. Vestiti che andiamo.”
“Non mi è chiaro come devo comportarmi con te, adesso”, esplose, incapace di tenere per sé i pensieri cupi che gli attraversavano la mente. “Mi lanci messaggi ambigui. Prima tenti di baciarmi e tre minuti dopo mi liquidi. Come devo prenderla?”
“Terence, sei molto importante per me. Credevo di poter giocare e divertirmi, ma mi sto affezionando. E anche tu, sebbene preferisci negarlo. Voglio che continuiamo a vederci anche in Italia, voglio che siamo amici o quel che sarà. Ma non desidero che inutili fraintendimenti o illusioni infrante ci portino ad ignorarci per il resto dei nostri giorni. Piuttosto lasciamo perdere tutto e continuiamo così, perché perderti non è un’opzione prevista.”
“E’ Andrè quello bravo a fare l’amico, July, io sono quello che usa e getta le donne, ricordi?”
“Appunto.. Se io non voglio essere gettata cosa devo fare?”, chiese ambigua.
“Dipende: vuol dire che ti accontenti di essere usata?”, rispose, ridendo.
“E se fossi io ad usare te? Non ti viene in mente?”
“Fa di me ciò che vuoi, allora!”, commentò, sarcastico. “Intanto voltati che mi spoglio ed infilo i jeans, July.”
“Si, scusa. Stai girato anche tu, che mi cavo la biancheria e mi rivesto.”
“Fantastico!”, esplose lui, ridacchiando irritato. “Ora mi dici anche che hai una camicetta scollata, una minigonna inguinale e niente sotto? Mi vuoi uccidere vero?”
“Veramente volevo dell’altro da te, prima. Ma non mi hai ancora detto cosa fare per non essere gettata via”, sospirò, onesta.
“July, sei vestita? Posso girarmi? Vieni qui”, disse, stringendola tra le possenti braccia, il torso ancora nudo. “Apprezzo la sincerità, davvero. Soltanto, non so davvero come risponderti. Le donne per me sono divise in due categorie. Quelle con cui vado a letto e quelle con cui sono amico.”
“Ed è molto popolata, quest’ultima?”
“Solo dalla sorella di Andrè. E da te!”, confessò.
“Quindi non ci provi con le tue amiche: mi stai dicendo questo? E prima, in acqua? Se non fosse arrivato Andrè?”
“Hai fatto tutto da sola!”, rise, lasciandola e raccogliendo i teli, gli indumenti bagnati sparsi per la spiaggia e dirigendosi verso l’auto. “Te l’ho detto, se mi supplichi forse..”
“Allora dovresti rassegnarti a creare una categoria intermedia per me, Terence. Perché io non sparirei il giorno dopo, come una qualsiasi avventura!”, protestò.
“Ti capisco. Sarebbe il miglior sesso della tua vita, difficile rinunciarci!”, nicchiò, aprendo la macchina.
“Sei tu che non cercheresti più nessun’altra, fidati!”
“Giulietta, siamo seri!”, la derise. “Scusa ma credo di fare in un mese più sesso di quanto tu abbia fatto in una vita!”
“Se per te è la quantità che conta..”, mormorò provocatoria. “Non sai cosa ti perdi con la qualità!”
“Credo che resterò con il dubbio, grazie. Non sopporterei le tue scenate verso le altre mie donne!”, scherzò, pur raccontando una realtà.
“Tu me le fai solo perché parlo con il mio ex, figurati. E poi chi ti dice che sentiresti il bisogno di altre?”, rispose, sarcastica.
“Te lo dico io. Sono troppo sensibile al fascino femminile”, ammise, serio. “Non tradirei mai una donna, se ne fossi innamorato. Ma fino a quel giorno non voglio vincoli e gelosie inutili.”
“Con me staresti in una botte di ferro, Terence. Stavo con un uomo sposato, ricordi?”
“Quindi, parlando per ipotesi, mi stai dicendo che potremmo divertirci quando ne abbiamo voglia, continuare ad essere amici e al contempo vedere altre persone? E tu non romperesti le palle? Dove posso firmare il contratto?”, scherzò.
“Oh, per me non sarebbe un problema!”, affermò sicura, accusando una piccola fitta di dolore nell’udire la menzogna uscire dalla bocca. “Sei tu che non tollereresti di vedermi con un altro!”

Il viaggio di ritorno fu veloce. Le strade erano deserte e arrivarono all’albergo rapidamente. Coi capelli umidi e i piedi scalzi si avviarono quatti verso la porta di servizio, entrando silenziosi diretti alla rampa di scale.
“Niente ascensore?”, bisbigliò Terence, la camicia sbottonata.
“Shhh.. Il mio collega dorme. Avrà già sentito Andrè entrare, non da solo, ovviamente. Quindi è meglio che non sappia che ho dato le chiavi a qualche ospite! Sali svelto, su!”, disse, facendo rapida i gradini, la biancheria bagnata infilata negli anfibi che teneva in mano e i lunghi capelli neri ancora gocciolanti che le inzuppavano la camicetta.
Arrivati alla biforcazione del loro corridoio, scese l’imbarazzo.
“Vado a farmi una doccia, July..”, sussurrò Terence.
“Non passi a darmi la buona notte, dopo?”
“Il buon giorno, vorrai dire! Non questa volta, sono stanco e poi abbiamo già giocato col fuoco, per oggi! Ci vediamo tra qualche ora, promesso. Se vuoi ti porto la colazione a letto! A dopo, piccola”, le disse, attirandola a sé e baciandole la fronte.
Quando il ragazzo si avviò, Giulietta ebbe una stretta al cuore. Avrebbe desiderato che quell’abbraccio si fosse protratto tutta la notte, voleva sentire di nuovo le mani di Terence sulla sua schiena nuda, ed invece era sola e umida al centro di un corridoio deserto.
Con questa sensazione di vuoto di diresse in camera e gettò la roba bagnata nel cesto della biancheria, tuffandosi sul letto.
Pensò a tutta quella folle giornata: l’attentato in America, le migliaia di persone morte e ferite, l’impotenza dell’umanità di fronte a questi eventi. E ancora, Andrè e Jas che si erano lasciati andare al desiderio, lei e Terence avvinghiati in acqua, le emozioni che il ragazzo le scatenava.
Fu così che Giulietta prese la decisione.
Senza valutare le conseguenze, uscì dalla stanza, scalza.

“Sono io”, bisbigliò alla porta di Terence dopo aver bussato, piano.
“Che succede?”, chiese il ragazzo, aprendo a torso nudo, la doccia che scorreva.
“Mi fai entrare?”, chiese, avvampando ed avvicinandosi, facendo scorrere lo sguardo sul dorso scolpito.
Si squadrarono un istante che parve eterno, studiando il desiderio che brillava nei loro occhi e la paura che echeggiava nel petto.
Terence le cinse la vita e la trascinò dentro, silenzioso, chiudendosi l’uscio alle spalle ed appoggiandovisi contro, Giulietta tra le braccia. La strinse forte a sé, sentendo il cuore accelerato ed il respiro affannato. “July, che ci fai qui?”, sospirò.
“Ti sto supplicando. Può bastare?”, sussurrò alzando su di lui i grandi laghetti blu incupiti dalla smania di sentire ancora il contatto col suo corpo nudo.
“E domani? Te ne pentirai?”, chiese, accarezzandole i capelli ancora umidi e fermando la mano dietro al collo sottile, disegnando piccoli circoli alla base del cranio.
“Mai”, rispose sincera, sicura, lisciando il bel viso abbronzato e sfiorando con la punta delle dita le labbra morbide, facendolo fremere. “Terence?”, bisbigliò, passando la bocca morbida sul suo costato, dandogli piccoli e sinuosi baci.
“Cosa?”, gemette lui, frastornato da quel tocco seducente.
“Ti abbassi tu o prendo una sedia io, per baciarti?”
Lui chinò il capo, dolcemente, e si abbandonò alle calde labbra di Giulietta.
Dapprima furono gesti accennati, morbidi, romantici, finché le loro lingue si incontrarono, si esplorarono, si cercarono e li fecero abbandonare in un turbinio di passioni.
Le dita di Terence si infilarono sotto la camicetta della ragazza lisciando la schiena nuda e fresca, ispezionandole la curva dei fianchi e salendo fino all’incavo delle ascelle.
Lei spasimò di piacere, baciandolo con passione crescente e trascinandolo verso il letto, costringendolo a sdraiarsi accanto a lei, incapace di rinunciare alle mani che le sfioravano la pelle come un esperto violinista suona il suo strumento.
Quando lui scese verso il collo, slacciandole abile la blusa, Giulietta stordita dall’ebbrezza di quella passione si strinse forte al suo corpo, cercando avida il bottone dei jeans.
“Sei salata..”, mormorò Terence tuffandosi nella sua scollatura, facendola vibrare.
“Hai la doccia accesa..”, insinuò lei, facendolo rotolare sulla schiena e chinandosi sopra di lui, divaricando leggermente le gambe.
“Vuoi fare il bagno?”, si stupì lui, accarezzandole le cosce nude ed insinuandosi sotto la minigonna, consapevole che non avrebbe trovato ostacoli. “Adesso?”
“Magari dopo..”, gemette, ansimando sotto le dita esperte che si perdevano dentro di lei.
Non senza difficoltà gli slacciò i jeans ed iniziò ad accarezzarlo, lenta, sentendo il desiderio di Terence crescere assieme al suo.
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domenica 18 ottobre 2009

capitolo trentacinquesimo



(Capitoli precedenti)

“Non mi piace fare il sostituto di qualcuno, Giulietta”, disse irrigidendosi.
“Ancora con la storia di Romeo?”, chiese, liberandosi secca da quell’abbraccio. “Sei pesante!”
Andrè e Jasmine erano già usciti dal locale e loro li seguirono, seri.
“Prendo my car?”, chiese la bionda.
“Le usiamo entrambe”, propose Andrè. “Le spiagge sono sulla strada del ritorno, così non dobbiamo ritornare indietro per recuperarne una. Guido io tua car, che è meglio! Terry, tieni le chiavi del Chrysler. Vi seguo”. E sparì nel buio con Jas.
Terence e Giulietta, ancora scostanti, salirono in macchina in silenzio, accendendo la radio per colmare la sensazione di disagio che permeava l’abitacolo.
Quando i fari dell’auto guidata da Andrè si accodarono a loro, si avviarono verso le coste.
“Dici che si imboscano?”, esordì Terence, rompendo l’imbarazzante quiete.
“Dico che sei uno stronzo!”, esplose lei. “Che problema hai con me?”
“Modera il linguaggio, che non ho fatto niente per meritare questi appellativi!”, si infastidì.
“E’ tutta sera che mi dai il tormento con quella telefonata! Cosa ti ha urtato?”
“Sei convinta che mi abbia dato fastidio il fatto che hai parlato col tuo ex?”, ridacchiò nervoso.
“Questo a prescindere. Sei geloso marcio. Ma non è quello il punto. Cosa ho detto per irritarti?”
“Non sono geloso, ti sbagli!”, si difese.
“Oh, si che lo sei! Non è nemmeno in discussione, la cosa!”, sbottò, sincera. “Mi vuoi dire cosa ti ha seccato una volta per tutte? Che ho abbassato la voce? Che non hai sentito cosa gli ho detto?”
“Tu vaneggi, July!”, mentì, troppo impacciato.
“Ultima occasione per la verità, Terry. Son stufa di subire le tue frecciate senza senso”, concluse in tono perentorio. “Non bevo per dimenticare, non sei il sostituto di nessuno e la telefonata non mi ha uccisa, va bene?”
“Devo voltare qui?”, tergiversò, vedendo che Andrè metteva la freccia verso un sentiero che declinava verso il mare.
“Fai passare avanti loro e seguili”, mugugnò. “Sto ancora aspettando.”
“Non ti arrenderai, vero?”
“Non quando vengo punzecchiata senza motivo.”
“Non voglio che tu soffra più a causa sua, July..”
“Non giraci attorno. Cosa ti ha infastidito?”
“A parte che non gli hai sbattuto il telefono in faccia subito?”, ammise.
“Addirittura? Possessivo fino a questo punto?”, si stupì, senza nascondere la soddisfazione.
“Addirittura. Contenta?”
“Esalti il mio ego, Terence!”, gongolò.
“Mi racconti di cosa avete parlato? Per favore.”
“Bastava chiederlo subito, no? Gli ho detto che doveva dirmi addio. Perché otto mesi fa non l’ha fatto. Tutto qui. L’ho pregato di pensare alla sua famiglia e non farsi del male inutilmente, tanto io indietro non sarei tornata. E per dovere di cronaca, gli ho anche confessato che non intendo scappare più, né dai miei sentimenti, né da lui.” Osservando Terence, rilassata, gli chiese: “E tu?”
“Io cosa?”
“Hai intenzione di scappare ancora a lungo?”, domandò, incoraggiata dal vino.
“Si sono fermati, che faccio, mi affianco?”, propose, ignorando la domanda.
“Parcheggiati un po’ più avanti, così li vediamo quando arrivano.”
“Se arrivano”, ghignò. “Se Jas ha intenzioni bellicose chissà..”
“Mi rispondi?”
“July, è complicato. Tu sei fuggita da una relazione, io scappo da un’intera vita. Giro il mondo per sentirmi meno solo, nella mansarda vuota. Mi circondo di amicizie fugaci e poco impegnative per non affrontare la solitudine. Mi aggrappo ad Andrè perché è l’unica famiglia che ho”, sospirò.
“Veramente intendevo chiederti se pensavi di tenere le distanze da me ancora a lungo..”, sussurrò, vagamente imbarazzata.
Terence rise, nervoso. “E’ una maniera per dire che non devo lasciare la tua stanza, la prossima volta? Mi stai implorando? Molli già?” Giocare era l’unica maniera che conosceva per affrontare la situazione.
“Non esiste che ne parliamo seriamente un attimo? Cosa vuoi fare con me?”
“July, sei..”
“Ehi.. siete vestiti?”, li chiamò Andrè, bussando ai finestrini. “Facciamo questa passeggiata?”
“Salvo!”, si rilassò Terence. “E’ il mio migliore amico non per niente!”
“Ha il telecomando per arrivare nei momenti meno opportuni? Non finisce qui il discorso, stanne certo”, minacciò Giulietta, scendendo dalla macchina.

Uno spicchio di luna occhieggiava nel cielo, mentre i quattro ragazzi camminavano scalzi sulla sabbia umida della piccola caletta incastonata tra due promontori rocciosi a picco sul mare.
“Facciamo il bagno?”, propose Terence. “Abbiamo le sacche da sub nel bagagliaio, Andrè. Ci sono teli per tutti!”
“Midnight swim?”, chiese Jas accertandosi di aver capito bene.
“Più che mezzanotte, sarà il bagno dell’una e mezza di mattina”, scherzò Giulietta. “E’ freddo, ragazzi! It’s cold!”
“E dai July, non fare la noiosa! Vieni Terry, andiamo a prendere gli asciugamani!”, propose Andrè, trascinando l’amico con sé.
“Ti marca stretto, l’inglesina, eh?”, chiese il ragazzone, quando furono soli.
“Abbastanza”, ammise timido Andrè.
“E tu, che pensi?”
“Jas è carina, simpatica. Ma non mi ha scatenato niente, a livello emotivo.”
“Credo che lei abbia intenzione di agire in altre parti di te, Andrè, non sul cuore!”
“E’ bello essere te, per una volta!”
“Non mischiare la lana con la seta! Io al posto tuo sarei già altrove con lei, non qui con me e July! Non capisco che aspetti, fratello!”
“E’ un’amica di Giulietta: mi secca!”
“Cioè, credi che a lei dispiacerebbe?”
“Non è edificante che mi faccia una sua amica. Se non l’hai notato ha dei principi morali, lei. E anche io!”
“Temi che dopo ti guarderebbe in modo diverso?”, chiese sospettoso.
“Frena la fantasia! Non ambisco a Giulietta da quel punto di vista, come te lo devo dire? Tengo alla sua stima, però. Non ci vedo nulla di male in questo..”, si giustificò.
“Fa un po’ come credi. Io però non ci vedrei nulla di male, e credo nemmeno lei. Tu e Jasmine siete adulti consenzienti, in fin dei conti. Vi attraete.. Domani non si lavora.. Il mare, la luna...”
“Ma se si vede appena, la luna!”, scherzò Andrè, mettendo fine al discorso. “Dai, apri il baule che vedo cosa possiamo avere per non prenderci un coccolone!”
“Chi ha il pane non c’ha i denti, però..”, commentò laconico Terence.
“Rosica, rosica! Se è vero che sei fuggito dalla sua camera hai poco da lamentarti, però!”
“Guarda che le cose non sono andate proprio così eh? Che sia chiaro almeno!”
“Quindi non è vero che eri in camera sua di notte?”, lo provocò Andrè.
“C’ero, ma non è successo nulla!”
“E’ appunto quel che ha detto lei!”, rise divertito.
“Qui passo per quello che non sono! Lei non mi ha chiesto di restare, davvero!”, insistette.
“E da quando aspetti un invito, tu, prima di provarci?”
“Da quando quel bastardo del mio migliore amico mi ha fatto le prediche su come trattare le donne! Anzi, quella donna!”, si arrese. “E da allora vado avanti a docce fredde, per colpa tua!”
Arrivarono alla spiaggia ancora battibeccando, le braccia piene di teli da mare e t-shirt sdrucite.
“Ma sempre a discutere voi?”, chiese Giulietta, curiosa.
“Divergenze di punti di vista”, spiegò Terence enigmatico. “Ti ho portato una mia maglietta sporca per fare il bagno, se anche oggi non hai il reggiseno!”, le disse, gettandogliela in grembo.
“Oggi ce l’ho, grazie. Ma se volessi entrare nuda?”, provocò.
“Vedi cosa intendo, Andrè?”, gemette il ragazzone, mentre l’amico rideva divertito.
“Non cercare me, fratello! Jas.. Let’s go?”
“Okay!”, rispose entusiasta sfilandosi l’abito a sottoveste e rimanendo in intimo nero e provocante. “Juliet? Come on!”
“I'll be there as soon as I smoking this cigarette!”, rispose, agitando la sigaretta appena accesa. “Andate voi, ragazzi, vi raggiungo subito!"
“Okay”, disse Terence, togliendosi svelto i jeans e la camicia, affatto ansioso di restare solo con lei e dover riprendere la discussione lasciata a metà in macchina a proposito del loro rapporto.
“Scendete intanto, l’aspetto io..”, disse Andrè, confuso dall’atteggiamento dell’amico.
“Fugge dal mio terzo grado”, gli spiegò Giulietta mentre i due entravano in acqua schizzandosi.
“Tipico di Terry!”, sorrise Andrè. “Odia essere messo alle strette.”
“Non l’ho messo alle strette, credo..”, protestò. “Volevo solo sapere come pensa di comportarsi con me.. Dici che l’ho chiuso all’angolo, Andrè?”
“Dico.”
“Avevo troppo vino in circolo, forse..”, ammise.
“Tu sai cosa vuoi da lui? Ne sei sicura, intendo?”
“No, non riesco a capire. E’ come se in Terence ci fossero due persone diverse, e non so se mi piace l’idea di conquistare il suo lato ribelle o se al contrario preferisco l’uomo indifeso.”
“Tu gli piaci, l’hai capito vero?”
“Si, lo so.. Fin lì ci sono arrivata!”
“Ti chiedo solo di essere onesta, July. Se ti stai solo divertendo, se vuoi una storia o se desideri un futuro con lui, digli sempre la verità. Almeno saprà come regolarsi. Al momento entrambi vi mandate messaggi contraddittori, non solo Terry, credimi. Non giochi leggera, te ne rendi conto?”
“Non pensare che lui usi i guanti di velluto!”, commentò, risentita.
“Non ti sto riprendendo, non fare l’offesa. Volevo solo farti capire che entrambi forse non sapete bene cosa desiderate da questa cosa. Come la chiamiamo? Amicizia? E per paura di rovinare il rapporto, giocate a scherma: colpite e arretrate, studiando le mosse dell’altro.”
“Sto bene con voi, Andrè. Siete gli unici amici che ho, in questo momento, a parte Marina. Non voglio mandare all’aria tutto per un’attrazione fisica.”
“Se è solo quello che vuoi, sesso, intendo, basta che glielo dici. Devi essere chiara, però.”
“Ma non voglio andarci a letto!”, protestò.
“Ah no? Guarda che i tuoi gesti raccontano una storia diversa!”, rise.
“Non dico che non mi attiri, è innegabile, ma vorrei poter continuare a vederlo anche in Italia..”
“Quindi vuoi una relazione?”, chiese, leggermente ambiguo.
“Andrè. Non. Lo. So. Mi credi? Vorrei poterlo conoscere meglio e al contempo non vorrei illuderlo. Mi sto riprendendo da un incubo e avrei voglia di sentirmi viva. Conoscere gente, divertirmi. Viaggiare. Mi sono negata tutto questo per tanto tempo, non ho praticamente vissuto l’adolescenza. Ho ventisei anni, credi che sia così tremendo non desiderare relazioni serie?”
“Lui lo sta facendo da trentatre, quindi non è grave, July! Perché non glielo dici, scusa?”
“Perché mi piace! E se fosse lui la persona giusta e me la giocassi così?”
“Dici di voler vivere appieno le tue emozioni e poi ti poni dei divieti? E’ incoerente!”
“Cosa devo fare?”
“Tesoro, quello non te lo posso dire io. Ti chiedo solo la cortesia di essere onesta con lui. Non voglio che si lanci in speranze e voli pindarici con te, se non è ricambiato. Che una storia d’amore possa andar male ci sta, ma non farla nemmeno iniziare se non sei convinta. Potete anche vivervi l’avventura fugace e restare amici, no? Mettiti in testa che non sei una brutta persona solo perché hai voglia di fare sesso senza amore. Capito?”
“E tu perché sei qui con me e non da qualche parte infrascato con Jas, allora?”, si informò.
“Colpito e affondato!”, disse Andrè, gettandosi a schiena a terra e mimando una sparatoria. “Non volevo che ti offendessi. E’ una tua amica”, confessò.
“Appunto perché ho un’amica che ha voglia di divertirsi, ti consiglio di aiutarla, se non va contro alla tua etica! Lei ti piace?”
“Molto, ma non da perderci la testa. Non ha quello che cerco in una donna..”
“E cosa sarebbe?”
“Sarebbe quello che hai tu, ma non ho speranze!”, disse ridendo e sollevandola di peso. “Dai, spogliati che li raggiungiamo, prima che Terry mi soffi la conquista!”
I due si guardarono un attimo, intensamente.
Ha capito che non scherzavo?, si chiese imbarazzato Andrè.
“Sei troppo un bravo ragazzo, per me. Se non sono problematici non li voglio!”, buttò lì Giulietta, cercando di intuire se giocando Andrè avesse detto la verità.
“Se fosse solo quello l’impiccio, diventerei un bastardo di prima categoria!”, continuò lui togliendosi i vestiti, dissimulando le difficoltà in cui si era cacciato con quel discorso.
“Andrè.. mi stai prendendo in giro vero?”, domandò, infine, confusa, sfilandosi la minigonna.
No, certo che no, pensò lui.
“Ovviamente! Sono immune al tuo fascino!”, mentì, sforzandosi di apparire credibile. “Hai già fatto abbastanza danni con Terence, può bastare! Andiamo?”, glissò. “Ci chiamano!”
“Scusami, per un attimo avevo pensato.. lascia perdere! Troppo vino!”, rise Giulietta, levandosi la camicetta e correndo verso l’acqua. “Quindi questa sera ti fai accompagnare in albergo da Jas?”
“Che curiosona!”, scherzò lui, schizzandola e tuffandosi atletico nel blu.
“Vi siete decisi ad arrivare!”, urlò Terence, qualche metro più al largo.
“Sei sopravvissuto cinque minuti senza di me?”, gli rispose l’italiana, nuotando verso di lui. “Jasmine, everything okay? Lui è stato bravo?”
“So far!”, rise, sincera.
“Che ha detto? Giuro che non l’ho sfiorata, Andrè!”, si giustificò.
“Ha detto che fino ad ora sei stato bravo!”, tradusse Giulietta. “Il che mi fa davvero pensare che la tua fama sia immeritata!”, lo pungolò, sarcastica.
“July, l’inglesina deve ringraziare che siete arrivati voi!”, si difese, raggiungendola con due bracciate e cercando invano di metterle la testa sott’acqua. “Mi sembri un’anguilla!”, commentò mentre la ragazza sfuggiva veloce ai suoi attacchi.
“Le malelingue mi chiamano vipera, quindi suppongo che il tuo sia un complimento!”, disse, col fiatone. “Tregua? Non farmi bere per favore!”, supplicò.
“D’accordo.. tregua, finchè fai ti comporti bene. Come mai ci avete messo tanto?”
“Sei geloso anche del tuo migliore amico?”
“Allora te le cerchi!”. E si tuffò, trascinandola verso il fondo.
Quando Giulietta riuscì ad emergere sputava acqua e tossiva, ridendo.
“Ma non ho detto nulla di male! E’ la verità!”, protestò, raccogliendosi i capelli dietro le orecchie.
“Hai bevuto?”, si preoccupò Terence, togliendole una ciocca ribelle appiccicata al viso luminoso.
“Diciamo che era meglio il vino”, bisbigliò, emozionata a quel tocco.
La notte oscurava le sagome di Andrè e Jasmine, che pericolosamente vicine stavano guardando il cielo, tentando di riconoscere le diverse costellazioni.
“Terence, scusa per prima, in auto. Ho esagerato..”, ammise Giulietta.
“Quando mi hai dato dello stronzo? Si, era eccessivo. Scuse accettate!”
“Anche per quello.. Mi riferivo alle tue intenzioni con me. Non volevo metterti in difficoltà.”
“Oh.. Okay”, rispose, sollevato, lieto di non dover offrire spiegazioni sui suoi sentimenti.
“Comunque..”, continuò lei.
“Eh no, bella. Non puoi chiedere scusa e continuare! Discorso chiuso. Va bene?”
“Solo una cosina piccola piccola, posso?”
“Che devo fare con te? Mi daresti tregua se dicessi che non puoi?”
“Certo! Non faccio sempre quel che mi pare!”, si offese.
“Allora non puoi! Decido io ora”, disse fermo, afferrandola per le gambe e facendola immergere.
“Mi vuoi fare affogare?”, protestò, riaffiorando alle sue spalle, cingendogli con le gambe la vita e tenendosi al suo collo con le braccia, alla stregua di uno zainetto.
Restarono fermi così, galleggiando, cullati dalla corrente, scrutando la scura coperta sopra le loro teste, trapuntata da milioni di stelle.
“Come avranno passato la notte, a New York?”, chiese serio Terence.
“Non riesco ad immaginarlo, davvero. In preda al terrore, credo.”
“E’ giusto che noi siamo qui a divertirci mentre all’altro capo del mondo la gente muore così?”
“Non è giusto quello che sta accadendo in America, ma noi non facciamo nulla di sbagliato. La vita deve andare avanti comunque”, gli rispose, stringendo il petto alla sua schiena e posando delicatamente una guancia alla spalla marmorea.
Terence le cercò le braccia, avvinghiate al suo collo, e le accarezzò delicate, silenzioso, riflettendo sulle parole della ragazza. Istintivamente si sciolse da quell’abbraccio e ruotò su sé stesso, portandosi occhi negli occhi con Giulietta, ancora avvinghiata a lui con le lunghe gambe.
“Interessante posizione”, commentò lei, nervosa, passandogli una mano sulla fronte per spostare i capelli gocciolanti che gli coprivano gli occhi felini, stranamente gialli alla luce fioca della notte.
“Non faccio nulla, volevo solo guardarti in faccia, July. Mi sembrava di avere un koala attaccato alla schiena!”
“Ora ce l’hai sulla pancia, quindi. Però sono meno pelosa, ammettilo!”, scherzò, terminando l’operazione di liberazione del bel viso dalla folta chioma, senza scostarsi da lui.
“Li hai mai visti, i koala, intendo?”, si informò Terence, scrollando il capo come un cagnolino a cui hanno appena fatto il bagnetto.
“No, non sono mai stata in Australia. Tu?”
“Si, una volta, sulla costa orientale, vicino ad Adelaide. Sono buffissimi, te ne innamoreresti a prima vista, ci scommetto.”
“Mi piacerebbe tanto viaggiare, sai? Raccontami i posti più belli che hai visto”, chiese, tranquilla, stringendosi a lui e poggiando la testa sul petto glabro e scolpito.
“Dunque, vediamo”, si concentrò, abbracciandola stretta e beandosi del calore che quel corpo gli trasmetteva. “Non so farti una classifica, ma in pole position ci sono, come fondali, le Maldive prima che il Niño uccidesse larga parte della barriera corallina, il Borneo e Bora Bora. Vado dove l’acqua è più bassa così mi siedo un po’, ti secca?”, chiese, senza smettere di cingerla forte.
“Affatto. E al di là degli abissi, quali sono le realtà che ti hanno colpito maggiormente?”
“Il Messico, meravigliosamente suggestivo”, rispose pronto, accovacciandosi sulla sabbia, Giulietta sempre aggrappata a lui. L’acqua lambiva loro le spalle, coprendole, affinché la brezza notturna non potesse raffreddare i corpi bagnati. “Bianche spiagge, popolazione cordiale e resti archeologi incantevoli. Ho amato alla follia la zona di Tulum e Cobà, dove siamo rimasti un paio di giorni. Ma credo che un domani, quando mi prenderò una vacanza, visiterò tutte le rovine Maya. Mi ha sempre attirato la loro storia.”
“Altre località degne di nota?”, chiese, senza scostarsi da quel comodo rifugio, poggiando solo le gambe sul fondo sabbioso del mare per puntellarsi meglio ed evitare di essere scossa troppo dalla corrente di risacca.
“Tantissime, July. Faccio prima a dirti quelle che mi sono piaciute meno: la Grecia, su tutte. Trovo che in Italia abbiamo coste, fondali e paesaggi marini molto più pittoreschi, benchè riconosca che la Grecia classica ha un fascino storico incommensurabile. Ma le immersioni al Partenone non sono previste, purtroppo!”, ridacchiò. “Anche la Tunisia devo dire che è sopravvalutata. A parità di prezzo, preferisco di gran lunga il Mar Rosso, soprattutto le zone ancora quasi vergini della costa africana, piuttosto che Sharm e la penisola del Sinai.”
Un’onda improvvisa si abbatté sulla schiena di Terence, facendolo barcollare pericolosamente nel tentativo di non finire sott’acqua con la preziosa zavorra arpionata al collo.
Giulietta bevve una lunga sorsata d’acqua, nonostante tutto, e si staccò dal poderoso abbraccio del ragazzo, in preda a violenti colpi di tosse.
“Se devi ingollare tanta acqua quanto vino, svuoti il mare, sai?”, le disse, dolce, mentre la picchiettava leggero le scapole, facendola riprendere. “Va meglio?”
“Si, grazie”, mormorò, ancora sconquassata.
“Aspetta”, bisbigliò Terence, scrollandosi le mani dall’acqua salata per toglierle delicatamente i luccioloni che lo sforzo aveva fatto affiorare sui suoi occhi. “In un modo o nell’altro devo vederti piangere, vedi?”, ironizzò, indugiando in quella carezza, prima di cingere nuovamente l’esile schiena di Giulietta, lisciandola.
“Andrè e Jas?”, si informò lei, cercando di scorgere le loro sagome nel buio della notte.
“Sono più al largo, mi pare, alla tua destra. Vuoi che ci avviciniamo?”
“Non vorrei disturbare, sai com’è..”, disse ambigua.
“Direi che non c’è pericolo!”, rise Terence.
“Io penso proprio di si”, mormorò la ragazza indicando due ombre appiccicate in quello che era verosimilmente un bacio appassionato.
“E brava Jasmine! L’ha fatto cedere!”, constatò stupito.
“Vorrei una parte del merito, se non ti dispiace!”, gongolò la ragazza, riappoggiandosi a quel petto poderoso. “Ho fatto opera di convincimento!”
“Credo che lei non ne avesse bisogno, July. Se lo mangiava con gli occhi dalla prima sera.”
“L’ho fatta a lui, Terry, non a Jas! E’ anche per quello che abbiamo tardato, prima.”
“Curioso: anche io gli ho detto di buttarsi, ma a me aveva detto di no. Come hai fatto a fargli cambiare idea?”, si informò.
“Gli ho dato la benedizione, semplicemente: aveva paura di offendermi dal momento che lei è amica mia!”, rispose, omettendo tutta la prima parte della lunga discussione avuta sulla spiaggia.
“E a te va bene che abbiano una storia di una notte? Non li giudichi male, o avventati?”
“Se è ciò che vogliono entrambi, che problema c’è, scusa?”
“Ah, io non ne vedo! Sei tu che stai criticando da giorni l’inciviltà delle mie avventure amorose che durano il tempo di una vacanza!”
“E’ diverso, non barare”, disse decisa scostandosi dal suo abbraccio e fissandolo negli occhi gialli. “Tu scegli solo avventure per non rischiare nulla di serio. Lui cerca la donna ideale ma a volte si imbatte in una storiella. Scusa se è poco!”
“Non meriti nemmeno una risposta”, la irrise, riappoggiandosela al corpo. “Diciamo che a lui è concesso tutto e a me niente, okay?”
“Non è affatto così”, cercò di divincolarsi lei. “Capita che una persona ti piaccia ma sai che non potrà essere nulla di duraturo, con molta probabilità. Che fai, ti tiri indietro? Di questo passo, il mondo sarebbe pieno di individui soli e frustrati! Un uomo e una donna possono anche farsi compagnia per un breve tragitto, senza ferirsi, se sono consapevoli della precarietà della situazione, non credi? Poi magari scatta la scintilla e sarà per sempre!”
“Anche questo discorso è stato fatto prima in spiaggia?”, si incuriosì.
“Forse a qualcosa abbiamo accennato..”, mormorò, rituffando il bel viso tra i suoi pettorali.
“Solo qualcosa, eh?”, sorrise. “Lo racconti anche a me?”
“Ora sto bene in silenzio, grazie”, sussurrò. “Stanno ancora pomiciando, quei due?”, chiese, cambiando discorso.
“Non saprei, vedo solo le teste vicine”, bisbigliò, accarezzandole la schiena nuda e godendo appieno della gradevole sensazione che quello sfioramento gli provocava. “Hai freddo?”, si preoccupò, sentendo la pelle d’oca ricoprirle il corpo.
“No.. sei tu che fai venire i brividi se mi tocchi così”, confessò, non trovando una battuta più efficace. Andrè le aveva raccomandato di essere sincera: quello era un buon momento per iniziare.
“Devo smettere?”, chiese, roco, controvoglia.
“No, mi piace”, rispose semplicemente, avvicinando ulteriormente il proprio corpo a quello sodo e scolpito di Terence, posando la bocca sul suo collo pulsante.
Le grandi mani del ragazzo disegnavano piccoli cerchi lungo la spina dorsale di Giulietta, facendola sospirare di piacere. Lei sollevò delicatamente il mento guardandolo fisso negli occhi ardenti, dischiudendo leggermente le labbra, pronta a tuffarsi nel loro primo bacio, senza porsi domande su cosa sarebbe successo in seguito.
I pensieri di Balua ore 15.15 | 11 riflessioni  
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mercoledì 14 ottobre 2009

capitolo trentaquattresimo



(Capitoli precedenti)

Andrè e Terence si guardarono, increduli, silenziosi spettatori di quel singolare momento.
“Giuls.. dove sei? Mi pareva di impazzire, oggi. Stai bene? Sandra mi ha dato il numero..”
“Dammi un secondo..”, sussurrò la ragazza, disattivando il vivavoce e scendendo svelta dalla portiera, cercando di riaversi dallo stupore. “Andrè, guida tu. Prosegui per Mullion, allo svincolo a sinistra. Che gli dico?”, implorò, guardando Terence.
“Di andarsene a cagare, tipo?”, disse, torvo. E geloso.
“Giuls, stai bene? Dimmi che non sei in America!”, supplicava Romeo, ignaro, a migliaia di chilometri di distanza.
“Non sono in America e sto bene”, rispose asciutta, la voce tremula, guardando gli amici in cerca di approvazione, accomodandosi sul sedile posteriore.
“Sei in Italia?”
“Non vedo come la cosa possa riguardarti”, esordì, rabbiosa, arrendendosi alla considerazione che verso quell’uomo era ben lontana dal provare l’indifferenza di cui tanto aveva parlato la sera precedente con Terence. “Comunque sono a lavorare all’estero, come ti avrà detto tua moglie, se ti ha dato il mio recapito. Per inciso, se volevo che l’avessi anche tu, te l’avrei fornito personalmente.”
“Mi aveva avvisato che non l’avresti presa bene. Dopo quel che è successo oggi, ho tentato di chiamarti milioni di volte sul vecchio numero, ma era sempre spento. Così Sandra ha capito e mi ha dato un bigliettino dicendomi che ti avrei trovata qui. Non mi ha spiegato come facesse a saperlo.. Giuls.. ci sei ancora?”
“Si, Romeo, ci sono”. C’era e stava ascoltando i propri sentimenti. La rabbia cieca dei primi istanti stava scemando, facendo posto ad una sensazione di dolcezza mista a malinconia per un passato intenso e doloroso, per un periodo che l’aveva vista diventare donna bruscamente.
“Giuls.. Possiamo parlare?”, implorò.
“Cosa abbiamo ancora, da dirci?”, disse, più morbida. “Tieni la destra ora, Andrè.”
“Capisco che non sei sola, ma ho bisogno di dirti alcune cose, posso? Sono otto mesi che non so nulla di te, sei sparita senza lasciare traccia, e poi scopro che mia moglie ne sa molto più di me, di tutto!”, esclamò esasperato. “Posso sapere perché?”
“Sandra ha sempre saputo di noi, Romeo”, ammise, sotto lo sguardo attento dei compagni d’auto.
“Mi hai lasciato per questo?”
“No, ti ho allontanato per i motivo che sai. Ho solo pregato lei di starti vicina, di riprendere da dove vi eravate fermati”, sussurrò imbarazzata, cogliendo lo stupore sul volto degli amici. Aveva omesso questa parte della storia, nel racconto che aveva fatto loro. “Parlarne ora mi pare sia inutile..”
“Come inutile? Dopo otto mesi scopro che mia moglie e la mia amante cospiravano alle mie spalle! Vi siete preoccupate di domandarvi se ero d’accordo?”, sbottò, indignato.
“Eh no, adesso ti calmi!”, si alterò Giulietta. “Tanto per cominciare, apprendo ora che mi vedevi come un’amante. All’epoca dicevi il contrario! In secondo luogo, se tu non hai saputo fare una scelta, non puoi incolpare me per aver tolto tutti da quella situazione di merda!”, esplose piccata.
Va bene tutto, ma sentirsi fare una lezione di morale da lui proprio no eh?
“Lo sai che per me non eri un’amante..”, cercò di scusarsi.
“Una donna che vedi di nascosto, nelle auto e nei motel, come la definiresti? Ci siamo lavati la coscienza entrambi con la scusa che eri separato in casa, ma i fatti erano ben differenti: tu vivevi con la tua famiglia, non da solo, né con me! Quindi scusami se non sono rimasta ad assistere impotente ai tuoi sensi di colpa. Anche io ho un cuore!”
“Sai che volevo stare con te, passare assieme il resto della nostra vita..”
“Volere è potere, Romeo”, mormorò accasciandosi contro l’alto schienale, mentre l’auto correva tranquilla attraverso le piccole insenature di Mullion. “Forse non lo desideravi abbastanza.”
“Sei ingiusta, adesso. E ne sei consapevole. Puoi accusarmi di essere stato un vigliacco, ma non puoi davvero credere che non ti abbia amato, e non ti ami ancora.”
“Non voglio litigare, Romeo. Non mi interessa più, sul serio. Andrè, segui per St.Mellanus. Guarda se vedi i cartelli con scritto Church: è la Chiesa.”
“Cosa vuol dire che non ti interessa più? Di cosa non ti importa? Di me o di discutere con me? O di quel che provo ancora? Hai un altro?”, si incupì.
“Mi sono persa il passaggio dove ti ho dato il permesso di informarti sulla mia vita? Non deve riguardarti nulla di ciò che faccio, dove sono o con chi sto, okay? Sono dispiaciuta se sei stato in ansia per me, oggi. Avrei dovuto immaginarlo e anticipare la tua chiamata. Ti garantisco una cosa, Romeo: non voglio polemizzare, né ti voglio male. E mai te ne potrò volere, tra l’altro. Ho preso una decisione e l’ho portata avanti, tutto qui. Non so se è stata quella giusta, solo il tempo ce lo dirà: però non credo di doverti alcuna spiegazione oltre a quelle che già ti fornii all’epoca.”
Giulietta non era arrabbiata, o ferita. Stava scoprendo dentro di sé una nuova consapevolezza: ce l’aveva fatta a vivere senza di lui. Non era stato facile né indolore, ma adesso stava bene, tutto sommato. Aveva temuto a lungo il giorno in cui avrebbe riparlato con Romeo, aspettandosi ogni plausibile reazione, dalla furia cieca alla disperazione. Invece nulla di tutto questo, dopo l’iniziale sconcerto, la stava sconvolgendo. Semplicemente, si sentiva triste per il loro destino, addolorata per i sogni infranti, ma al contempo lieta di aver vissuto un sentimento così incondizionato e assoluto.
“Dimmi almeno se sei felice”, si arrese l’uomo. “Conta solo quello per me.”
Giulietta guardò Terence: fissava cupo la strada; Andrè, con gli occhi stretti e lo sguardo impegnato, cercava attento le indicazioni per la Chiesa principale, dove avevano appuntamento con Jasmine. Pensò a suo padre, realizzato a Parigi. Alla mamma, entusiasta del nuovo compagno. A Marina, intenta ad intraprendere un nuovo ed eccitante percorso senza suo marito.
“In questo momento ho tutto ciò che desidero”, rispose sincera, osservando l’impercettibile sorriso che si disegnava sui volti tirati dei ragazzi. “Ti sarò sempre grata, Romeo, perché mi hai insegnato il significato della parola amore. Senza di te mi sarei solo accontentata. E non sarebbe stato giusto. Ci sono persone che ci accompagnano per brevi tratti di strada, segnandoci per sempre il futuro. Noi siamo stati questo, l’uno per l’altra. Un grande amore per un tempo piccolo.”
“Lo sai che in questo lungo addio ti amerò sempre, vero?”, confessò lui, commosso, ricordando i versi della loro canzone.
“Anch’io”, sussurrò, attirandosi l’occhiata curiosa ed infastidita di Terence. Anch’io cosa?, ringhiò silenzioso nella sua testa.
“Anch’io Romeo”, proseguì la ragazza, abbassando notevolmente la voce per non farsi udire dai compagni. “Ma io ho pronunciato quella parola otto mesi fa. Tu no. Devi andare avanti.”
Andrè, capendo il bisogno di riservatezza, accese l’autoradio per coprire quei sommessi sussurri.
“Posso chiederti cosa ti ha lasciato la nostra relazione?”, tergiversò Romeo.
Un bambino, pensò. “Una smisurata cultura musicale”, rispose invece, ridendo. “E la maturità che prima non avevo. Mi hai fatta crescere in fretta, nel bene e nel male. Non ti scorderò mai.”
“A me..”, tentò.
“Non voglio saperlo. Scusami, Romeo, ma proprio non è il caso che proseguiamo questa conversazione. Teniamoci l’ottimo ricordo che abbiamo e non peggioriamo le cose con rimpianti e inutili ostilità. Presto tornerò in Italia. Per favore, non rendere le cose più difficili di quanto non lo siano già state. Fallo per la tua famiglia: non devi cercarmi più, te ne prego. Datti l’occasione di ricominciare sinceramente con tua moglie. Sarà impossibile non incontrarsi, lo sappiamo entrambi, e io sinceramente sono stanca di scappare. Quindi, quando accadrà, ci saluteremo come vecchi amici, senza imbarazzi né nostalgie. E proseguiremo nel nostro cammino, ovunque esso ci condurrà. Fa che non debba dirti addio ancora una volta. Capisci cosa voglio dire?”
“Che non c’è più speranza per noi? Che devo rinunciare a te per sempre?
“E’ ora, Romeo. Questo lungo addio è durato otto mesi di troppo.”
Dall’altro capo del telefono ci fu un silenzio carico di tensione.
L’auto si parcheggiò dinnanzi all’immensa Chiesa, sita al centro del villaggio, caratterizzata dall’immensa porta in legno di quercia, forse più antica della struttura muraria.
“Dillo”, ordinò, perentoria ma dolce.
“Addio, Giuls.”
“Addio”, e chiuse la conversazione, sospirando e sporgendosi verso il cruscotto per abbassare lo stereo, sicura che nessuno dei due amici aveva ascoltato l’ultima parte della chiacchierata tra lei e Romeo, con il volume a quella intensità
“L’11 settembre ha fatto un’altra vittima?”, si interessò Terence, innervosito, non avendo effettivamente udito più nulla da quell’ anch’io che l’aveva turbato parecchio. Cosa voleva dire Giulietta? Anch’io soffro? Anch’io ti amo? Anch’io ti desidero ancora? Anch’io voglio rivederti?
“Dipende dai punti di vista..”, lo schernì, ironica.
“Dipende da cosa?”
“Ti ha ucciso sentirmi al telefono col mio ex?”
Andrè rise, di cuore, alla battuta, lieto che la ragazza avesse superato così brillantemente quell’imprevisto, dopo l’iniziale sbandamento, più che comprensibile data la situazione. “Sei stata bravissima, sono fiero di te”, la confortò, scendendo dall’auto.
“Avevi ragione, su tutto, Andrè”, ammise. “Non mi accontenterei mai più di una storia d’amore che non mi emoziona e coinvolge totalmente. Non saprei più tornare alla vita che facevo prima di incontrare Romeo.”
“Come mi piace dire: te l’avevo detto! Sono felice che tu abbia capito che non vale la pena fuggire all’amore. Tanto lui ti riacciuffa sempre, se vuole”, considerò, più allegro di quanto si sentisse in realtà. Le ragazze come lei non ameranno mai quelli prevedibili come me, si rammentò, infelice.
“Significa che tornerai con lui?”, tagliò corto Terence, asciutto.
Andrè lo fissò, interrogativo, guardando Giulietta. Come poteva aver capito una cosa del genere?
“E’ roso dalla gelosia: è uscito di senno quando non ha più potuto sentire cosa dicevo al telefono”, constatò la ragazza, gongolando.
“Ma figurati!”, si schernì, smascherato. “Arriva Jas, andiamo?”, propose, troncando le illazioni.
“Mi sa di ritirata, Andrè, e a te?”
“Si July, anche a me! Terry, stai facendo la figura di un innamorato insicuro, t’avviso!”
“Sfottetemi pure.. Però sono io che ho una camicia rovinata dal pianto di ieri. Se mi garantite che posso addebitare il conto della lavanderia a questo Romeo, per me la questione è risolta!”
“Non temere, domani te la lavo io!”, sbuffò Giulietta, sarcastica. “E questa sera non ho messo il mascara, contento?”
Andrè stava correndo rapido verso Jasmine, precedendoli di alcuni passi, per dar loro modo di parlare.
“July?”, chiamò Terence, trattenendola per un braccio.
“Cosa?”
“Quindi non tornerai con lui, vero?”, chiese, serio.
“Ti dispiacerebbe?”, giocò, civettuola.
“Abbastanza”, confessò.
“Allora non tornerò con lui, però mi condoni la camicia”, scherzò, raggiungendo gli altri.

La serata procedette in un clima quasi irreale: ovunque si potevano vedere televisori accesi e visi sgomenti, tirati. Cenarono in una trattoria piccola e caratteristica, bevendo vino frizzante e mangiando pesce a volontà. L’allegria che aleggiava nell’aria era volutamente forzata, quasi a voler scacciare il ricordo del dramma che migliaia di persone stavano attraversando.
Giulietta ricevette la telefonata del padre che le comunicava triste che, dei colleghi, solo due erano stati rintracciati. Degli altri sette non si sapeva nulla.
Poco prima di mezzanotte la BBC diede la notizia che svariati missili, probabilmente provenienti da navi e sottomarini inglesi e americani, erano caduti su Kabul, capitale afgana, dove si riteneva che i Talebani nascondessero Osama. Gli Usa, però, smentirono qualsiasi azione militare.
Jasmine spiegò agli amici la condizione di comprensibile terrore che il suo popolo stava vivendo, forse più di chiunque altro, essendo l’Inghilterra alleata e disposta a combattere l’inevitabile guerra che si sarebbe scatenata di lì a breve, spalla a spalla con Bush.
“Avete paura di attentati? Fear attacks?”, chiese Andrè, improvvisando le parole.
“Molto paura”, mormorò la ragazza. “Voi italians avere Vatican. Anche voi paura?”
Se si fosse rivelato uno scontro tra religioni, c’era di che temere, senza dubbio.
Terence se ne stava silenzioso, assorto, come se non parlare di quel che stava accadendo rendesse il fatto meno reale. Andava in tilt ogni qual volta accadeva qualcosa di imprevisto, bello o brutto, a turbare il suo equilibrio. Odiava sentirsi in balia degli eventi senza poterli controllare. Detestava farsi sopraffare dalle emozioni, come quel pomeriggio, quando assieme al mondo intero aveva visto crollare l’occidente in diretta televisiva. Mostrasi fragile lo terrorizzava.
“Another bottle of this wine, please”, ordinò Giulietta al cameriere, consegnandoli quella vuota.
“Ti devi ubriacare davvero?”, le domandò il vichingo scrutandola attento. “Affoghi i dolori nell’alcol? Inizi a rimpiangere il tuo Romeo?”
“Mi pare che la telefonata l’abbia accusata più tu di me, sai? Nemmeno ci pensavo più!”, mentì.
Certo che ci pensava, ovviamente. Ma con piacevole stupore. Con estrema fierezza verso sé stessa per non essersi fatta traumatizzare da quel passato sbucato all’improvviso, per non aver ceduto ai ricordi, per aver vinto la sua battaglia personale. Per essere sopravvissuta al suo 11 settembre.
Quando il cameriere portò la bottiglia di vino, Andrè ne versò quattro copiosi bicchieri e propose un brindisi, che Giulietta tradusse per Jas: “A chi ha condiviso e condivide la paura di amare e di vivere. Cheers”.
“A chi ha la forza di vivere e non solo sopravvivere, perché il coraggioso muore una volta, il codardo cento volte al giorno. Cheers!”, gli fece eco Giulietta.
“The heart has reasons that reason cannot know”, rise Jas, divertita da questo gioco. “Cheers”
“Il cuore ha ragioni che la ragione non conosce”, interpretò Giulietta, osservando Terence, attendendo curiosa il suo brindisi.
“Salute”, mormorò. “Cheers!”
“E dai, così non vale! Sii propositivo per una volta, stupiscimi! Lasciati andare!”, protesto la ragazza, delusa. “Riprova!”
“D’accordo. Beccatevi questa”, cedette, arreso. “E’ Buscaglia”, spiegò. “Vivere significa buttarsi con coraggio. Vivere significa cadere e sbattere il muso. Vivere significa andare al di là di noi stessi, tra le stelle! Cheers! E ora usciamo a fumare, Andrè!”
“Allora la teoria la conosci, amico.. Quando ci decidiamo a metterla anche in pratica?”, gli chiese, all’esterno del locale, accendendo la Marlboro.
“Ho un profilo così bello, Andrè! Perché dovrei rompermi il naso sbattendo la faccia quando posso evitarlo? Me lo spieghi?”
“Per vedere le stelle, Terence. Ne vale la pena, credimi..”, gli disse, piano, indicando Giulietta.
“Ne sono convinto. Davvero. Ma non sono preparato per una relazione seria, e nemmeno lei, se è per questo. Mi conosci, sai come sono fatto. Al prossimo viaggio ci sarà un’altra che farà le fusa e io non saprò dire di no. Facendo soffrire tutti.”
“Ti preoccupa questo oppure il fatto che sia lei a non essere così presa da te?”
“Andiamo, l’hai vista prima. E’ ancora innamorata di quell’uomo, Andrè! Scommetto che alla prima occasione torneranno assieme!”, ammise.
“Sei geloso marcio! Io non ho ascoltato la tua stessa conversazione, evidentemente. Perché ho sentito una ragazza che diceva: è finita. E’ stato bello ma è finita! Nessun sospiro d’amore, nessun rimpianto, Terry. Gli ha detto addio. Di nuovo.”
“Sarà anche così, forse. Ma i sentimenti che ha provato per lui non li vivrà tanto facilmente verso un altro uomo, questo devi riconoscerlo.”
“Quindi non ti lanci perché temi di non essere all’altezza?”
“Non mi va di fare la vittima sacrificale, non ci penso proprio. Chiunque la amerà dopo Romeo sarà sottoposto al confronto. E io non supereri la prova, stanne certo. Finchè vuole giocare, giochiamo. Se capita qualcosa, ancora meglio. Ma finisce qui. Non investo sentimenti con una donna che ha la potenza distruttiva di un’autobomba.”
“Dov’è finita la fiducia in te stesso? Ti ha davvero demolito in quattro giorni?”, rise Andrè.
“Devi proprio infierire così? Non mi ha demolito, ed è colpa tua se sto subendo in silenzio. E’ fragile, è indifesa, mi hai detto. Non farle male! Chi ti sembra il più debole ora? Quella è un piccolo diavolo tentatore, ti giuro! Mi si struscia addosso, gira mezza nuda come questa sera, provoca, insinua e io non posso nemmeno sfiorarla! E non sfottere!”, sbottò, sferrando un pugno all’amico piegato in due dalle risate. “Non è divertente, Andrè. Mi sta facendo impazzire!”
“E allora stacci, chi te lo vieta?”
“Sarebbe come dargliela vinta, non mi va”, minimizzò.
“O hai paura che poi finisca tutto?”, realizzò all’improvviso Andrè. “Tu temi che lei si comporti come fai solitamente tu con le donne! Che ti usi per una notte o una settimana e poi ti scarichi!”
Il silenzio imbarazzato di Terence valse molto più di tante conferme.
“Terry, se non ti vedessi soffrire, giuro che me la spasserei come un pazzo a prenderti per il culo tutta notte. Giulietta non è una sciupa uomini, se ti può consolare. Cosa ne farebbe di te non lo so, ma di certo non ti tratterebbe come sei abituato a fare con le tue conquiste. Chiediglielo!”, gli propose, rientrando nel locale caldo.
Le ragazze parlavano fitte fitte, brindando e bevendo, un po’ troppo allegre. Il vino stava sortendo qualche effetto.
“Che ne dite se facciamo una passeggiata sul mare, che forse vi riprendete?”, propose Terence, osservando rassegnato la terza bottiglia seccata. “Walk on the beach?”, spiegò per Jasmine.
“Okay”, rispose la ragazza, bionda come una tedesca. “Could I have the bill, please?”, chiese, informale, all’amico cameriere, prendendo la carta di credito che Giulietta aveva messo sul tavolo.
“Ho pensato di offrirvi la cena, dal momento che vi ho obbligati ad uscire!”, spiegò Giulietta ai ragazzi, che protestarono con veemenza. “Niente lagnanze! E’ il minimo che posso fare per sdebitarmi con voi con quello che avete dovuto sopportare in questi giorni! Mi avete vista piangere, lamentarmi, arrabbiarmi.. E siete solo a metà settimana!”, cinguettò, la lingua troppo sciolta.
“July, quando si parla di pagamenti in natura non si intende offrire la cena: lo sai, vero?”, scherzò Terence, divertito dallo stato di semiebbrezza della ragazza.
“Io lo so, sei tu che continui a scappare dal mio letto, la notte!”, protestò, scatenando l’ilarità di Andrè che bisbigliò, all’amico: “Quel che eri e quel che sei diventato!”
“Senti, signorina.. Racconta le cose come esattamente stanno, almeno! Che mi fai fare una pessima figura con la tua amica!”, borbottò Terence imbarazzato. “E con te facciamo i conti dopo”, ringhiò ad Andrè, che stava spiegando la disputa a Jas.
“Io credo che uomini italiani focosi. Tu non like sex? Tu gay?”, chiese l’inglese al ragazzone, facendolo avvampare ulteriormente.
“July, di alla tua amica che se vuole passare la notte con me le faccio vedere se mi piacciono le donne o no!”, rispose fintamente offeso. “Quanto a te, la prossima volta non rispetterò le tue virtù!”
“Credo che Jasmine sia davvero poco interessata alle tue qualità amatorie”, gli bisbigliò Giulietta, sfiorandogli le spalle con le dita affusolate “Se però la stessa offerta gliela facesse Andrè magari..”
“Devi chiedere a lui. Io sono mortalmente offeso con entrambi!”, si schernì .
“Non mi perdoni?”, chiese innocente, voluttuosa, strusciandosi contro il suo petto.
Terence le cinse la vita e l’attirò a sé, con forza, chinandosi sul suo viso che all’improvviso si arrossò. “Chi è che avvampa, ora?”, le disse, all’orecchio, solleticandole il collo con impercettibili movimenti delle labbra. “Quanto sei ubriaca, sinceramente?”, le sussurrò, serio, senza scioglierla da quella stretta.
“Non tanto quanto credi. Sono in grado di intendere e di volere, se pensavi di approfittartene.”
“Non vado con le donna ubriache, te l’ho già detto.”
“Nemmeno con me non ubriaca, però”, lo provocò.
I pensieri di Balua ore 14.08 | 9 riflessioni  
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sabato 10 ottobre 2009

CAPITOLO TRENTATREESIMO



(Capitoli precedenti)

Alle dieci del mattino, alla guida del minibus quasi al completo, Giulietta partì nelle insolite vesti di guida turistica alla volta di Penzance, discretamente assonnata ed affamata.
Era scesa nella hall all’ultimo momento, appena in tempo per rubare una brioche ai camerieri intenti a sparecchiare la sala da pranzo. Dopo aver bevuto frettolosamente un decaffeinato nero e lungo raggiunse gli ospiti eccitati che l’attendevano, frementi alla prospettiva di trascorrere una giornata diversa. Giunta a destinazione, dopo aver percorso strade panoramiche che avevano stimolato la suggestione dei suoi passeggeri, la comitiva arrivò al Museo in tempo utile per investire la guida di mille domande sulle svariate opere di artisti locali esposte, per lo più informandosi se potevano essere comperate o commissionate. La shopping mania era nell’aria, decisamente, e le clienti italiane parevano esserne affette più di qualunque altro ospite. Durante il viaggio le avevano raccontato di avere avuto le taglie di Terence ed Andrè, e l’arduo compito di acquistare almeno due paia di pantaloni casual e tre camicie, cose per le quali non vedevano l’ora.
Giulietta quella mattina non aveva visto i ragazzi, ma dubitava seriamente che i fatti si fossero svolti esattamente in quella maniera: era più propensa a credere che le signore fossero scese armate di metro e spilli, per accertarsi delle reali misure degli istruttori.
L’escursione al Museum and Art Gallery si protrasse circa un’ora e mezza, al termine della quale l’allegra combriccola si riversò nelle stradine pittoresche di Penzance alla ricerca di qualche buona fotografia, svariate cartoline e un aperitivo, prima di giungere al ristorantino caratteristico in cui avrebbero mangiato ottimo pesce fresco, prima di dedicarsi alle compere vere e proprie per l’intero pomeriggio. Il cameriere li fece accomodare nella veranda affacciata sul mare, coperta da un pergolato di edera e piccoli fiorellini azzurri. Dalla cucina proveniva un profumo irresistibile e gli ospiti, allegri, degustarono un fresco vinello frizzante prima di tuffarsi in un pasto luculliano. Finchè, alle quattordici e trenta, un grido soffocato gelò il sangue dell’intera compagnia.
Giulietta era alla toilette quando, tornando al tavolo, si paralizzò davanti al grande schermo televisivo collegato alla BBC. E, assieme a mezzo mondo, trattenne il fiato.
Immagini confuse, commentate in maniera caotica ed approssimativa, mostravano un aereo schiantarsi contro una torre, la torre, a Manhattan. Mentre la gemella andava a fuoco, già violata alla stessa maniera.
L’America stava subendo un attentato nel suo cuore pulsante, un atto che, diceva il cronista, avrebbe scatenato la terza guerra mondiale.
A poco a poco un silenzio surreale calò nel ristorante, per le strade, nella città e, non era difficile crederlo, nell’intero pianeta.
I clienti di Giulietta si posizionarono alle sue spalle, increduli, inebetiti, osservando lo scorrere delle immagini. Fu così che alle 15.05, poco dopo le dieci a New York, il mondo intero vide una delle Twin Tower crollare, seguita dalla sorella ventiquattro minuti dopo.
Macerie, urla, fumo, polvere e lacrime riempirono gli schermi, in un turbinante fluire di scene, filmati, servizi e collegamenti che dimostrarono senza ombra di dubbio che nessuno da quel momento sarebbe più stato al sicuro, ovunque si trovasse.
Altri velivoli dirottati, come i due schiantatisi contro le torri, erano pronti a colpire i simboli americani. Aeroporti civili chiusi per la prima volta nella storia, annunciavano i telecronisti. Esplosioni al Pentagono, Air Force One decollato.
Sbigottiti ed esterrefatti, gli avventori di quel piccolo ristorante collocato ai margini di un angolo di paradiso assistettero in diretta all’inferno. Belzebù con sembianze umane aveva deliberatamente dato una zampata malefica all’occidente, ammazzando uomini, donne, bambini che ignari stavano iniziando la loro giornata, una normalissima giornata di un normalissimo martedì di settembre.
L’11 settembre. Il giorno che avrebbe cambiato la storia.
Tutto, in quegli attimi, fu irrazionale, folle.
Nonostante si trovassero a svariate ore dal disastro immane, chiunque sentiva il bisogno di avere rassicurazioni dai propri cari. Le linee telefoniche si intasarono velocemente, mentre Giulietta, frastornata, chiese il conto e facendo un immane sforzo di volontà si staccò da quel monitor e riaccompagnò in albergo i clienti.
Il viaggio di ritorno fu irrealmente silenzioso. Isolati in quel minibus che appariva tristemente piccolo ed indifeso, ognuno dei quindici passeggeri rifletteva sulla caducità della vita.
Dov’è mio figlio adesso? A Londra o in viaggio?
E mia madre? Starà guardando la televisione?
Mio cognato era in ferie in America, ma non ho chiesto in quale città..
Il fratello di mio genero lavora a Manhattan, ha un ufficio nelle Torri gemelle..
Queste ed altre domande serpeggiavano nei pensieri di ognuno di loro, quando finalmente qualcuno prese la linea e incominciò una lenta, desolante processione di telefonate, per accettarsi che tutti i propri congiunti stesero bene.
Quando il cellulare di Giulietta emise un debole Bip Bip, il minibus stava entrando nel parcheggio dell’albergo. Mamma l’aveva cercata trovando la linea assente.
Sarà fuori di sé, considerò la ragazza, sentendo l’improvviso impulso di chiudersi in camera e non uscirne fino all’alba del giorno dopo, per svegliarsi con la certezza che quello era stato solo un assurdo incubo.
La hall era deserta. Il collega alla reception stava incollato al telefono, disperato, quando entrarono.
Wher’s Brian?, urlava sconvolto ad una cornetta muta. Suo fratello lavorava a New York, rammentò Giulietta, in un ristorante nel Jersey. La ragazza gli posò una mano sulla spalla e lo invitò ad andare in ufficio per cercare di stabilire la connessione, confortandolo: l’attentato era avvenuto poco prima delle nove di mattino, in America. Sicuramente Brian era a letto e non a zonzo per le caotiche vie di Manhattan. Era più che verosimile, come ipotesi, ma non servì ad attenuare lo strazio del collega che fuori di sé componeva incessantemente il numero del fratello.
I miei cari, i miei amici, son tutti in Italia?, si costrinse a pensare Giulietta, mentre tentava di contattare la madre, che rispondendole al primo squillò la supplicò di rientrare immediatamente a casa. Pensare di prendere un aereo in quelle ore sarebbe stato quasi impensabile, realizzò tutt’ad un tratto, comprendendo le immani conseguenze dell’attentato.
Erano voli dirottati, considerò all’improvviso. Zeppi di gente innocente che forse stava rientrando dalle vacanze, felice, piena di foto e ricordi. Erano stata uccisi tutti, inconsapevolmente. O erano coscienti? Si erano resi conto che qualche pazzo esaltato li stava deliberatamente mandando al macello, schiantandoli contro una torre? Rabbrividì, al pensiero.
Il direttore posizionò il grande schermo cinematografico nella sala relax, collegandolo al satellite, e mise a disposizione dei clienti un computer e la connessione internet, qualora qualcuno desiderasse contattare gli Stati Uniti, se le linee telefoniche non avessero garantito il servizio.
La signora Fracci cercava invano da ore di chiamare il marito e gli amici, quando i cinque uomini entrarono nella hall alle diciotto, raggianti per la giornata trascorsa.
La loro ignara felicità stridette violentemente col clima cupo e silenzioso della sala, facendoli zittire ed arretrare di qualche passo, investiti dalla paura che palpabile aleggiava nel salone.
“Ma cosa..?”, azzardò Terence, rubando le parole ai suoi compagni.
La Busi piagnucolò silenziosa, mentre le amiche stringevano nervose consunti fazzolettini di carta intrisi di sgomento ed impotenza.
“Di là.. il televisore..”, mormorò Giulietta, gli occhi cerchiati, lo sguardo vuoto. “A New York, un attentato.. Le Twin Tower..”
“Hanno messo una bomba sulle Torri gemelle?”, gridò Conti, allarmato.
“Due aerei!”, singhiozzò la moglie. “E al Pentagono..”
“Come due aerei.. Che accidenti è successo?”, imprecò Andrè correndo verso la sala relax, da cui proveniva la metallica voce di un cronista, seguito dagli altri.
Le immagini che scorrevano sul video, nonostante il commento in lingua straniera, erano più che eloquenti e tremendamente spaventose, montate in sequenza cronologica.
Un aereo che entrava nella prima torre, poi il fumo. La gente in strada che di chiedeva cosa fosse stato. L’incendio, il secondo aereo che frantumava la colonna di cemento come fosse carta, i crolli. Scene di persone che si lanciavano dalle finestre, pompieri che correvano ovunque, sirene e polvere. Calcinacci e detriti. Le borse crollate, il Pentagono violato.
Notizie di decine, centinaia, forse un migliaio di vittime, dicevano i pronostici.
Un bilancio che sarebbe tristemente destinato a salire, col passare delle ore.
Persone innocenti, lavoratori inconsapevoli che come ogni mattina stavano prendendo posto al proprio impiego. Ma anche soccorritori che persero la vita svolgendo il loro dovere e famiglie intere che sorvolavano i cieli americani nel momento sbagliato, quando qualche pazzo li condannò a morte certa.
New York era sotto choc, l’America in ginocchio ed il mondo intero assisteva attonito e incredulo al più grande attacco terroristico di tutti i tempi.
Ognuno dei singoli ospiti dell’albergo rifletteva silenzioso su come fosse potuto accadere. Chi si sarebbe più sentito al sicuro, da quel momento, quando qualunque fanatico avrebbe potuto far saltare in aria aerei, metropolitane, stadi, stazioni e musei?
Perché? Why? Pourquoi? Pourquè? Warum?
L’intero pianeta si faceva questa domanda.
La risposta serpeggiò attraverso un nome, che da quella notte avrebbe accompagnato gli incubi di miliardi di persone: Osaba Bin Laden, lo sceicco del terrore.

Giulietta si impose di ritrovare la calma e cercare suo padre, a Parigi. Il cellulare era spento quindi tentò svariate volte a casa, senza essere più fortunata. In preda all’ansia gli inviò una e-mail, al lavoro, non avendo il recapito dell’ufficio, con la speranza che aprisse la casella di posta elettronica quanto prima. Dammi tue notizie, aveva scritto.
Pochi attimi dopo la richiamò, distrutto, scusandosi per non averla contattata prima. Era certo che lei fosse al sicuro, in Inghilterra, mentre la sua azienda aveva una sede al settantatreesimo piano di una delle Torri, la seconda colpita. Dai colleghi non arrivavano comunicazioni da ore, da poco dopo il primo schianto. Temo siano tutti morti, le aveva confessato con voce rotta, salutandola e promettendo di tenerla aggiornata.
“E’ tutto così assurdo”, mormorò allibita al signor Conti che, ancora in bermuda e maglietta, stava bevendo il quarto whisky liscio.
“Tesoro, saliamo in camera”, lo esortò la moglie, afflitta. “Una doccia ti farà bene..”, insistette, trascinandoselo dietro, verso l’ascensore.
“Ha perso la sorella, scusatelo”, spiegò la Fracci, comprensiva, ai ragazzi. “Era in stazione a Bologna, il 2 agosto 1980, quando ci fu la strage. Stava aspettando il fidanzato che si era appena congedato dal servizio militare. Era partita alle otto e mezza, da Firenze, per arrivare puntuale ad attenderlo. Lui era appena arrivato con il treno Ancona-Chiasso, e stava scendendo al primo binario quando ci fu lo scoppio. Lei era sui trenta metri di pensilina che andarono rasi al suolo, ma non si videro”, sussurrò contrita.
“Santo cielo..”, bisbigliò Terence.
“Una tragedia”, continuò la Fracci. “Il fidanzato, ignaro della sua presenza lì, riportò solo alcune ferite provocate dall’onda d’urto; si trattenne per ore a scavare tra le macerie in cerca di superstiti. Aiutò feriti, caricò corpi sugli autobus adibiti a lettighe, consolò passeggeri disperati e bambini in lacrime. Finchè non riconobbe, tra i cadaveri dilaniati, il corpo senza vita della fidanzata.”
“Non si è mai ripreso del tutto, povero ragazzo”, terminò Busi. “E cinque anni fa si è tolto la vita.”
Andrè, sconvolto, domandò al barman una copiosa razione di rum.
Terence, bianco in volto, stordito da quel racconto, lasciò la sala per fumare una sigaretta e Giulietta, con gli occhi velati di lacrime, posò una mano su quella della signora Busi, comprensibilmente commossa. “La vita è crudele, a volte”, commentò banalmente, per rompere quel silenzio di ghiaccio che era calato sul piccolo gruppo.

Quando Jas chiamò erano oramai le otto di sera, e la sala ristorante era assurdamente silenziosa.
Si accordarono per vedersi a Mullion, di lì a un’ora, un grande villaggio ricco di negozi, trattorie e piccole botteghe di artigianato.
Restare incollati al televisore è assurdo, si persuase, costringendosi a prepararsi. Il terrore non può imporsi: se ci chiudiamo in casa è come se gliela dessimo vinta, a quei bastardi. Dobbiamo continuare con i sogni, i progetti, le speranze per il futuro, si convinse.
Componendo l’interno della camera di Terence, non ebbe risposta. Per cui tentò con Andrè.
“Preparatevi che usciamo”, esordì. “E non accetto un no come risposta. Dov’è Terence?”
“E’ qui.. Non è molto in forma. Dice che magari ci vediamo più tardi, o un’altra volta. Inoltre i clienti hanno chiamato per annullare l’escursione di domani”, tentennò il ragazzo.
“Passamelo”
“July, davvero, non è molto..”
“Passamelo!”, ordinò senza ammettere repliche.
“Cosa vuoi? Non sono in vena di prediche”, incominciò brusco il vichingo.
“La vita va avanti, fattela finita di scappare di fronte ad ogni imprevisto, brutto o bello che sia. L’esistenza ne è piena e non è voltandosi dall’altra parte che li scansi. A New York stanno morendo centinaia di persone. Ma noi siamo qui, vivi ed in salute, se Dio vuole, e dobbiamo esserne grati. Quindi, preparatevi e vi aspetto nell’atrio tra un quarto d’ora. E questa notte facciamo le ore piccole, tanto domani lavoro nel pomeriggio. Muovetevi”, e attaccò.
Terence rimase con la cornetta a mezz’aria, esterrefatto, l’obiezione morta in bocca.
“Interessante tecnica di persuasione”, ridacchiò Andrè. “Devo provare ad usarla anch’io, con te, quando stressi. Fai anche il saluto militare mentre ti congedi da lei, la notte?”
“Non ti azzardare a raccontarlo ad anima viva..”, lo sfidò, visibilmente più sollevato.
“Che il signor Nessuna Mi Resiste si fa mettere i piedi in testa da una tenace ragazzetta? Certo, che lo spiffererò a tutti! Erano anni che sognavo questo momento!”
“Che mezzo amico!”, si finse offeso, tirandogli un cuscino.
“Ah si, vuoi la guerra? Guerra sia!”, rispose, sferrando l’attacco con i morbidi guanciali.
Lottarono un po’, allegri, finchè qualche piuma svolazzò spensierata sulle loro teste.
“Terry, smettila che ci fanno ripagare tutto, se rompiamo qualcosa. Solo la coperta vale il mio stipendio!”, osservò, controllando non ci fossero strappi nei pregiati tessuti.
“E’ sbagliato che noi continuiamo la nostra vita come se niente fosse, Andrè?”
“Il mondo non sarà mai più come prima, amico. Però noi dobbiamo andare avanti come sempre, o almeno dobbiamo provarci. La paura non deve piegarci.”

“Sono felice che tu abbia cambiato idea”, disse beffarda Giulietta quando i ragazzi la raggiunsero nella hall.
“Avevo scelta?”, mormorò Terence, più divertito che seccato, perdendo un piccolo battito di cuore quando vide la ragazza, fasciata in una corta minigonna bianca.
“Devi insegnarmi la tecnica vincente, ti prego!”, supplicò Andrè, deridendo l’amico. “E’ divertentissimo vederlo strisciare ai tuoi piedi!”
“Io non striscio, sia chiaro. Non avevo semplicemente voglia di discutere! Lei è terribilmente testarda quando vuole una cosa. E ora vuole me, quindi credo che farò della beneficenza, oggi.”
“Ha già iniziato a baciare il terreno su cui cammino, Andrè, solo che non lo vuole ammettere. Non si rassegna ad accettare un no come risposta!”, scherzò lei.
“Ma se tutte le scuse son valide per vedermi! Andrè, lo vedi anche tu che mi ronza sempre attorno!”
“Ho capito, guido io, mentre voi continuate ad amoreggiare! Possiamo prendere il Chrysler July?”
“Si, tanto oggi nessuno fa caso a nulla, qui. Però lo porto io, posso?”, chiese impadronendosi lesta delle chiavi e saltando in macchina, avviandosi rapida. “Il direttore è chiuso nel suo ufficio cercando di capire quanto ci ha rimesso, col crollo delle borse. Poveretto, voleva rinnovare i locali, la prossima primavera”, considerò, scacciando con forza dalla mente il pensiero di quella giornata da incubo. “Mi ha chiesto di tornare qui, il prossimo anno..”
“Davvero? E tu che farai?”, si interessò Terence.
“Vedremo, non ho deciso ancora nulla. Vuoi fare di me una donna onesta, per caso?”, lo punzecchiò, mentre il cellulare trillava. “Sarà mamma che mi implora di rientrare subito, come se fosse facile trovare un volo”, mormorò la ragazza osservando il display su cui non appariva alcun numero memorizzato. “Rispondete voi: ditele che sto lavorando e che ci sentiamo domani!”
“Pronto?”, disse Terence, aprendo la comunicazione.
“Pronto? Pronto?”, disse la voce.
“Pronto? Sento malissimo!” E cadde la linea. “Mi sembrava un uomo, però, July..”
“Parlava inglese?”
“No, italiano..”
“Allora era papà, di sicuro. Leggimi il numero per favore.”
Il telefono trillò di nuovo, insistente.
“E’ lo stesso mittente. Rispondo?”
“E certo, mica comunico per telepatia coi miei!”, scherzò. “Digli che attenda in linea, anzi, metti il vivavoce che gli parlo, poi alla prima piazzola accosto. Ha i colleghi dispersi nell’attentato, vorrà aggiornarmi..”
“Pronto?”, urlò Terence per farsi sentire dallo sconosciuto interlocutore.
“Pronto? Giuls?”.
La linea era perfetta, ora.
“Giuls.. mi senti?”
“Sono un suo amico, Giulietta sta guidando, un secondo che attivo il vivavoce. Ecco, parli pure!”
“Giuls, mi senti? Giuls?”
Quella voce del passato invase l’abitacolo, violentemente. Giulietta frenò bruscamente, fermando l’auto sul bordo della strada.
“Romeo..” sussurrò, un nodo alla gola.
I pensieri di Balua ore 09.45 | 17 riflessioni  
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mercoledì 7 ottobre 2009

CAPITOLO TRENTADUESIMO



(Capitoli precedenti)

“Jas vi saluta: ha detto che domani sera possiamo andare a mangiare sulla barca di qualcuno a Mullion. Ti chiama in giornata, July. Sempre se ho capito bene!”, raccontò Andrè salendo sul Ducato, esageratamente allegro per apparire spontaneo. Non voleva imbarazzarla. Si era accorto perfettamente che stava piangendo, poco prima.
“Un mese qui e sapresti la lingua meglio di Giulietta, amico!”, gli resse il gioco Terence. “Allora, che mi dici di questa inglesina? Abbiamo qualche possibilità di salvare la settimana? Ci sta?”
“Direi che tu hai più probabilità con suo fratello!”
“Dici che oltre alle donne, adesso piaccio anche ai gay?”
“Potete evitare di far finta di niente, ragazzi!”, esordì la ragazza, impacciata. “Scusatemi: sono una sciocca sentimentale che si commuove ancora a certi ricordi. Tutto qua.”
“Guarda che scuse trova questa per non ammettere la verità!”, sdrammatizzò Terence. “Andrè, la realtà è che le è venuta una gran voglia di me e mi ha trascinato via. Poi ha pianto perché l’ho rifiutata, ovviamente!”
“Ma come ti escono?”, lo apostrofò Giulietta ridendo, finalmente.
“E’ che in genere finisce per credere alle cazzate che racconta, che è ancora peggio!”, commentò Andrè, visibilmente più rilassato e naturale di prima. “Ad andar bene è ancora vergine!”
“Chiedilo a tua sorella se dico balle!”
“Vaffanculo, Terry! July, gli ho imposto un solo divieto nella nostra amicizia: giù le mani da Katia! E questo stronzo non si da pace per questo.”
“E chi parla di Katia? Mi riferivo ad Alice!”, disse innocentemente, scatenando l’ilarità generale.
Giulietta accese la vecchia radio e iniziò a canticchiare una canzone, ancora leggermente agitata, ascoltando i due amici che battibeccavano allegri, fingendo che non fosse accaduto nulla.
“Vi va se ci fermiamo al faro di Lizard Point a fumare una sigaretta? O siete stanchi?”, li interruppe.
“No, vai pure”, risposero all’unisono, osservandola di sottecchi. Terence lanciò uno sguardo allarmato all’amico, come a supplicarlo di fare qualcosa.
“July, ti va di dirmi cosa ti è preso, fuori dal locale?”, le chiese infine Andrè raccogliendo la silenziosa preghiera del socio mentre la ragazza parcheggiava a pochi passi dalla grande torre quasi a picco sul mare.
“Stavamo scherzando e una battuta mi ha fatto ricordare un momento molto felice..”, mormorò scendendo dal minibus e dirigendosi verso lo strapiombo dove troneggiava l’immensa costruzione bianca avorio.
“Ma che accidenti è successo, Terry?”, esplose Andrè una volta rimasti soli nell’abitacolo.
“Non. Lo. So.”, giurò, affranto. “Stavamo scherzando e poi.. Bum.. L’ho trascinata via perché ho visto le mani che le tremavano e gli occhi pieni di lacrime! Provaci tu, per favore. Io non so come rapportarmi, in questi casi. Più che abbracciarla e fare il deficiente che dovevo dirle?”
Era davvero mortificato, osservò Andrè. La situazione sarebbe stata estremamente tenera e quasi divertente, se non ci fosse, là fuori, una ragazza molto turbata.
“Vorrei gongolare a lungo perché tu stai chiedendo a me consigli sulle donne, ma riserverò le prese per il culo ad un altro momento. Andiamo. Guarda e impara!”, lo derise.
“Non è meglio che vi lasci soli?”, ipotizzò Terence, cambiando immediatamente idea come incrociò lo sguardo truce dell’amico. “Come non detto. Non vedo l’ora di subirmi un altro pianto!”, si arrese.
“Benvenuto nel complesso mondo degli amici delle donne, Terry!”
“E’ meglio farsele e basta, dammi retta. Come tua sorella!”, ghignò, prendendo un profondo respiro mentre prendeva posto alla destra di Giulietta, seduta a cavalcioni sul muro di cinta del faro.
“Tieni”, le disse dolcemente, mettendole una sigaretta accesa tra le labbra tremolanti.
Squadrò impotente Andrè, come a dire: più di così non saprei che fare, adesso.
“Giulietta”, lo soccorse l’amico, rinunciando ai propositi di indifferenza che si era imposto, “magari se ne parli un po’ poi ti senti meglio”.
Mi farò male con questi due, constatò disarmato. Stare qui a consolare una ragazza da cui devo obbligatoriamente stare lontano non è la maniera migliore per tenermi alla larga dai problemi. Mannaggia a quando sono uscito: si stava così bene a letto!
Rassegnato si accovacciò sul muretto e fissò Giulietta, sollevandole il mento chinato.
“E’.. è difficile da spiegare. Non voglio tediarvi e non desidero la pietà di nessuno”, sussurrò.
“July, ricordi cosa mi hai detto quando ti ho raccontato di mio padre? Che ti dispiaceva, ma non per questo mi commiseravi. Perché per noi dovrebbe essere diverso?”, tentò Terence, cercando un silenzioso consenso da parte dell’amico, che lo guardò ammirato.
Forse mi tolgo da questo inghippo prima del previsto, si consolò Andrè. Se Terence riusciva ad essere anche amico della ragazza, divenendo il suo confidente prediletto, lui poteva ritirarsi in maniera definitiva, o almeno il tempo sufficiente per distaccarsi un po’ da lei. Anche perché ormai era evidente che la frequentazione non si sarebbe conclusa in Inghilterra; per un motivo o per l’altro era consapevole che in Italia avrebbero potuto rivedersi, spesso, probabilmente, se la storia tra i due avesse preso il via.
“E’ anche imbarazzante, come discorso. Molto femminile, direi”, ridacchiò isterica.
Quando andava sotto pressione diventava oltremodo sarcastica, notò Terence.
“Andrè ha due sorelle, e io centinaia di donne”, la assecondò ironico, certo che avrebbe sorriso.
Infatti non lo deluse. Adorava il suo spirito: non veniva mai meno, nemmeno in momenti delicati come quello.
“Ho avuto anche qualche ragazza, non solo sorelle su cui fare esperienza, vorrei precisarlo. Che poi non si pensi che sono poco virile eh?”, aggiunse Andrè, entrando nel gioco.
“Allora ho accanto a me due veri esperti che sapranno di certo capire?”
“Assolutamente!”, confermarono.
“Più o meno un anno fa rincontrai l’uomo sposato, Romeo. Lui e la moglie si erano separati, benché come sapete vivessero ancora assieme, e noi iniziammo la relazione. Non eravamo mai stati amanti e passò diverso tempo prima che decidessi di fare l’amore con lui.” Si fermò un secondo per vedere le loro reazioni, ma in effetti mantennero le aspettative restando impassibili.
“Eravamo così felici ed ebbri d’amore che non abbiamo pensato, nessuno dei due, di attrezzarci per la cosa. Così la notte che la passione ci ha sorpresi nessuno dei due aveva anticoncezionali. Lui aveva anche insistito perché mi fermassi, ma non so che mi è preso. Ero così innamorata! Non che sia una giustificazione, sia chiaro, per quella leggerezza.”
Dove avrebbe portato quella storia ormai era più che chiaro ai ragazzi, che si guardarono increduli, lieti di essere in due ad affrontare la situazione.
“Il ciclo però mi arrivò puntuale, un po’ scarso ma chi ci faceva caso. Ed io ho iniziato la pillola. Vi giuro che non ho mai pensato di essere incinta!”, singhiozzò. “Poi la situazione con lui è andata come sapete e pochi giorni dopo mi son sentita male e sono andata in ospedale, dove mi hanno detto che avevo avuto un aborto spontaneo, facendomi il raschiamento. Non volevo un bambino, quindi mi sono trincerata dietro questa convinzione per non soffrire. Ma questa sera una banale frase mi ha fatto tornare tutto alla mente. L’amore con cui era stato concepito, la mia debolezza per non aver saputo fermarmi. E il senso di colpa per non aver nemmeno capito di aspettare un figlio”, concluse, stropicciandosi gli occhi con rabbia.
E ora? Chi ha il coraggio di parlare?, si chiese Terence, sollevato dall’amico che, prendendole la mano, le disse: “Giulietta, io avrei decine di figli se ogni volta che ho fatto sesso senza protezione lei fosse rimasta incinta! Siamo giovani: succede che ci si faccia prendere dal’eccitazione del momento e non si pensi alle conseguenze. Non ti puoi incolpare di questo. E poi, scusa se te lo dico, ma eravate in due in quel letto. Non l’hai mica violentato!”
“Macchina, non letto”, bisbigliò arrossendo. “E comunque, l’iniziativa fu mia..”
“Significa che gli sei davvero saltata addosso?”, si stupì Terence.
“Sei tu che ci scherzi sempre sopra. Ma vi pare che devo star qui a raccontarvi le mie performance sessuali?”, rise, sincera.
“No, guarda. Non dar retta a sto deficiente. E’ un maniaco sessuale”, stabilì Andrè guardando feroce l’amico. “Segui me: eravate in due in quella macchina, non fare l’errore di pensare che un uomo non possa dire di no. Ci riesce eccome, se vuole. Romeo voleva fare l’amore, esattamente come te, senza pensare alle conseguenze possibili. Capita spessissimo, credimi. Vi amavate e avete fatto ciò che appariva naturale. E per il fatto che non ti sei accorta di aspettare un bambino, se può consolarti mia sorella ha scoperto di essere incinta oltre il terzo mese, in entrambe le gravidanze! Con la prima, ha avuto un problema simile: continuava ad avere delle perdite che scambiava per un ciclo irregolare, invece erano minacce d’aborto. La seconda volta, al contrario, stava ancora allattando quindi secondo lei non doveva essere fertile. Quando fece un normale controllo ginecologico, le diedero la bella notizia. Ed era alla sedicesima settimana. Svenne, letteralmente. I piccoli hanno quattordici mesi di differenza. Adesso prende la pillola, usa la spirale e fa mettere il preservativo al marito, le rare volte che interrompe l’astinenza!”.
“Vedi che le sorelle di Andrè tornano utili?”, commentò Terence per smorzare la tensione.
“Grazie, ragazzi, davvero.. E’ che quando si tiene dentro un peso a lungo, un sassolino diviene un macigno e ci si fanno colpe inutili. Semplicemente, tutte le volte che mi son lasciata trasportare dall’emotività senza riflettere sulle conseguenze, è successo un macello. Sono sempre stata molto razionale ed attenta a comportarmi: non so cosa mi sia preso, in quei mesi. Ero come drogata da lui, non riuscivo a pensare ad altro!”
“Eri innamorata, tutto lì”, la rassicurò Andrè. “Hai fatto ciò che fanno tutti, in quelle condizioni. Hai seguito il tuo cuore che per alcuni tratti ha offuscato il buon senso.”
“Ed io secondo te dovrei affrontare questo incretinimento?”, chiese sarcastico Terence all’amico.
“Stanne lontano, te l’ho già detto!”, lo ammonì Giulietta.
“Ma cosa dite? No, invece. Dovete aprirvi all’amore, senza paura! July, è stato il momento più bello della tua vita o no, quello trascorso felicemente con Romeo?”
“Si, ma dopo son stati cazzi amarissimi Andrè!”
“Quindi avresti preferito non viverli? Non ci credi nemmeno tu! E’ ovvio che la prossima volta andrai un po’ più cauta su certe cose, ma non ti accontenterai più di un rapporto che non sia speciale. Avrai ancora bisogno di sentire il tuo cuore infrangere i muri della razionalità, credimi. Saresti in grado di rimettere i sentimenti sotto formalina?”
“Si potrà pur amare senza donarsi completamente!”
“Davvero? Tipo, ti do trenta chili di me ma ne tengo venti al sicuro? O come un part time? Dalle otto alle venti mi concedo e dalle venti alle otto no? Non scherzare per favore”, rispose Andrè basito. “Che amore è se non si è disposti a concedersi all’altro con fiducia e speranza? Riconosco che con quest’uomo sei stata incauta, ma non perché l’hai amato così. Hai sbagliato nel non mettere in conto che poteva finire male. Giulietta, nella vita quasi nulla è per sempre. Cosa facciamo, ci barrichiamo tutti in casa per non rischiare che ci cada una tegola in testa se usciamo?”
“Che c’entra, mica ti sto dicendo che non mi innamorerò più! Ritengo solo ci si possa trattenere un po’ per evitare di soffrire!”
“Perché allora non richiami il tuo ex fidanzato, quello che dovevi sposare?”
“Che discorsi: perché non lo amavo!”
“Ma non mi dire: e come te ne sei accorta?”
“Con lui era tutto perfetto finchè non ho conosciuto Romeo. Poi non mi è più bastata la routine, la monotonia. Non mi sentivo viva.”
“E mi vuoi far credere che saresti disposta a tornare a una situazione simile?”, la pungolò, deciso. “Perché è così che sono i rapporti, quando si cerca di razionalizzare i sentimenti!”
Terence ascoltava pensieroso, fumando distrattamente.
“Ne ho anche per te, non ti credere!”, lo assalì l’amico, implacabile.
“Ed io che c’entro? Io scopo come un riccio e uso sempre le protezioni!”
“Ci credo: usi le donne come svuota palle! Pensi di poter fuggire dalle emozioni in eterno?”
“Finchè riesco si! Perché devo rischiare di incasinarmi l’esistenza?”
“Ragazzi, ma credete che non essere innamorati vi renda esenti dal soffrire? Potete pensare un attimo a cosa sarebbe la vita senza quelle piccole gioie quotidiane che dona l’amore, in tutte le sue sfaccettature? Il bacio di una madre, il sorriso di un figlio, l’abbraccio di un amico. Terry, se mi perdessi non staresti male?”
“Non saprei pensare ad un dolore più grande, al momento”, ammise.
“Appunto. Però con me hai rischiato; ci è voluto un po’ ma ti sei lasciato andare. E siamo qui. Non è stato così tremendo, vero? Perché dovrebbe esserlo con una donna? Non è la stessa cosa?”
“Tu non mi feriresti mai, Andrè.”
“L’hai scoperto solo dopo aver provato, però. Prima non potevi saperlo. Ogni rapporto è una storia a sé, e anche se tra noi è tutto perfetto, non è detto che duri per sempre. Hai visto come basterebbe poco per mandare tutto alle ortiche, no?”, gli chiese, alludendo al discorso fatto in camera. “Nonostante tutto, ti concedi a me senza barriere, onesto e sincero come solo tu sai essere. Se l’hai fatto con un uomo, o sei gay o puoi riuscirci anche con una ragazza, credimi!”
“July, ti senti sotto inchiesta anche tu come me?”, chiese ironico Terence, glissando sulle giuste argomentazioni dell’amico.
“E’ inutile che cerchiate di cambiare discorso, tanto lo sapete che ho ragione!”, borbottò. “Sai quanto ti invidio per la storia che hai avuto? Vorrei disperatamente innamorarmi così, July! Non mi chiudo mai dinnanzi ad una possibilità, quando capita.”
“Davvero?”, chiese ambiguo Terence. “Non mi pare!”
“So valutare quando è il caso di evitare, Terry!”, si stizzì. “Non scappo per paura, ma per non farmi male: è molto diverso!”, rispose tagliente all’ovvio riferimento a Giulietta.
“Spiegati”, chiese ignara la ragazza.
“D’accordo. Facciamo un esempio”, esordì, mentre un sorriso birichino gli velava le labbra. “Conosco una ragazza e capisco che potrebbe interessarmi. Non fuggo: tento di conoscerla. Al contrario di quello che forse fareste voi, da ciò che dite. La persona in questione si rivela molto più interessante di quanto potessi immaginare, al punto da potermi far perdere la testa: a questo punto valuto la situazione. Il desiderio di innamorarmi è grande, e lei ha tutte le qualità per sconvolgere la mia vita. Quindi osservo il suo atteggiamento nei miei confronti e decido se lasciarmi andare o fare un rapido dietrofront”, spiegò fissando intensamente Terence, inducendolo a distogliere lo sguardo. “Se la ragazza ipotetica è affettuosa e dolce ma non si emoziona con me come con altri, non sono un pirla: certo che me la batto, ed in fretta anche! Può piacermi finchè vogliamo, ma solo un folle perseguirebbe quella strada se capisse che la cosa per lei non avrà mai seguito. Se invece ci fosse chimica tra di noi, potete star certi che seguirei il mio cuore.”
“In ogni caso?”, lo provocò Terence, facendolo arrossire.
“Ci sono delle questioni morali che forse rispetterei”, ammise Andrè.
“Tipo, se fosse sposata non continueresti, vero?”, domandò Giulietta, avvilita.
“No, continuerebbe! L’ultima batosta che ha preso gliel’ha data una che era fidanzata”, ricordò Terence, indelicato. “Lui lascerebbe perdere solo se..”, solo se interessasse anche a me, pensò.
“Lascerei perdere se per seguire questo mio sogno facessi male alle persone che mi sono accanto, July”, lo interruppe Andrè, più diplomatico, guardando minaccioso l’amico.
“Avete mai litigato per una donna?”, chiese la ragazza scagliando la molotov.
“Ti pare che abbiamo i stessi gusti?”, scherzò il moro, nervoso.
“Si farebbe da parte prima, per rispetto a me, se capitasse”, confessò Terence. Gli era davvero impossibile mentire, anche a fin di bene, se voleva bene ad una persona davvero.
“Come invidio la vostra amicizia, ragazzi!”, mormorò Giulietta sognante.
“Quindi, vi ho convinti?”, si informò Andrè, cercando di sterzare da quel discorso spinoso. “Credete che andandoci coi piedi di piombo potreste arrischiarvi a seguire i vostri sentimenti?”
“Se un giorno incontro un uomo che mi fa battere il cuore te la faccio conoscere, Andrè, così eserciti il tuo senso critico e mi dici se posso provarci o meno, okay?”, lo schernì la ragazza.
“Non mi date affatto soddisfazione, voi due!”, brontolò, sconfitto.
“Su, vecchio mio, sono sette anni che provi a redimermi. Non avrai mica creduto di riuscirci all’improvviso questa notte solo perché sei particolarmente ispirato, eh?”
“La speranza è l’ultima a morire e io non mollo, statene certi! E tu, signorina, hai finito di piangere per oggi? Vorrei andare a letto a farmi passare le emicranie che mi fai venire!”, la canzonò, saltando giù dal muretto ed aiutandola a scendere.

Davanti all’albergo si salutarono e Giulietta, visibilmente sollevata dopo lo sfogo, ringraziò i suoi nuovi amici prima di salire in camera, esausta.
Erano quasi le due. Le due di notte del giorno che cambiò la storia.
Alle due e un quarto Terence bussò delicato alla sua porta.
“Che ci fai qui?”, domandò curiosa, avvolta in un simpatico pigiama con le mucche stampate.
“Volevo solo accertarmi che stessi bene. Mi dispiace tanto per quello che ti è successo, July. Tutto qui”, le confidò quasi imbarazzato, abbassando lo sguardo.
“Vuoi entrare? Stai bene?”, chiese, confusa.
“No. Cioè. Si, sto bene e no, non voglio entrare. Avrei solo voluto fare di più, prima. Mi sono sentito impotente e volevo lo sapessi. Tanto perché non pensassi che sono un freddo menefreghista”, mormorò piano, impacciato.
“Vieni, su”, lo convinse lei, facendolo entrare nella camera afferrandolo per una manica. “Non sei stato affatto insensibile, anzi. Stai tranquillo. Ti ho anche rovinato la camicia, guarda qui..”, si rammaricò sfiorando gli scuri aloni di mascara e facendolo trasalire. “Poi mi ha fatto bene parlarne, mi sento molto più leggera. Ci sono fardelli che vanno condivisi, a volte.”
“Lui non lo sa, vero?”
“No, Romeo non ha mai saputo nulla di questo. Ero sola, totalmente”, si rattristò, ricordando la sensazione di strazio ed abbandono.
“Quando torni in Italia vorrei che continuassimo a vederci, July. Voglio che se hai bisogno di qualcosa ci chiami, a me o Andrè, o entrambi, se credi. Non voglio che tu sia più sola”.
“E’ carino, da parte tua. Grazie”, bisbigliò, agitata, giocherellando con i capelli. “Anche se è una scusa per stare con me, ammettilo!”, sdrammatizzò, per sollevare entrambi dall’imbarazzo. Continuare il loro assurdo gioco era l’unica maniera per non affrontare una situazione che, lo sapevano tutti e due, rischiava di scoppiare da un momento all’altro. Sembriamo due bambini imbranati al primo giorno di scuola, considerò. Impalati spaventapasseri terrorizzati da noi stessi.
“Non mi servirebbero pretesti, se volessi vederti anche in Italia. Provvederai tu a starmi sempre in mezzo ai piedi!”
“Si, credici! A proposito, sabato sarebbe il mio ultimo giorno di lavoro, sai?”
“Torni a casa?”, si stupì il ragazzo. “Così presto?”
“Avrei le ferie da consumare, ma ho deciso di farmele pagare e resterò qui fino a fine mese, poi vedrò il da farsi.. Credo che andrò in Irlanda, forse. Poi magari migro verso lidi più caldi..”
“L’offerta per il Mar Rosso è sempre valida. Se vuoi venire, ti do i riferimenti del villaggio in cui lavoreremo, così vedi se c’è qualche last minute interessante e ci fai compagnia!”, si entusiasmò.
“Ti ho già rovinato la piazza qui in Cornovaglia, vuoi davvero rischiare che inibisca la tua vita sociale anche là? Lo sai che con me attorno non riesci a guardare altre donne!”.
“Non importa.. saranno loro a guardare me. Inoltre, dove andiamo siamo già stati mille volte, in pratica due settimane ogni tre mesi, quindi ho già il mio harem personale! A meno che tu non sia gelosa e voglia risparmiarti il dispiacere di guardarmi con altre ragazze, nel qual caso ti potrei capire eh?”
“Verrei solo per sapere chi sono quelle povere disperate!”, chiocciò, impercettibilmente indispettita. “Domani sera mi dai tutte le informazioni sul viaggio e controllo in rete se ci sono promozioni. Mi piacerebbe molto accompagnarvi, a parte tutto. Ho davvero bisogno di stendermi al sole caldo e farmi servire e riverire tutto il giorno!”, disse sognante.
“Allora è la vacanza ideale per te, quella. Sarei davvero contento, se venissi”, considerò. “Anche Andrè ne sarebbe felice, ovviamente!”, si affrettò ad aggiungere, per non apparire troppo mieloso.
“Anche Andrè, certo”, gli fece eco lei, ironica.
“Gli fa piacere sul serio, che credi?”, si difese.
“Mai quanto a te!”
“Non esserne così sicura”, sibilò, più serio di quanto avrebbe desiderato, tanto da meritare la famosa alzata di sopracciglio.
“Va tutto bene tra di voi? Prima non mi hai voluto dire nulla.. Ora è un buon momento?”
“Sei tenace, eh? Ti ho detto che magari non ne parlavamo proprio, ricordi?”
“Si, ma pensavo che potessi aver cambiato idea!”
“Non l’ho cambiata, piccola curiosona che non sei altro!”
“E’ per me, vero?”, domandò con un sospiro.
“In che senso, scusa? Perché dovremmo aver discusso per te? Anzi, perché dovremmo aver discusso in generale?”, si allarmò. Non voleva tradire la fiducia dell’amico. “Era un po’ abbattuto per certe cose e abbiamo chiacchierato per cercare una soluzione. Nessun bisticcio, nessuna incomprensione. Solo un paio di chiarimenti normali tra due fratelli!”
“E io non c’entro nulla?”, obiettò lei, affatto convinta.
“July, come potresti entrare nei nostri discorsi? Hai la coda di paglia?, la sfotté, risoluto.
“Non ti credo ma rinuncio”, si arrese. “Per il momento, sia chiaro! Non finisce qui!”, promise.
“Vado a letto, sei troppo impicciona per i miei gusti! Ti rimbocco le coperte?”
“Lo faresti davvero?”, chiese grata infilandosi svelta nel letto. “Lo faceva sempre mamma quando ero piccola! Grazie Terry!”, gongolò entusiasta. “Magari domani mattina non mi sveglio scoperta come al solito! Sono un mulinello, di notte!”
Il ragazzone girò attorno al letto ad una piazza di Giulietta, rincalzando il lato destro della trapunta di morbida piuma d’oca e sedendosi silenzioso sul bordo sinistro, sollevando le lenzuola fino al mento della ragazza, premuroso. “Faccio una protesta, però”, disse, ambiguo.
“Cosa?”, chiese lei, sbadigliando assonnata.
“Hai detto che qui in albergo avete tutte stanze matrimoniali, no? Gli unici due letti singoli li hai tu, qui ed in ufficio?”, constatò.
“Tutto il personale, non solo io! Così non siamo indotti in tentazione ed evitiamo di invitare i clienti nelle nostre camere!”, scherzò.
“Allora domani vieni tu da me?”, la provocò.
“Mai dire mai”, civettò. “Potrei anche stupirti..”
“Non c’è gusto quando ti arrendi subito, sai?”, le confidò, alzandosi. “Preferisco quando fai la difficile! Notte July.. Sogni d’oro.”
“Terence?”
“Cosa?”, chiese ridendo.
“Oggi niente provocazioni?”
“Delusa?”
“Un po’..”, ammise. “Colpa del pigiama con le mucche? Troppo sexy?”
“Decisamente si. Resisto a tutte le tentazioni, anche a te mezza nuda come ieri, ma alla biancheria muccata no!”, rise, chinandosi su di lei e sfiorandole la fronte con un morbido bacio.
“Terence?”
“Cosa?”
“E’ per quello che vi ho detto prima che non ci hai provato? Mi riferisco al fatto che ho abortito. Pensi che riusciresti a.. Insomma.. saresti a disagio a venire a letto con me, adesso che sai, vero?”
“Mi stai chiedendo di venire a letto con te?”, la pungolò, pur avendo capito benissimo la domanda. “No, ti sto chiedendo se ora cambierà tutto tra noi”, bisbigliò, imbarazzata.
“Non sapevo ci fosse un noi..”, si ostinò, glissando ancora.
“Per una volta puoi parlare seriamente?”, si spazientì.
“Giulietta, non ci ho provato perché oggi non saprei giocare e basta. Vederti vulnerabile, arrendevole.. e col pigiama muccato, oltretutto, è una tentazione troppo irresistibile. Non credo riuscirei a fermarmi, okay? Contenta?”, ammise cedendo.
“Molto”, rispose, lieta. “Da quando è successo non ho mai più avuto tanta intimità con un uomo come con te ieri notte, se può consolarti”, gli rivelò.
“Io mai così poca, con una donna, da circa dieci anni a questa parte, se devo essere sincero!”, ridacchiò, accarezzandole il viso. “Ora fammi andare, se no non rispondo di me! A domani.”
“Terence?”
“Allora dillo che mi vuoi torturare July! Ti stai divertendo un mondo eh?”
“Volevo solo che giocassimo ad armi uguali..”
“Che intendi?”
“Per me è stata durissima resisterti, ieri notte. Così siamo pari.. Uno a uno palla in centro.”
“Perché me lo dici ora? Credevo godessi vedendomi strisciare ai tuoi piedi..”, chiese confuso.
“Così non ti senti in svantaggio, o debole ai miei occhi..”, sussurrò. “Così magari non scappi via..”
“Non vado da nessuna parte, Giulietta..”
“Un giorno lo farai..”
“E’ solo attrazione fisica, tutto sotto controllo”, mentì, sperando di essere vagamente credibile.
“Vedremo..”, concesse, vaga.
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giovedì 1 ottobre 2009

CAPITOLO TRENTUNESIMO



(Capitoli precedenti)

Giulietta, fasciata in un top rosso e Levis strappati, aspettava nervosa Terence, in forte ritardo, appoggiata al minibus. Giocava coi bottoni del giubbotto di jeans quando lo vide spuntare dal viottolo di magnolie sempreverdi. Lo affrontò in malo modo, seccatissima per la scarsa considerazione di lei, che aspettava lì da svariati minuti: “Non ce la puoi proprio fare a stupirmi positivamente, una volta tanto, eh? Sono venti minuti che aspetto!”
“Avevi detto alle nove e tre quarti, July.. Sono puntualissimo. Sei tu in anticipo!”
“Hanno iniziato il torneo prima, ti ho cercato per dirtelo! Dove diavolo ti eri cacciato?”, sbuffò, salendo arrabbiata sul pulmino.
“Non è colpa sua , questa volta, non arrabbiarti!”, la sorprese Andrè, sbucando all’improvviso e facendola sobbalzare.
“Andrè!”, esclamò felice, saltandogli al collo scendendo dall’abitacolo. “Che bello! Stai meglio?”
“Non lo vedi da due ore Giulietta.. c’è bisogno di scodinzolare così? Con me non lo fai mai!”, le fece notare, torvo, Terence. “Anzi, mi sgridi se non arrivo in anticipo agli appuntamenti. Mondo crudele!”
“Non dargli retta, è solo geloso perchè preferisci me a lui”, la rassicurò Andrè, ridendo e svincolandosi da quell’inaspettata dimostrazione di affetto. “Comunque, era da me, Terry, non imboscato con la cameriera. Mi ha letteralmente buttato giù dal letto e costretto ad uscire con voi”, puntualizzò.
“Allora devo anche scusarmi e ringraziarlo, secondo te?”
“Si, e fammi le fusa come a lui!”, brontolò, allargando le braccia ed aspettandosi l’abbraccio.
“Grazie, Terence. Hai ridato un senso a questa serata, convincendo Andrè”, disse fintamente asciutta. “E’ la prima cosa buona che fai da che ti conosco!”
“E niente coccole di riconoscenza?”, chiese deluso, riportandosi le mani in tasca.
“Ogni scusa è buona per cercare di toccarmi, Andrè: non farci caso”, lo informò Giulietta, ridendo. “Non può fare a meno della mia illuminante presenza nella sua vita, il tuo amico.”
I due ragazzi si guardarono, complici, ripercorrendo silenziosi il dialogo di poco prima. Finchè giocavano entrambi, tutto okay: ma scherzavano davvero? Tutti e due?
“Che succede?”, indagò la ragazza, cogliendo la tacita intesa dei suoi accompagnatori, mentre lasciava alle sue spalle l’albergo, sollevando un sottile velo di polvere.
“Siamo solo preoccupati che questo catorcio ci lasci a piedi”, mentì Terence. “E poi, signorina so tutto io, se davvero avessi voluto restare solo con te avrei supplicato Andrè di accompagnarci? Illusa. Guarda che brutta cera, che ha! Si è sacrificato per me. La verità è che volevo i rinforzi per sopportarti: ho anche pensato di giocare a bridge con la Fracci, se non l’avessi convinto!”
“Potevi risparmiarti la fatica: ho chiesto alla mia amica Jas di raggiungerci, per evitare le tue inopportune avances. Infatti ci aspetta alle dieci a Cadgwith, un graziosissimo villaggio caratteristico per la magnifica baia di sabbia ghiaiosa, i cottages turistici che declinano delicati sull’insenatura e la piccola flotta di barche da pesca colorate . Jasmine ci aspetta alla locanda, il Cadgwith Cove Inn, un tipico locale dove tutti i martedì notte si fa spettacolare musica Folk, ma anche durante la settimana non è raro assistere a piccoli concerti live. Se vi piace a avete voglia di entrare nelle vere usanze del luogo, domani vi ci porto. Dalle sette, quando torno dalla gita, sono libera. Possiamo organizzare qualcosa di carino! Anche una battuta di pesca notturna, se vi va! Lì ci sono ancora pescherecci arrugginiti che lavorano come una volta, con grandi reti cattura granchi: è un metodo di pesca che mira a raccogliere piccoli crostacei, aragoste e moderate quantità di pesce. Una volta, nell’ottocento credo, si narra che fu fatta caccia grossa e vennero catturate più di un milione di sarde in un sol giorno!”
“Ma c’è davvero la tua amica?”, chiese insospettito Terence, incurante del racconto su Cadgwith.
“Mi fa piacere che ti sia interessata la spiegazione turistica: dai tante soddisfazioni al mio lavoro!”, brontolò la ragazza. “Cosa credevi, che passassi tutta la serata sola con te? Non scherziamo, suvvia. Quindi? Domani serata Folk?”, rise, lasciando il bel vichingo nel dubbio che si stesse prendendo gioco di lui.
“Che altro si potrebbe fare?”, domandò Andrè, poco entusiasta all’idea di sentir suonare fisarmoniche, chitarre classiche e strumenti popolari.
“Quel che volete, ragazzi. Dopo ne parliamo anche con Jas, magari ci da qualche suggerimento!”

Il villaggio era esattamente come Giulietta l’aveva descritto. Parcheggiarono in cima alla ripida discesa che scendeva verso la baia, arrivando in tempo per vedere alcuni vecchi pescatori tirare a riva le barche con l’argano, come si faceva una volta, e scaricare casse di granchi e sgombri.
Quando entrarono nella taverna, Jasmine li stava già aspettando seduta ad un tavolo, intenta a parlare con un cameriere suo coetaneo.
“Hi, Jas!”, la saluto Andrè, entusiasta, accomodandosi accanto a lei.
“E così l’hai invitata davvero”, mormorò sommesso Terence. “Avevi paura di cedere alle mie lusinghe, ammettilo July!”.
“Veramente mi ha chiamata lei: è in crisi da quando il fidanzato l’ha lasciata e ha bisogno di svagarsi un po’. Ho creduto di farti un favore, dal momento che da solo non batti chiodo, qui in Cornovaglia! Non vorrei che la tua media di conquiste si abbassasse troppo a causa mia, sai com’è..”, lo punzecchiò, abbracciando l’amica con trasporto.
Ordinarono tre birre e una coca cola per Andrè, che imbarazzato raccontò a cenni e monosillabi italiani e inglesi come mai era costretto a bere analcolico, facendosi capire perfettamente da Jas.
“Se non altro sono lusingato che non sia stata tu a boicottare la nostra serata romantica”, gongolò Terence con Giulietta.
“Non ho paura a restare sola con te, io. Sei tu che hai cercato la scorta per non cadere in tentazione, tesoro. Tra l’altro, una sorpresa graditissima. Ero in ansia per lui”, ammise, indicando Andrè che gesticolava con Jasmine. “Pare che ora stia meglio, no? Gli hai parlato? Cosa si sentiva?”
“Ne parliamo in un altro momento, al limite. Ora non è il caso. Comunque starà bene, tranquilla”, confermò, accarezzandole una spalla protettivo.
“Problemi?”, si incupì, sollevando interrogativa il sopracciglio.
“Tutto risolto, come da veri fratelli. Non preoccuparti.”
“E’ per ieri sera?”
“Giulietta. Ho detto che ora non è la sede per discutere di questo. Accetti mai un no come risposta, per curiosità? Non adesso vuol dire che di questa cosa si discute, se mi va, più tardi, o domani, o mai, anche.” Si era irritato. Detestava ripetere le cose.
Terence era molto lineare in tutto: così come vedeva le cose o bianche o nere, alla stessa maniera era altrettanto semplice e diretto nella sua vita. Se diceva una cosa, era quella. Pochi fronzoli, niente orpelli e abbellimenti. La diplomazia non era il suo forte, così come le buone maniere, spesso.
“Scusa July”, si rammaricò, vedendo l’espressione mortificata della ragazza. “Ho un caratteraccio, me ne rendo conto.”
“Come darti torto!”, ironizzò. “Hai alcune reazioni che mi perplimono parecchio, lasciatelo dire.”
“Non conosco le doti della mediazione e della condiscendenza. Non ho mai avuto l’esigenza di impararle, essendo cresciuto da solo. Quando sei tu la sola persona a cui devi rendere conto, non ti poni nella condizione di smussare certi angoli. L’unico che si sia mai preso il disturbo di restarmi accanto per più di una settimana, aiutandomi a correggere certe intemperanze, è Andrè. Mi invita spesso a cercare di accettare anche le sfumature, nella vita. Faccio passi da gigante, con lui come cane guida, ma è durissima. Non sarebbe tutto più semplice se le cose fossero divise in due categorie, July? Bello e brutto, buono e cattivo, caldo e freddo, giusto e sbagliato, vero e falso, testa e cuore, amore e indifferenza.”
“Odio. Amore e odio”, lo corresse, interessata.
“No, indifferenza. L’odio è comunque un sentimento, il più forte, forse. Il contrario dell’amore, inteso come sentimento in ogni sua forma, deve essere obbligatoriamente il niente, l’assoluta insensibilità. Non trovi?”
“Quindi ritieni che se uno odia prova comunque una forma di amore?”
“Non sono un esperto del settore, però penso che se perdiamo tempo ad odiare una persona, è perché ancora la pensiamo e nutriamo aspettative verso di lei. Prendi mio padre, ad esempio. L’ho detestato con tutto me stesso per lunghissimi anni. E soffrivo moltissimo a causa di quel rancore. Poi ho elaborato questa teoria e non l’ho più degnato di un solo sospiro. E sono guarito.”
Giulietta lo fissava intensamente, colpita dalla profondità del ragionamento. Era un po’ assolutistico e partiva da presupposti errati per definizione, però nella sua disarmante semplicità aveva una certa logica. In determinate circostanze estreme, come l’esempio in oggetto, poteva persino reggere. Non valeva con Romeo, però. O forse si? Il fatto che non le fosse ancora indifferente e probabilmente non lo sarebbe mai stato significava che provava ancora sentimenti per lui? Okay, razionalizzò: sentimenti in ogni loro forma, aveva specificato Terence. Non amore in senso assoluto. Anche affetto, quindi. O amicizia. O premura. Così forse la balzana teoria poteva anche reggere.
“Però sarebbe più corretto dire che indifferenza è il contrario di sentimento, no?”, propose, suscitando lo sguardo interessato di Andrè a Jas, che interruppero un istante la loro buffa conversazione poliglotta per poi riprenderla subito dopo, resisi conto che sarebbe stato troppo impegnativo e poco opportuno cercare di intervenire offrendo la loro consulenza.
“Se preferisci, diciamo così, allora. Però fa meno effetto, nell’elenco degli opposti”, concesse Terence, assorto in quella surreale chiacchierata.
“Comunque, Terry, non credo sarebbe bello se tutto fosse collocabile in due categorie antagoniste. A parte che è proprio impossibile, per definizione. Parti da un assioma concettualmente sbagliato, nel tuo discorso”.
“Quale sarebbe?”, si incuriosì.
“Ovviamente il dualismo che da origine a tutte le cose.”
“Vita e morte. Anche qui infatti non si prevedono vie di mezzo”, osservò. “Che c’è di errato?”
“Il binomio corretto è nascita e morte. La vita non ha un contrario, scientificamente parlando, se con questo termine intendiamo il periodo che intercorre da quando il cuore inizia a battere sino a quando si ferma. E’ unica: non ha un alter ego con connotazione peggiorative. Per cui, volendo filosofeggiare, come è possibile che una cosa che non prevede dualismi possa generare tante coppie bipolari? Impossibile!”, sancì fiera di quella spiegazione.
“Ricordami di non fare più discorsi seri con te, per favore. Non senza avere due aspirine in tasca, almeno. Mi hai fatto venire mal di testa!”
“Ti secca ammettere che ho ragione, però è così! Ora hai anche una spiegazione scientifica del fatto che le sfumature esistono a causa della natura stessa della nostra esistenza!”
“Scientificissima, davvero!”, la canzonò, stupendosi della vivacità di quei laghetti blu che lo fissavano.

La serata trascorse tranquilla, senza eventi degni di nota. Jasmine ed Andrè avevano trovato un modo tutto loro di comunicare, arricchendo di minuto in minuto il loro vocabolario. Al momento dei saluti parlavano entrambi la lingua dell’altro in maniera molto più sciolta.
Terence continuava ad aver bisogno di un’interprete, per approcciarsi alla bionda ragazza, per cui si limitava ad ascoltare la traduzione simultanea di Giulietta, senza fare il minimo sforzo per migliorare il proprio inglese, con suo grosso disappunto.
“Se non ti applichi un minimo, non imparerai mai la lingua! Guarda Andrè come migliora in fretta! Le sta chiedendo cosa possiamo fare domani sera! Impegnati un po’, ovvia!”
“July, lasciami solo con lei un paio d’ore e vedi che ci intendiamo a meraviglia! C’è un linguaggio internazionale che funziona sempre”, la provocò.
“Solo sulle straniere, evidentemente, visto lo scarso risultato che hai con me!”, ridacchiò. “Sai che non mi hai ancora detto chi ti ha telefonato in albergo, oggi?”
“La curiosità uccise il gatto, Giulietta!”
“Ma la soddisfazione lo riportò in vita..”, sussurrò meccanicamente, affatto entusiasta, ricordando quando disse la stessa frase a Romeo. Erano in macchina, nella Volvo, la prima sera che fecero l’amore. Quando lei rimase incinta. Quel pensiero le provocò una breve fitta alla bocca dello stomaco, che le tolse il fiato indurendole il viso e inumidendole gli occhi.
“Credo di aver scordato le sigarette in pulmino: mi accompagni a prenderle July? Ci vediamo su, Andrè!”, disse, trascinandosi dietro la ragazza prossima ad esplodere.
“Respira, Giulietta. Resisti un secondo”, le bisbigliò, prendendole la mano e stringendola forte.
Quando furono abbastanza lontani dagli amici, Terence si fermò e la prese tra le braccia, facendola sfogare. “Piangi, su. Piangi”, sussurrò dolcemente mentre lei, rannicchiata contro il suo comodo petto, singhiozzava in silenzio, liberando quelle lacrime che da giorni cercava di ricacciare indietro.
Accarezzandole la nuca, la cullò abbracciandola forte, protettivo, osservando le spalle sussultare, sconquassate dai singulti. Il frutto di quel dolore inzuppava la camicia di Terence bruciandogli la pelle come tizzoni ardenti: si sentiva impotente dinnanzi ad una disperazione così violenta. Nemmeno pensare a cosa avrebbe fatto Andrè gli forniva una soluzione. Lei non accennava a calmarsi.
“Cosa posso fare Giulietta? Ti prego, dimmi come posso aiutarti”, implorò, sopraffatto da quell’angoscia.
“Ora passa.. ora passa.”, bisbigliò asciugandosi rabbiosamente le lacrime. “Ce l’hai fatta a farti saltare addosso, hai visto?”, ironizzò amara scostandosi da quel sicuro rifugio.
“Sapevo che non avresti resistito, alla fine”, scherzò debolmente. “E al telefono, oggi, era la scuola: confermavano la trasferta in Mar Rosso a ottobre, per due settimane. Non volevo farti piangere. Se sapevo di scatenare tutto questo te lo dicevo subito, perdonami. Non c’è nessuna amante, puoi stare tranquilla. Hai ancora una speranza per farmi tuo..”, aggiunse incerto, domandandosi se fosse il caso di continuare a fare battute o domandarle finalmente qual’era la causa di quella inaspettata quanto prepotente reazione.
“Quindi ti ho rovinato la camicia per niente?”, domandò, meno tristemente, sfiorandogli il petto per evidenziare due grandi macchie umide di lacrime e sporche di mascara. “Non ho nessuna rivale?”
“Nulla di rilevante. July, mi dici che è successo?”, si decise, tornando serio.
“La tua battuta mi ha fatta tornare indietro di un anno, ad un momento preciso che è scolpito nella mia memoria, a cui stavo fuggendo da troppo tempo. Vedi? Non serve scappare. Alla fine i nodi vengono al pettine quando meno te lo aspetti. Ora tu penserai che sono una psicopatica! E Andrè e Jas? Cielo che figura! Cosa racconto ora?”, si impensierì, di nuovo accorta e pragmatica come sempre.
“Posso confermare che hai avuto un desiderio irrefrenabile di sesso e abbiamo fatto una sveltina nel pulmino, se vuoi!”, si offrì, scherzando, Terence.
“Non sarebbe una cattiva idea.. magari Jasmine ci crede”, ponderò seriamente.
“Puoi abusare di me, se vuoi rendere credibile la bugia. Mi sacrifico per gli amici, io!”, scherzò, avviandosi verso il minibus. “Andiamo, Andrè sta salendo. Ho sentito che si sono salutati.”
“Terry, scusa. Mi spiace averti messo in difficoltà..”
“Ma che dici? Piuttosto, asciugati il viso e pulisci le righe di mascara, se vuoi passare indenne allo sguardo di Andrè”, minimizzò, sebbene sapesse che era impossibile.
I pensieri di Balua ore 11.53 | 15 riflessioni  
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venerdì 25 settembre 2009

CAPITOLO TRENTESIMO



(Capitoli precedenti)

L’indomani passò tranquillo, senza intoppi e frenesie. Giulietta alle sette lasciò la reception, dopo aver trascorso la notte quasi in bianco e, fatta una doccia calda, si mise a letto dove dormì profondamente sino alle due del pomeriggio. Ristorata dal sonno rigenerante, alle quindici prese servizio puntuale, ingessata a puntino nella divisa blu aviazione, pronta a preparare il tabellone dei gironi del torneo di bridge, per quella sera. Rispose ad una preoccupata e-mail di sua madre che si domandava come mai non si facesse viva da un paio di giorni, inviò le foto come si era ripromessa di fare e telefonò al Museum and Art Gallery di Penzance per prenotare la visita guidata per il gruppo di ospiti, l’indomani verso mezzogiorno, e ad un ristorantino caratteristico per fermare qualche tavolo per le quattordici. Si accordò persino con il cuoco per un menù leggero, composto da antipasti di mare e grigliata di pescato fresco.
Alle diciotto aveva già terminato gran parte delle mansioni previste e si accomodò al banco per riceve gli ospiti e fare un po’ di pubbliche relazioni. Mr. Brown, come prevedibile, la allungò una lauta mancia per i servizi impeccabili; l’ospite celiaca la ringraziò ripetutamente per l’eccellente cena della sera precedente e le signore italiane, che erano andate alla spiaggia di Lizard Point , le raccontarono dettagliatamente di ogni gabbiano che aveva volteggiato su di loro.
Quando i mariti rientrarono dalle Menacles, erano oramai le sette passate ed erano decisamente esaltati per la giornata in barca.
“Abbiamo anche visto un piccolo relitto, Giulietta!”, si entusiasmò Conti, mostrando fiero la macchina fotografica che portava al collo, testimoniando come avesse immortalato tutto.
“Nessuno spiacevole incidente con lo stomaco, dopo i bagordi di ieri sera?”, si incuriosì la ragazza.
“Stranamente questa mattina abbiamo dormito più a lungo”, confermarono tutti, “Però al nostro risveglio eravamo pimpanti e riposati! Abbiamo fatto molta confusione, cara?”
“Diciamo che l’Italia ha battuto di larga misura l’Inghilterra!”, confermò gentile.
“Colpa tua, però. Questa sera solo caffè, dopo cena! Su, andiamo a farci una bella doccia, truppa! Il bridge richiede concentrazione!”, e salirono in gruppo, facendo il consueto baccano.
Pochi istanti dopo entrarono i due maestri, stremati.
“Vi vedo un po’ provati, ragazzi!”, li accolse Giulietta, passando a Terence un messaggio telefonico che il collega del mattino doveva aver trascritto.
“E’ in inglese.. Che dice?”, protestò il ragazzo, fasciato negli scuri occhiali da sole.
“Non l’ho ricevuta io, la chiamata: non saprei. Se me lo vuoi far leggere.. O è di qualche amante che non riesce a fare a meno di te?”, provocò. “Andrè, come stai?”
“Come ti sembra che stia?”, chiese truce, guardandola torvo con gli occhi azzurri cerchiati da profonde occhiaie. “Credevo fossimo buoni amici.. Hai cercato di uccidermi ieri sera?”
“Potevi dirmelo che sei quasi astemio, però.. Mi dispiace tanto..”, si scusò.
“Ho fatto pessime figure, mi ha detto Terence”, disse, indicando l’amico che si era allontanato per telefonare, avendo individuato probabilmente il mittente del messaggio.
“Ma non è vero! E poi, tranne me e lui ti assicuro che nessuno se le può ricordare!”
“Dice che ti ho abbracciato. Mi dispiace se sono stato inopportuno..”
“Non hai fatto nulla di che, davvero. Hai solo cantato facendo tremare i muri dell’albergo, ma hanno resistito alla grande. Così abbiamo fatto anche il collaudo antisismico!”, scherzò.
“Sul serio?”, sorrise, riprendendosi. “E’ tutto il giorno che penso a come scusarmi con te!”
“Terence esagera sempre”, disse ad alta voce per farsi sentire dal ragazzo, che stava terminando una fitta conversazione.
“Cosa esagero?”, si incuriosì, togliendo le lenti scure per fissare intensamente Giulietta, cercando qualche segno di imbarazzo per quanto accaduto la notte prima.
“Hai detto ad Andrè che ha fatto cose indecorose, e non è vero! E’stato più signore lui da poco sobrio che tu sempre!”, lo ammonì goliardica.
“Ah ecco, vedo che non è cambiato nulla da ieri, vi punzecchiate ancora come una vecchia coppia di sposi.. Continuate pure. Io vado a dormire un po’, che non ne posso più. Se non scendo per cena, Terry, non svegliarmi. Ho bisogno di recuperare e il mio stomaco è ancora un po’ sottosopra.”
“Ti faccio portare un pasto leggero in camera?”, si offrì premurosa Giulietta.
“Grazie, magari verdura e formaggi. Divertitevi, se uscite”, le disse, strizzandole l’occhio.
Dall’umore dell’amico, Andrè aveva intuito che la serata precedente era stata un trionfo. Hai fatto il bravo con lei?, gli aveva chiesto. Abbiamo parlato tantissimo, era stata la risposta. Di me, di lei, dei nostri genitori. Gli hai detto di tua madre?, si era stupito. Anche di mio padre e tutto il resto, se è per quello. Seppur provando una immensa felicità per l’amico, Andrè aveva definitivamente deciso, non senza una fitta di rimpianto, di archiviare il capitolo Giulietta anche in amicizia, per non rischiare di cadere in una situazione che potenzialmente sarebbe stata devastante. Lei era una tentazione troppo grande: alla fine avrebbe sofferto, ci scommetteva. Con la dolce spontaneità che accompagnava i suoi gesti, l’aveva conquistato. La semplicità con cui si era aperta con lui il giorno precedente era stata disarmante, teneramente infantile, quasi. Irresistibilmente dolce. La disinvoltura che si ha solo con un amico. Avrebbe voluto abbracciarla e dirle che d’ora in poi sarebbe stato tutto più bello e facile, ma non poteva. La notte aveva esagerato con il rum cercando di anestetizzare quel dolore che rimbombava nel petto, e non era così certo di essere stato impeccabile, nei comportamenti e nelle parole. Era giusto allontanarsi un po’ da lei, per il momento, lasciandola sola con Terence affinché cercassero di capire i reciproci sentimenti. Sempre se c’era qualcosa su cui far chiarezza, considerò.
L’amico era molto coinvolto, ci poteva scommettere. Lei, chissà. Era restia a lasciarsi andare, gli aveva confidato. Una scottatura fresca, poca fiducia nei ragazzi esuberanti, il desiderio di stabilità potevano essere ostacoli insormontabili, a conti fatti. Era altresì vero, però, che Terence era una fonte inesauribile di sorprese: aveva visto cedere al fascino dell’amico le donne più inaspettate, e soprattutto mai nessuna era riuscita a resistergli a lungo. Certo, nessuna era Giulietta, si rammaricò, mentre si infilava esausto sotto il getto caldo della doccia, pregustandosi una piacevole serata di relax abbracciato al morbido cuscino di piume.

“Gli hai raccontato che mi ha abbracciato.. era necessario?”
“Ma è vero!”
“Non metterlo in imbarazzo, non voglio. Mi piace come si comporta con me. Non voglio che cambi qualcosa, chiaro?”, lo ammonì.
“Venduta. E’ solo che non gli mento mai, su nulla. Non l’ho fatto per altre ragioni, sul serio.”
“Tu per vincere venderesti il tuo migliore amico!”, scherzò.
“Probabilmente farei carte false, è vero”, ammise. “Ma non toccherei mai Andrè, giuro. Te l’ho detto: è la mia famiglia.”
“Allora la tua famiglia è parecchio mortificata, se non l’hai notato..”
“July, ha i postumi di una sbornia! Mai avuti?”
“Ad essere sincera non proprio.. Non mi sono mai ubriacata al punto da non ricordarmi nulla della sera precedente. Reggo discretamente l’alcol. Magari qualche mal di testa l’indomani, ma mai di più. E Tu?”
“Dopo l’esperienza con mio padre, sto molto attento a fermarmi in tempo, quando bevo”, bisbigliò. “Poi, ormai mi conosci.. Non sopporto di non avere il pieno controllo della situazione”, ironizzò. “Il che mi riporta a questa notte. Credevi di farmi cedere con un semplice bacio sul collo?”, ghignò.
“Ti arrenderai con molto meno, ricordatelo! Striscerai supplicandomi di stare con te”, rise, divertita, ripensando a quelle strane ore passate col ragazzo. “Quindi, chi hai detto che era al telefono?”
“Gelosa?”
“Curiosa, piuttosto. Me lo dici?”, supplicò, infantile. “Dai!”, implorò, mimando il broncio.
“Che pesantezza! Te ne parlo solo se vieni a cena con me. Ci stai?”
“E come faccio, secondo te? Sono bloccata qui in servizio fino alle nove e mezza, quando avvio il torneo di bridge.”
“Allora dopo? Io e te, il mare, la luna, le stelle..”, ammiccò, schernendola.
“Lo sai che non posso uscire coi clienti, Terence”, lo ammonì, divertita.
“E chi ha parlato di uscire? Ho un letto matrimoniale fantastico in una camera con terrazzo vista oceano!”, ironizzò. “No, anzi, meglio andare fuori, che poi sei troppo tentata. Alle nove e tre quarti ti aspetto al pulmino, così dici al direttore che mi porti in gita d’istruzione, va bene? Poi se ti va studiamo anatomia..”
“Però rientriamo presto, che hai bisogno di riposare”, acconsentì premurosa.
“E sia. A dopo. Ma rimetti il vestito di ieri?”
“No, pensavo piuttosto ad una cintura di castità, che ne pensi?”
“A me lo chiedi? Sei tu che stai morendo dalla voglia di saltarmi addosso, non io!”
“E se lo facessi? Faresti della beneficenza e ci staresti?”
“Non sia mai che mi si tacci di egoismo. Certo che ti accontenterei. Il mio compito è spargere amore per il mondo!”, ghignò, andando verso l’ascensore.
Al centro della hall si fermò, voltandosi, in attesa.
“Che c’è?”, chiese lei, curiosa.
“Aspettavo che mi chiamassi..”, rispose dolce. “Mi stavo abituando ai nostri commiati che durano più degli incontri! A dopo, buon lavoro.”
Quando l’ascensore si aprì ed il ragazzo fece per entrare, l’immancabile vocina lo invocò.
“Terence?”
“Cosa?”, si volse, osservando divertito Giulietta, felice di quell’abitudinario rituale che li univa.
“No, nulla.. Era per non deluderti”. Gli strizzò l’occhio e si rituffò nel lavoro.

Cenò al tavolo del direttore, annoiata, ascoltando l’uomo elencare tutti i lavori di ristrutturazione ed ampliamento che intendeva fare nei mesi di chiusura dell’albergo, da febbraio ad aprile. Avrebbe preferito iniziarli a novembre, in effetti, ma c’erano un po’ di prenotazioni per le settimane di Natale e Capodanno, pertanto aveva optato per lo slittamento. Era prevista la realizzazione di una palestra attrezzata con moderni macchinari, il potenziamento del beautycenter e l’allargamento del solarium dinnanzi alla piscina. L’anno seguente, se i risultati stagionali fossero stati adeguati, forse avrebbe anche costruito dei piccoli cottage nel parco sul retro, per famiglie che volevano un appartamento indipendente pur non rinunciando ai servizi di un cinque stelle.
Giulietta ascoltava fingendo di essere interessata ai progetti del principale, non capendo in quale maniera la riguardassero. Finchè l’uomo non le fece la proposta di tornare a lavorare lì l’anno venturo, da marzo ad ottobre, offrendole un lauto compenso. La ragazza, colta alla sprovvista, promise di riflettere bene sul generoso invito, improvvisando la scusa di altri progetti lavorativi più vicino a casa.
Amava moltissimo quel posto e le sue mansioni, lì, non erano affatto pesanti né noiose. Però erano limitative, per le ambizioni che aveva: desiderava viaggiare, conoscere il mondo e i popoli. Per poi tornare in Italia, però, o dovunque avrebbe messo radici. Altri otto mesi in Cornovaglia erano eccessivi, probabilmente. Quel periodo sabbatico, lontano da ogni forma di calore umano o emozione, le era servito per ritemprare il cuore e lo spirito. Ora tuttavia doveva riprendere a vivere senza fuggire, senza rifugiarsi in qualche angolo sperduto del mondo, per quanto bello fosse, ed affrontare il futuro, costruendo le basi per gli anni a venire. Un’abitazione di proprietà, un lavoro stabile, una famiglia forse, un giorno.
Era pronta a camminare di nuovo con le proprie gambe, realizzò. Era disposta a sognare ancora.
Quando domandò al direttore la data in cui poteva tornare finalmente a casa, lui fu molto disponibile. Le disse che il contratto sarebbe scaduto a fine settembre, ma poteva usufruire ancora di due settimane di ferie, se voleva. Pertanto aveva la possibilità di ritenersi libera, se desiderava rientrare in Italia coi clienti connazionali. In caso contrario, se avesse voluto trattenersi anche durante il mese di ottobre, benché non ci fosse molto lavoro, le offrì vitto e alloggio gratuito in cambio di tre ore al giorno in reception, dalle otto alle undici: in questo modo poteva fare la turista attraverso le loro meravigliose terre e riposarsi senza sperperare i risparmi.
Giulietta fu molto grata all’uomo per l’occasione che le forniva: discussero un po’ delle varie opzioni finchè la ragazza si risolse che la cosa migliore era farsi pagare le ferie e lavorare fino all’ultimo giorno. Dopo di che avrebbe deciso se tornare direttamente in Italia o fermarsi qualche giorno in Irlanda, dalle clienti che l’avevano invitata. Magari poteva anche partire per il Mar Rosso con Marina, rifletté, e fare il corso di sub tanto decantato da Terence.

Dopo cena, non avendo notizia di Andrè, l’amico decise di salire in stanza a controllare che stesse bene. Avrebbe solo sfiorato l’uscio: se dormiva non si sarebbe accorto di nulla.
Il ragazzo, invece, aprì subito, in boxer e canottiera, stupito della visita. “Che ci fai qui Terry? Ti avevo detto di non preoccuparti, se non scendevo”, borbottò, dispiaciuto per averlo fatto impensierire.
“Ho scritto giocondo in fronte, Andrè?”, chiese, serio. “Che hai? Me lo vuoi dire?”
“Ho solo bevuto troppo e dormito male, te l’ho detto. Non c’è nulla!”
“Dimmi che non lo vuoi raccontare, piuttosto. Da quando ci mentiamo? Abbiamo girato il mondo assieme e ti ho visto strare ben peggio di ieri notte, e nonostante tutto non hai mai saltato una cena o un’uscita. Vestiti, forza. Andiamo fuori!”, ordinò, buttandogli i jeans sul letto.
“Terence, davvero. Non è giornata”, supplicò. “Sarà l’età che avanza, o questa umidità.. Non sono molto in forma, ti assicuro”, disse, cercando di apparire convincente.
“E’ per lei?”
“Lei chi?”, chiese, distogliendo lo sguardo, fingendo di non capire.
“Mi pigli per il culo Andrè? Sto per incazzarmi davvero.”
“Non è per Giulietta”, mentì.
“Come mai non ti credo?”.
Terence non mollava, era fatto così. Odiava la falsità, le cose poco chiare e ciò che non capiva. Conosceva solo il bianco e il nero, nella vita. Le sfumature non facevano per lui. Schietto e sincero oltre l’inverosimile, pretendeva che anche le persone a lui care si comportassero allo stesso modo.
“Non è per lei..”, ammise infine Andrè. “E’ per te.”
“Cosa ti ho fatto?”, si sorprese.
“Non hai fatto nulla, ti stai solo risvegliando dal letargo di una vita. Guardati allo specchio. Ti brillano gli occhi. Non è la solita avventura, lo sai anche tu. Lei è diversa, ti piace.”
“Quindi? Secondo te mi piace e ti chiudi in camera e mi eviti?”
“Ho davvero mal di testa”, protestò. “Volevo lasciarvi soli, tutto qui.”
Era quasi vero, in fondo. Non gli stava mentendo completamente.
“Guardami, Andrè”, disse piazzandosi davanti a lui, furente. “Te lo richiedo un’altra volta, perché la prima forse non sono stato chiaro. E’ per lei?”
“No, ti dico”, rispose fingendosi esasperato. “Il tuo amico ti agevola una serata romantica e tu t’incazzi? Hai qualcosa che non va, lasciatelo dire!”
“Piace anche a te, vero? E’ questo il punto! E ti stai facendo da parte. Lascia perdere, non serve. Lei è più incasinata di me, e comunque sai come sono fatto. Alla fine combinerei il solito disastro. Non importa che ti sacrifichi, Andrè.”
“Terence, non è come pensi. Lei mi piace, è una brava ragazza. E’ bella, sensibile. Una di quelle per cui potrei perdere la testa, se volessi. Ma non voglio. In primo luogo perché sono realista e vedo come mi guarda: come un ottimo amico. E basta. Senza arrossire, senza emozionarsi, senza doppi sensi. Senza malizia”, confessò amareggiato. “In secondo luogo perché vedo come la guardi tu: non come carne da macello, ma come una persona. Ed è una vita che desidero questo per te. Ti voglio bene come a Katia, lo sai. E per i fratelli si pretende il meglio, anche se a volte costa un po’..”
“Tra noi non c’è nulla, davvero. La tua rinuncia è inutile! La puoi conoscere esattamente come sto facen.do io, non c’è niente di male in questo!”
“Forse non hai afferrato il concetto, Terry. Lei ha le caratteristiche che desidero in una donna, questo è vero. Ma non ho perso la testa: nemmeno la conosco! Però, perché devo rischiare, quando so che punto uno non le interessano quelli come me e punto due piace a te? Perché devo complicarmi la vita e mettere a repentaglio un’amicizia e il mio equilibrio? Ieri mi ha raccontato per sommi capi la sua storia: è stato sufficiente. Non vedrà mai un ragazzo come me sotto un punto di vista sentimentale, credimi. E quand’anche lo facesse, in un momento di sconforto, poi se ne pentirebbe in fretta. E io non sono masochista, lo sai. Mi dispiace prendere atto che per una donna così potrò essere solo un amico? Si, non te lo nego. Ma non ha nulla a che vedere con te, credimi. Non so se farai breccia nel suo cuore: la vedo dura, in effetti. E’ molto ferita e delusa dalla vita, dovrai essere bravo. So però che lei ha già scalfito il tuo, e non era mai accaduto prima, che io sappia. Perciò.. giocatela bene.”
“E se ti dicessi che le interessi?”, lo provocò Terence.
“Direi che chi mente sei tu, adesso. Scusami, ma credo di avere un po’ più esperienza di te nel giudicare le persone. Giulietta in me non vede che una persona con cui confidarsi e parlare. Nulla di più. Quando una donna ti accarezza la mano e non abbassa lo sguardo, o ti dice che le sembra di conoscerti da una vita, è meglio se abbandoni ogni velleità sentimentale, credimi! La regola dell’amico non sbaglia mai..”, confessò, ridendo amaramente. “E se lei ti ha detto il contrario, lo fa per provocarti, non temere. Fidati.”
“Mi sento un vigliacco. Sai che facciamo? Sta sera usciamo io e te, e archiviamo quella ammaliatrice.. Che ne dici?”
“Allora sei tonto sul serio! Se ti fa piacere, esco con voi, così la smetti di rompere. Però hai un’idea distorta della situazione. Sei convinto che io stia soffrendo? Che mi stia facendo da parte per te?”
“Si, credo che se non mi fossi intromesso iniziando questo stupido gioco con lei, avresti provato a frequentarla. L’hai colpita subito, lo sai. E credo che ci sarebbe stata.”
“Incasinata com’è, non ne dubito. Farla cedere adesso sarebbe banale, Terence. Ma dopo? Una volta ripresasi? Mi dava il benservito in un attimo. Non so cosa ti ha raccontato, del suo passato, e non voglio tradire la sua fiducia. Però ha vissuto un amore così totale e completo che ora, anche se vorrebbe convincersi del contrario, non si accontenterà tanto facilmente. Come è giusto che sia, d’altronde. Dice di volere la serenità, e le credo, è legittimo. Ma non rinuncerà mai ai brividi che quell’uomo le dava. Li cercherà ancora, prima o poi. E con me è palese che non li ha. Per cui, amico mio, cosa dovrei fare? Abusare di un momento di debolezza, sapendo che comunque non porterebbe a nulla? Rischiando di innamorarmi, per giunta? No, grazie.”
“Andrè, non voglio che una donna, anche se speciale, si metta tra noi”, ribadì Terence.
“Sei di coccio eh? Non mi credi? Mi hai mai visto gettarmi in una situazione senza valutare i pro e i contro?”
“In Messico, anno scorso, si”, ridacchiò, ricordando la sbandata colossale per la veneta.
“Appunto. Mi ha ridotto un’ameba. Ma dagli errori si deve pur imparare no? A parte quello scivolone, diresti che sono una persona che si lascia trasportare dalle emozioni o piuttosto che pondera attentamente tutti i dettagli?”
“Sei analitico fino all’esasperazione, patologico direi!”
“Quindi dove sta la differenze rispetto al mio standard, scusa?”
Terence restò perplesso un attimo. Il ragionamento era logico, filava. Però non riusciva a togliersi la sgradevole sensazione di essere la causa della ritirata dell’amico. “Se non mi fossi esposto, giurami che non ti saresti fatto avanti.”
“Terry, magari avrei osato un po’ di più, lo riconosco”, non voleva mentirgli, “ma il risultato sarebbe stato comunque questo. Solo che a volte è dura digerire che le donne, anche se ti reputano carino, dolce e perfetto, alla fine preferiscono quelli come te! E’ questo che mi disturba e ferisce”, ammise, “non che usciate assieme. Anzi, se devo essere sincero, sono felicissimo per te: stai scoprendo un mondo, con lei.”
“Niente gelosie se mi vedi con July?”, indagò, non ancora convinto.
“Ancora? Sei pesante! No, niente gelosia. Solo invidia. A volte vorrei essere più simile a te, più menefreghista, meno cervellotico. Ti arrendi?”, chiese, sospirando.
Gli aveva raccontato le cose come stavano, più o meno. Era vero che Giulietta non l’avrebbe mai calcolato, come uomo ed era altresì vero che d’abitudine cercava di tutelarsi da situazioni che potevano ferirlo: su questo non aveva mentito. Però Giulietta era un caso particolare. Aveva il pessimo sentore che non sarebbe riuscito tanto facilmente a stare lontano da lei. La debolezza e la vulnerabilità della ragazza erano irresistibili ed avevano ridestato in lui un senso di protezione e tenerezza sopiti da tempo. Ammettere questo con Terence non avrebbe cambiato lo stato delle cose, quindi preferì tacere.
“Solo una cosa”, si raccomandò Andrè. “Lei è in una fase delicatissima, quindi è praticamente imprevedibile”. Si fermò un attimo per riflettere, cercando le parole.
“Sei preoccupato che la ferisca?”
“Se devo essere onesto, temo più il contrario. E’ complicato da spiegare. Cerca di seguirmi. Fino ad un anno fa lei era come te. Non aveva mai amato e si è data completamente ad un uomo, uscendone a pezzi. Ora sta superando questo dolore, lo sta metabolizzando bene, ma nessuno può prevedere come reagirà, con un altro ragazzo. Con uno come me, ad esempio, non ha vergogna di mostrarsi vulnerabile: volendone approfittare, cadrebbe nella rete come una pera matura, per cercare conforto e comprensione.”
“Stai dicendo che se mi comporto come te me la da?”, ghignò Terence, a disagio. Con lui Giulietta non era mai stata arrendevole e fragile, salvo nel ricordare il suo ex.
“Deficiente! Guarda che ti sto salvando la vita: faresti bene ad ascoltarmi seriamente invece. Lei ti demolirà pezzo per pezzo, altrimenti. Se con me non ha timore di lasciarsi andare perché si fida, con te potrebbe riversare tutta la frustrazione che ha dentro. Per ora state giocando, vi punzecchiate, vi provocate.. e chissà cos’altro. Non mi interessa. Lei è elettrizzata dal desiderio di smontare le tue certezze, e tu hai una nuova sfida che ti gratifica. Se entrambi restate su questo piano, non c’è problema. Vi divertite, che scopiate o meno poco importa, e amici come prima: nessuno si farebbe male. Come filerebbe liscio se tutti e due passaste alle cose serie. Il problema nasce se, per pura ipotesi, lei restasse davvero coinvolta e tu no. O viceversa. Che succederebbe?”
“Ma ti pare che mi faccio fregare da una ragazzina?”, sussurrò con fastidio.
“Credi che saprai tirarti indietro prima di farti coinvolgere troppo?”
“Che ci vuole?”
“A volte è semplicemente inevitabile, capita e basta. Il cuore prende il sopravvento su tutto e ci travolge. Non è mai morto nessuno, sia chiaro. Però voglio che metti in conto questa possibilità.”
“Ieri notte mi ha detto una cosa”, rifletté. “Che ha paura di farmi male.”
“Terence, se vuoi il mio consiglio, che è lo stesso che ho dato a lei, benché non stessimo parlando di te, segui il tuo cuore, ovunque ti porti. Al limite la pigli nel culo e diventi un po’ più umano, no?”
“July mi piace, ci sto davvero bene assieme, ma non credo di essere pronto a rischiare. Le ho chiesto di venire in Mar Rosso, a proposito. So che è vero quel che hai detto, comunque. Ha talmente tanta rabbia repressa, tanta frustrazione in corpo, per via di questo Romeo, che non sa nemmeno lei cosa vuole, penso.”
“Romeo?”
“Quello sposato. Ne saprai più di me di sicuro, su quella faccenda, non ho dubbi. Con te si apre!”
“E tu te la farai, quindi evita di fare il geloso almeno!”, sbottò, fingendosi offeso e sferrandogli un simpatico sinistro alla spalla. Iniziarono così a lottare, ilari e giocosi, finendo per abbracciarsi, impacciati.
“Andrè, e se davvero mi riduce come un essere strisciante?”
“Ti aiuterò a rialzarti”, lo confortò stringendolo con più forza. “Quindi, che facciamo sta sera?”
“Vieni allora? Grande!”, si esaltò Terence, felice di quel chiarimento.
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martedì 22 settembre 2009

capitolo ventinovesimo



(Capitoli precedenti)

“Scusa”, sussurrò Giulietta alle sue spalle, raggiungendolo sul bordo della piscina. “Non ti stavo compatendo. Per me resti sempre uno stronzo, non preoccuparti. Solo che ora so perché. Non che cambi nulla, eh?”, abbozzò, tremando all’aria fredda della notte. “Anzi, sei uno stronzo che avrà sulla coscienza il mio raffreddore..”, sdrammatizzò.
“Rientra, arrivo subito”, disse serio, senza voltarsi a guardarla.
“Se ti va resto qui e stiamo in sil..”
“Ti ho detto che arrivo. Lasciami solo un attimo, per cortesia”, ordinò, scortese.
“Certo che io affronto le mie debolezze molto meglio”, sbottò facendo per andarsene. “Mi hai quasi vista piangere per ben due volte in un giorno e non mi sono sottratta a te. Tu invece che fai? Ti nascondi, come al solito. Sei un vigliacco. Resta qui a compiangerti finchè ti pare, ma non fingere che ti interessi qualcosa di me e della mia vita. L’amicizia è uno scambio reciproco, te l’ho già detto. Tu sei solo pronto a prendere, senza concedere nulla. Stai pure lì da solo, tanto lo sarai per sempre, se ti comporti così. Giusto quel santo di Andrè può tollerare un atteggiamento simile!”
E rientrò, imbufalita. Chi si crede di essere, questo?, pensò arrabbiata, cercando furibonda un pacchetto di sigarette che teneva nel cassetto della scrivania. Viene qui, fa le moine, dice che vuole che parliamo senza barriere e poi alla prima occasione volta le spalle?
“Scusa..”, ammise Terence fermandole dolcemente le mani intente a rovistare e mettendole tra le labbra una Camel già accesa. “Davvero, perdonami. Non sono capace di mostrarmi debole agli occhi degli altri, cerca di capire. Non l’ho mai fatto in vita mia, se non con Andrè. Mio padre mi picchiava, usava la cinghia, a volte. Era spesso ubriaco e se piangevo colpiva più duro. Mi ha sempre ritenuto responsabile della morte di mamma. Soffriva di cancro, da cui era guarita, sembrava, quando cercò di avere un figlio. Poco dopo la mia nascita, però, si riammalò. La gravidanza aveva indebolito il suo corpo e il tumore ha lavorato più in fretta. Morì quando avevo quattro anni, e da allora è stato un incubo”, spiegò, cercando di controllare la voce. “I miei nonni materni erano anziani: cercarono di prendermi con loro ma papà si oppose con veemenza, convincendoli. D’altra parte, se in casa era un mostro, fuori appariva come un vedovo inconsolabile. Sono cresciuto con il terrore di apparire fragile: l’impotenza di non saper provvedere a me lo portava a bere ancora di più, e da ubriaco erano maltrattamenti continui. Dai cinque ai dieci anni sono caduto tre volte dalle scale, due dalla bicicletta. Quattro volte mi sono fatto male a giocare a calcio e una sullo scivolo, la prima. Queste erano le cose che raccontava in ospedale, mentre mi facevano le lastre e gli eventuali gessi. Verso i dieci anni, però, capii che se mi facevo vedere forte e sicuro, lui si sentiva meno in colpa e mi lasciava in pace. A quindici anni ero già un metro e ottanta, e smise di picchiarmi. Iniziò allora con le violenze psicologiche: ogni occasione era giusta per umiliarmi e ricordare a tutti che mamma era morta a causa mia. Finite le superiori me ne sono andato e non l’ho più rivisto. Sono cresciuto con l’esigenza di nascondere me stesso in un angolo buio, qui dentro, da qualche parte, per sopravvivere”, disse indicandosi il petto. “Forse è per questo che sono quasi due metri.. Ciò che tento di mascherare è un po’ ingombrante”, concluse.
“Si spiegano diverse cose, adesso”, annuì timida Giulietta, uscendo sulla soglia per scrollare la cenere. “Se ti dico che mi dispiace, è perché è vero. Con questo, non ti sto commiserando, credimi. Non so nemmeno cosa devi aver passato e cosa provi ancora. Ti è stata negata l’infanzia e l’adolescenza: è ovvio che qualche tara ti sia rimasta cucita addosso. Però, tutto considerato, anche da solo hai fatto un buon lavoro”, mormorò, cercando di alleggerire l’atmosfera ancora tesa. “I miei non si amavano più da molti anni, chissà quanti. E son rimasti assieme fino all’inizio dell’anno scorso, dopo la mia laurea, per non farmi mancare la stabilità di una famiglia. Quando papà se n’è andato ho sofferto molto, e ammetto di non aver capito subito le rinunce che hanno fatto per me. Li ho anche ampiamente biasimati, soprattutto mamma, che nel mentre aveva una relazione. Quando mi sono trovata innamorata di un uomo che per stare assieme a me doveva lasciare un bambino, facendolo crescere senza la figura stabile di un padre accanto, non me la sono sentita. E ho chiuso la relazione, nonostante lui e la moglie fossero già separati in casa. La convinzione di aver fatto la scelta giusta per una creatura innocente è l’unica cosa che mi ha dato la forza di agire così: ora che conosco la tua storia, ne sono ancora più fiera. I figli hanno il diritto di crescere sereni, con entrambi i genitori accanto, quando è possibile.”
“Ti sei sacrificata per un bambino che non era nemmeno il tuo: è ammirevole. Ci sono madri, temo, che non farebbero lo stesso, sai?”
“Riconosco che la mia motivazione era un po’ più egoistica, però. Non ce la facevo a vederlo soffrire così tanto, Romeo intendo. Si chiama così, quest’uomo. Il dover lasciare suo figlio lo stava divorando dentro, e per me era troppo da sopportare. In realtà come vedi ho pensato al mio bene, prima che al loro. Non sono Santa Maria Goretti, dunque. E non mi va di raccontare questa storia per non sentirmi osannare per l’immolazione, o compatire per la sfortunata vicenda di due amanti innamorati che per un destino crudele non possono stare assieme.”
“C’è un tizio inglese che ci ha venduto parecchi libri con una storia del genere, vero?”, ironizzò.
“Anche se temo che non abbia mai ricevuto i diritti di autore!”, rise la ragazza, riflettendo su quella serata. La piega inaspettata che aveva preso metteva Terence sotto un nuovo cono di luce. Decisamente più pericoloso. L’attrazione fisica che le faceva pulsare il corpo era palpabile, ma ora stava nascendo anche un coinvolgimento più profondo, fatto di confidenze e segreti condivisi, che rischiava di trasformare una semplice amicizia in qualcosa di davvero rischioso, per entrambi.
Lei era ancora troppo fragile e scottata, per amare serenamente e con fiducia. E lui, che dire. Lui era un casino totale, concluse. Poteva lasciarsi andare all’entusiasmo dell’innamoramento come era successo a lei l’anno prima, oppure fuggire lontano da questo sentimento, se fosse nato. La qual cosa, forse, sarebbe stata molto più saggia. Decisamente la situazione era spinosa, e doveva non farsela sfuggire di mano. Non poteva permettersi di soffrire ancora, era presto; né voleva che a tormentarsi fosse il ragazzo. Occorreva essere cauta, molto. Rimettere tutto sul piano del gioco era la scelta migliore per tutti.
Terence, dal canto suo, era ancora stupito di come fosse stato semplice trovare le parole per raccontare un po’ di sé – tutto ad essere onesti – a quella curiosa ragazza. Giulietta gli piaceva molto, era evidente, ma non sapeva fino a che punto sarebbe stato prudente spingersi. Si sentiva vulnerabile, al suo cospetto, esposto e indifeso. Se lei fosse meno sofferente verso questo fantomatico Romeo, forse, considerò, potrei anche arrischiarmi nel tentativo di farla entrare nel mio cuore.. ma così è un suicidio, per tutti e due.
“A che pensi?”, si chiesero in coro, scoppiando a ridere.
“Inizia tu”, propose lui.
“D’accordo. A che pensi?”
“Sleale.. Intendevo di dirlo tu per prima!”, disse, sedendosi sulla branda e facendola accomodare accanto a lui, posandole il leggero panno sulle gambe.
“Pensavo che..” Già.. e ora che gli dico? “Pensavo che forse non sei così male, come amico. Sotto sotto hai una tua sensibilità, come dire, piacevole..”. Poteva andare? Era credibile?
“Mi hai relegato al ruolo di amico, adesso? Niente notte di sesso sfrenato, niente settimana di passione? Solo un amico? Cavoli, è una vera fregatura confidarsi con le donne, ricordami di non farlo più con nessun’altra! Ne va della mia vita sociale!”, scherzò, pizzicottandole il fianco per farle il solletico, provando una piacevolissima sensazione al contatto con il tessuto morbido e liscio di quell’abito succinto.
“Smettila.. per favore!”, rise lei mentre cercava di bloccarlo. “Lo soffro tantissimo!”
Lottarono un po’, infantili, finchè Terence ebbe la meglio e bloccò Giulietta, supina sulla brandina striminzita, fermandole le mani in una ferrea morsa.
Trascorse un attimo che parve eterno, durante il quale i ragazzi si guardarono fissi negli occhi avidi.
“Tirati su il corpetto, che mi resti nuda tra le braccia!”, mormorò roco Terence, liberandola e scostandosi leggermente da quel corpo vibrante. “Poi non ti lamentare se ti salto addosso, eh?”
“Mi hai sentito protestare?”, lo provocò scherzosa, sistemandosi il vestito pericolosamente sceso e poggiandosi sui gomiti, facendo bella mostra delle spalle nude e della seducente curva del collo.
“July, sono di carne, fattela finita!”, si lagnò allegro lui, sistemandosi comunque un po’ più lontano da quella tentazione. “Sai che sono passate le due anche questa notte?”
“Poco male, domani mattina posso dormire, sono di riposo, essendo reperibile questa notte.”
“Io no, però. Dovrò stare tutto il giorno in barca con quattro uomini che vomiteranno anche le budella, con quel han bevuto! Per punizione, dovresti venire anche tu.”
“Me l’ha chiesto, Andrè, se vi facevo compagnia un giorno..”
“Vieni, se hai voglia, davvero. Vai sotto?”
“Dipende..”, rispose ambigua, “Preferisco star sopra, in genere.”
“July.. un bel gioco dura poco, non te l’ha insegnato mamma?”, ridacchiò.
“E dai che scherzo! No, non faccio sub, mai provato. Però ho promesso che a breve verrò a trovarvi all’Argentario, così mi insegnate!”
“Torni già a casa?”, chiese, più speranzoso di quanto fosse lecito.
“Presto, massimo metà ottobre, per il tuo compleanno giusto? Come festeggerai?”
“Andrò in Mar Rosso, credo. A lavorare. Dobbiamo tenere un corso in un diving center gestito dalla nostra associazione.”
“Sarebbe?”
“Il diving center è una scuola di sub all’interno del villaggio vacanze in cui andremo, dove i turisti possono imparare ad immergersi e, se vogliono, prendere anche dei patentini regolarmente riconosciuti in tutto il mondo. C’è una vasta gamma di corsi, in base alla disponibilità di tempo degli allievi. Si passa da stage di poche ore fino a quattro o cinque giorni. Noi seguiremo quest’ultimo, chiamato Open Water, sostituendo i nostri colleghi fissi lì, che vanno in ferie. Durante i primi due o tre giorni si imparano gli esercizi subacquei di base e la teoria. Gli ultimi due giorni prevedono quattro immersioni nelle acque del Mar Rosso. Questo brevetto consente di potersi immergere ad una profondità massima di 18 metri con un compagno di esperienza subacquea medesima o maggiore.”
“Per la modica cifra di?”
“Per te è gratis, se vuoi .”
“E che ci vengo a fare in Mar Rosso da sola se tu lavori?”, ricominciò a giocare, monella.
“Guarda che tra un po’ non rispondo di me, sei avvisata. Poi non lamentarti, chiaro? Noi comunque partiamo il sabato venti, se tutto fila liscio. Tra l’altro, penso che venga anche Katia con noi.”
“La sorella di Andrè, vero? Me ne ha parlato oggi, di lei e della sua famiglia”. Si zittì un attimo, incerta se fare la domanda che covava da quella sera, più per indiscrezione che altro.
“Dimmi..”, la interpretò Terence. “Cosa sei curiosa di sapere?”
“E’ che prima ci son rimasta male.. cioè.. era un po’ alticcio, ma io non ho mai detto ad Andrè che non è l’uomo ideale, vorrei fosse chiaro. Secondo te stava scherzando?”, sussurrò, quasi impercettibilmente. “Con te rido, mi permetto di fare la scema e provocarti perché so che stiamo giocando. Con lui non lo farei mai, è troppo un bravo ragazzo. Non vorrei, come dire, averlo deluso o illuso in qualche maniera.. Tu che ne pensi?”
“Non è molto lusinghiero quel che hai appena detto, se devo essere onesto. Giochi con me perché non sono un bravo ragazzo?”, rise, tranquillizzandola subito. “Ho capito cosa intendi, comunque. Andrè era un po’ fuori controllo, prima. Non temere, però: scherzava. Gli piaci ma non ha velleità particolari su di te, che io sappia. Né si è sentito lusingato o usato o ferito o quel che ti pare, ne sono certo. Puoi stare serena. O lui ti interessa?”, si stupì a chiedere, improvvisamente poco sicuro di voler sapere la risposta.
“Mi piace, mi fa sentire a mio agio. Come se lo conoscessi da tanto. Credo sia affidabile, serio e concreto, in un certo senso l’uomo perfetto.. Come amico, intendo. Poi non so, magari col tempo..”, alluse, vedendo l’espressione cupa di Terence.
“Magari col tempo?”, la spronò.
“Mai dire mai, no? A te mica dispiacerebbe vero?”, provocò.
“E’ che non mi metterei mai in mezzo, nemmeno per battuta, se sapessi che ad Andrè tu interessi, July. E viceversa”, rispose serioso. “Per questo prima in sala ti ho detto quelle cose. Non volevo insinuare che tu lo stessi prendendo in giro, non mi permetterei. Intendevo dire che lui è la mia famiglia, e non voglio che soffra per colpa di uno scherzo. Se vuoi approfondire con lui, dimmelo e cambio atteggiamento subito, con te. Hai capito ora?”
“Certo che vi dovreste parlare, voi due!”, ridacchiò. “Lui sostiene che io ti piaccia sai?”
“Ma a me vanno bene tutte, non faccio testo!”, si schernì lui, consapevole di cosa sottintendesse l’amico con quella frase. “E’ a lui che non ne piace mai nessuna! Andrè è un romantico.. spera sempre di vedermi sistemato, un giorno.. Chissà.”
“E’ dolcissimo, comunque. A volte dovrebbe assomigliarti e prendere tutto in modo più semplice, anziché preoccuparsi sempre delle conseguenze dei suoi gesti. Ti vuole molto bene, sta sempre a difenderti!”
“Quindi parli di me con gli altri.. Interessante! Ti stai innamorando, lo sapevo!”, gongolò altezzoso.
“Non vedi come fremo per te?”, ridacchiò, sarcastica.
“July, ma se io adesso ti salto addosso tu che fai?”, le bisbigliò, chinandosi pericolosamente su di lei, fermandosi a pochi centimetri dalle sue labbra spiegate in un sorriso.
“Non avresti il coraggio”, cinguettò sicura, ridendo. “Hai troppa paura di farti coinvolgere da me!”
“Sei convinta?”, continuò lui, avvicinandosi ulteriormente alle sue labbra.
“Molto, Terence”, rispose roca, spostando debolmente il viso di lato, per nascondere l’immenso desiderio che aveva di quel bacio.
“Copriti, che fa freddo. Buona notte, July”, le mormorò posando delicatamente le labbra sulla guancia, sfiorandole appena l’angolo della bocca e facendola sussultare.
“Hai sbagliato mira o ti è mancata la forza?”, lo canzonò, debolmente, quasi delusa, deglutendo vistosamente.
“Me lo chiederai tu, il bacio, quando non potrai più farne a meno”, le disse, disegnando lievemente con le dita il profilo del suo collo che si perdeva nelle clavicole sensuali e sporgenti. “Io posso resistere ai tuoi giochi, ma tu ai miei?” Sorrise, sentendo il corpo di Giulietta fremere a quel contatto.
“Non posso nascondere che l’astinenza mi gioca brutti scherzi, visto che ho quasi ventisei anni e un normale appetito”, ammise, seccata con il suo corpo che aveva tradito quella piccola debolezza.
“Quindi non sono io? Chiunque ti scatena questi brividi?”, domandò scettico, indugiando ancora con la mano sul suo collo scoperto.
“Chiunque alle tre del mattino mi trovasse stanca, su di giri e in astinenza. E seminuda su un letto.”
“Allora i prossimi giorni non saranno problematici, per te, dal momento che di letti non ce ne saranno a farci compagnia, giusto?”
“Nessun problema”, mentì. Lo sapevano perfettamente entrambi che la corrente elettrica che univa i loro corpi era molto più che un evento occasionale e limitato a quel momento.
“Meno male, perché mi dispiacerebbe vincere troppo facilmente questo gioco. Fino ad ora sei stata un osso duro, mi deluderesti se capitolassi in soli due giorni. Da te mi aspetto di più!”
“Attento a scherzare con fuoco”, gli disse, ricompostasi. “Poi ti bruci.”
“Mi supplicherai di baciarti”, la canzonò.
“Striscerai ai miei piedi”, gli assicurò.
Chi dei due avesse ragione, non era dato saperlo. Sicuramente entrambi intuivano che nelle parole dell’altro c’era una potenziale, pericolosa verità, per la quale nessuno dei due si sentiva pronto.
“Buonanotte, principessa”, le mormorò amabile all’orecchio, sollevandosi da lei.
“Terence?”
“Cosa?”
“Non voglio farti male. Davvero”, gli disse, ambigua.
“E io non voglio ferire te. Stai in campana”, e fece per andarsene.
“Terence?”
“Cosa?”, richiese, ridendo. “Ogni volta impieghi cinque minuti solo per i saluti, te ne rendi conto?”
“Secondo Andrè io ti piaccio davvero. Non come tutte le altre.”
“Andrè dovrebbe farsi gli affari suoi, allora..”, sorrise, aprendo la porta dell’ufficio.
“Terence?”
“July, se continui così davvero inizio a credere che non sia solo un gioco per te, eh?”
“Volevo solo darti il bacio della buonanotte..”, mormorò inginocchiandosi sul letto, eccitante, e aspettando che lui le si avvicinasse.
“Mi stai domandando di baciarti? Ho già vinto?”
“Shhh..”, sussurrò lei strusciandosi sul suo petto e solleticandogli il collo con piccoli e morbidi baci, risalendo verso l’orecchio.
Il ragazzo si ritrasse leggermente, scostandola delicato, vagamente eccitato. “Che combini, July?”
“Volevo solo capire se anche a te le ore piccole, la stanchezza, una donna seminuda tra le braccia e un letto sortiscono lo stesso effetto che hanno avuto su di me”, sussurrò, ironica. “Mi pare di si, o sbaglio?”
“Un caso fortuito, ovviamente.”
“Ovviamente”, e gli stampò un bacio sulla guancia, rimettendosi sotto il plaid sottile, gli occhi chiusi. “Saluta Andrè, domani mattina. Ci vediamo in serata, buona escursione.”
“July?”
“Cosa?”, rise, aprendo gli occhi assonnati.
“Avevano ragione gli altri, te lo volevo dire”, bisbigliò.
“Su cosa?”
“Sei una visione, vestita così. Una vera tentazione a cui non so come ho fatto a resistere”.
E lasciò il piccolo ufficio, lasciando la ragazza con le palpitazioni e le guance arrossate.
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giovedì 17 settembre 2009

capitolo ventottesimo



(Capitoli precedenti)

Giulietta si tolse le scarpe, ritirò l’attrezzatura per il karaoke, spense le luci e si diresse verso l’ufficio, dove l’attendeva una comoda tuta e una lunga notte sulla brandina. Nella semi oscurità trasalì quando la porta dell’ascensore si aprì sulla hall deserta, illuminando la massiccia figura all’interno.
“Terence..che fai qui? Andrè sta male?”, si stupì.
“La staffa, ricordi? L’ho messo a letto, ora mi spetta. Mantieni i patti!”
“Vuoi bere ancora? Guarda che se la tecnica è quella di ubriacarmi, non funziona!”, scherzò, posando i sandali sul bancone del bar e prendendo due bicchieri e una bottiglia di rum.
“Non che mi interessi, ma quale sarebbe l’approccio giusto?”
“Se te lo dicessi, poi dovrei ucciderti: conosci le regole no?”, lo stuzzicò, parafrasando le sue stesse parole pronunciare ventiquattro ore prima al pub.
“Alla tua, bella e stronza”, propose ridendo, facendo tintinnare il bicchiere.
“Alla tua, che senza di me sei perso!”
“Illusa!”
“Allora che ci fai qui alla una di notte? Ammettilo!”
“Volevo solo fumare.. sei tu che ti sei fatta trovare scalza e mezza nuda in mezzo all’atrio!”
“Non aspettavo te, però”, sorrise.
“Lo speravi, invece.. Perché volevi una sigaretta!”. E gliela porse.
“Usciamo però: è meglio che non mi vedano fumare, in servizio.. Non ho una giacca, accidenti”, constatò. “Fuori è fresco, mezza nuda come dici tu! Vieni, andiamo nel mio ufficio”.
“Ci stai provando?”, la schernì sfiorandole ambiguamente la spalla nuda.
“Ti piacerebbe!”, rispose scostandosi, attraversata dal solito fremito. “Hai le mai gelate, prima che ti fai strane idee sul mio brivido”, si giustificò facendo passare il ragazzone dietro la reception e accendendo la lampada sulla scrivania del piccolo stanzino, in cui spiccavano nella penombra varie mensole, qualche mobile, il grande monitor del computer e una brandina.
“Luci soffuse ed un letto.. e mi dici che non ci vuoi provare?”
“Ti apro la finestra così puoi scappare, nel caso decidessi di abusare di te, va bene?”, lo provocò, aprendo la piccola porta a vetri che portava in piscina e accendendosi la Camel.
“E se arriva qualcuno e mi trova qui?”
“Gli urli tenchiù tenchiù per averti salvato!”
“Scherzi a parte, non è contro il regolamento intrattenersi con gli ospiti, di notte, al buio?”, ammiccò, avvicinandosi a lei e rubandole la sigaretta per un tiro.
“Sarebbe peggio se ci beccassero a passarci questa come se fosse una canna!”, rise, riprendendosela. “Le hai finite che scrocchi la mia?”
“Veramente la tua sarebbe comunque mia, se vogliamo essere fiscali. Poi era solo per sentire il sapore delle tue labbra”, disse vago.
“E che sapore hanno?”, chiese civettuola.
“Come pensavo. Di rum! Ne hai talmente tanto in corpo che non so come fai a reggerti in piedi!”
“Quindi sarei ubriaca e non in grado di intendere e volere, secondo te?”
“Sarebbe una interessante prospettiva!”, ridacchiò, riprendendole la Camel dalle dita e aspirando l’ultima boccata prima di spegnere la cicca sull’erbetta umida dell’aiuola fiorita.
“Il guaio è che anche nelle mie tremende condizioni non sento la tentazione di saltarti addosso!”, sogghignò raccogliendo il mozzicone e gettandolo nel water del piccolo bagno annesso all’ufficio. “Ora capisco cosa vuol dire che le donne di cadono ai piedi come mosche: le fai letteralmente collassare per approfittare di loro! Quand’è stata l’ultima volta che una era cosciente?”, lo derise.
“Attenta July, un giorno potresti dovermi supplicare..”
“Si.. lo stesso giorno che ti implorerò di amarmi, immagino. Hai molto tempo a disposizione per aspettare che accada, vero?”
“Se ne valesse la pena, attenderei all’infinito.. Ma non è questo il caso, ovviamente!”
“Qual è il periodo più lungo che hai pazientato? Cinque minuti?”
“Una volta addirittura un giorno intero, roba da non credersi”, scherzò, gettando la spugna.
Quella ragazza gli teneva testa in maniera più che egregia, ma era stanco di giocare. Voleva parlare un po’, conoscerla. Il che non era da lui, ovviamente, e non sapeva proprio da dove incominciare.
“Tu, invece? Quanto è durato il corteggiamento più lungo?”
“Li stai battendo tutti!”, scherzò. “In genere cedo molto prima!”
“E dai, per una volta che faccio il serio. Hai vinto, ma solo per questa sera, sia chiaro. Domani ricominciamo. Ora vorrei chiacchierare un po’ con te, se ti va”, mormorò. Decise che la sincerità era la tattica migliore, su un terreno che per lui era vergine.
“Senza la maschera? Sarai te stesso?”, si informò Giulietta, incerta se fidarsi.
“Lo sono sempre, anche se non ci credi.”
“Allora, in tal caso, il corteggiamento più lungo che ho ricevuto è durato sei mesi.”
“E poi?”
“E poi l’ho quasi sposato.”
“Così giovane? Deve essere stato bravo, allora!”, considerò ammirato Terence. “Mi hai detto oggi che hai lasciato due volte. Questo è uno?”
“Si, il primo.”
“Con la canzone?”
“No, quello è il secondo.”
“E tra i due?”
“Nessuno, sono molto recenti entrambi”, disse, a disagio.
“E prima di loro?”
“Mi sento sotto terzo grado, sai?”, confessò, gettandosi sulla brandina e buttandosi una coperta addosso. “Siediti, non mordo”, propose, lasciandogli un po’ di posto.
“Scusa, non volevo metterti in difficoltà. Ero solo curioso di sapere come vive una ragazza come te”, ammise, sedendosi sul bordo del piccolo letto.
“Come me in che senso? Tipo, una ragazza che non ti si getta addosso?”, volle sapere.
“Tipo, una ragazza intelligente e in gamba.. che non mi si getta addosso!”, rise, divertito.
“Che devo dirti, che sei bello e attraente? Lo sai già, questo, no?”, domandò, sulla difensiva. Aveva la lingua un po’ sciolta dai coca e rum, ma non abbastanza da cadere in qualche prevedibile tranello.
“Perché a te non piaccio?”, si arrese, infine.
“Non è vero che non mi piaci”, iniziò la ragazza, misurando le parole. “E’ solo che preferisco le persone trasparenti e affidabili. Non mi hai mai interessato la storia di una notte, nemmeno da ragazzina. Magari se mi fossi lasciata andare un po’ di più tanti errori li avrei evitati. Però, sai come si dice no? Non si piange sul latte versato..”
“Quindi credi che io non sia trasparente e affidabile?”
“Non mettermi in difficoltà, ti prego!”, sdrammatizzò. “Dico solamente che ti presenti in maniera tale da indurre una ragazza a pensare che sei interessato a una cosa, come dire, limitata nel tempo, ecco.”
“Però sono onesto nel mettere le cose in chiaro, te lo assicuro. Non ho mai illuso nessuna, questo devi riconoscermelo. E comunque, non ho mai fatto ubriacare o approfittato di alcuna ragazza, né l’ho obbligata a fare qualcosa che non desiderassimo entrambi.”
“Ci credo, Terence, davvero. Ma non ti stanchi mai di non aver nulla, la mattina dopo? Non ti manca il desiderio di stare con una donna che ti ama, che ti pensa e di cui preoccuparti?”
“Te l’ho detto, vorrei tanto una famiglia”, rispose guardingo.
“Chi credi sia quella poveretta disposta a rischiare di mettersi con te senza sapere cosa aspettarsi dal domani? Se dormirai in quel letto, se smetterai di fare il piacione con tutte, se saprai esserle fedele? Che garanzie puoi offrire?”
“Tu sei troppo razionale, July. Se ci si innamora, credo si facciano cose folli ed impensate. Una donna potrebbe amarmi e vedere cose che tu non noti, e decidere di correre il rischio. Oppure potrebbe succedere a me, e magari valuterei anche l’ipotesi di essere fedele alla stessa ragazza tutta la vita, e anche oltre! Tu per amore non hai mai fatto cose che andavano contro ogni logica e convinzione?”
“Io?”, avvampò, punta sul vivo. Predicava bene, ma era stata la prima ad aver infranto tutte le regole che si era data, perdendosi completamente per un uomo sposato, tradendo e mentendo al fidanzato, contravvenendo a tutti i criteri basilari del buon senso. “Magari un paio di volte..”
Terence intuì che c’era molto di più dietro quella stringata ammissione: “Racconta, dai! Sono sollevato che anche Miss Perfezione abbia qualche ombra sulla sua immacolata carriera!”
“Devo?”, chiese, controvoglia, pentendosi di aver intrapreso quella specie di gioco della verità con lui. “Il più grosso errore l’ho commesso negando la parte irrazionale di me, diciamo. Ho sempre incasellato tutte le emozioni, i sentimenti, gli stati d’animo, in appositi settori, dividendoli in ciò che era giusto o sbagliato. Solo che, come accadrà a te quando dovrai fare i conti con il cuore, il mio non era pronto, non era stato istruito per questo, ed è caduto nella trappola della passione. Quindi, e fattela bastare come spiegazione”, disse allungandogli un calcio con la caviglia sottile e nuda, “ho, come dire, violato tutti i principi che mi ero severamente imposta.”
“E…?”
“E niente, ho rischiato con un uomo che razionalmente sapevo fosse quello sbagliato e ho perso.”
“Dici che nessuna donna si azzarderebbe a mettersi con me perché non sono affidabile, e poi tu hai fatto lo stesso? Questa è buona!”, rise di gusto, accomodandosi meglio sul letto, spostando delicatamente le gambe di lei. “E dimmi, di che tipo d’uomo ti sei innamorata? Uno stronzo? Un casanova? Un imbroglione? Un cacciatore di dote? Un millantatore? Un avventuriero?”
“Ti stai descrivendo, Terry?”, chiese acida.
“Non ci provare.. Dimmelo, dai!”
“Era, è, una persona fantastica, nulla di ciò che pensi. L’uomo perfetto per me, davvero. Solo che aveva una famiglia, tutto lì.”
“Cioè.. spiegati meglio. Hai avuto una relazione con un uomo sposato? E te ne sei innamorata?”
“No, mi sono innamorata di un uomo che sapevo essere sposato e non ho saputo evitarlo. Il che è diverso. Non ho mai fatto l’amante, se ti può consolare”, disse accovacciandosi. Era un po’ stufa di raccontare il suo passato, per quel giorno. “L’impotenza con cui l’amore ti prostra è tremenda, se sai di stare facendo la cosa sbagliata. Ne sei consapevole e cerchi di resistere con tutta te stessa, ma il cuore va altrove. Non ti segue più, sfugge al controllo ferreo che gli hai imposto per una vita. Tu sei come me, in questo, Terence: tieni le emozioni sotto chiave. Quindi preparati: quando ti succederà, perché prima o poi accadrà, cercherai di scappare lontanissimo da quella donna e, se vuoi il mio consiglio, farai bene. Perché amare in modo così totale è straziante, se lei non può darti ciò che vuoi”, disse, amareggiata ma realistica.
Il ragazzo la scrutò attentamente. Non c’era malinconia negli occhi di Giulietta, né dolore o senso di colpa: solo la consapevolezza di aver ceduto all’inevitabile forza di un sentimento, senza poter fare nulla per evitarlo. Quasi come fosse un cancro che arriva, piaga il corpo, lo fa ammalare e se si è fortunati scompare, lasciando segni indelebili. Se no ti uccide.
“Non è detto che accada anche a me”, disse più a beneficio di sé stesso che per lei.
“Lo puoi evirare, forse, se solo inizi ad aprire pian piano il tuo cuore. Io ero come una bambina che non sapeva neppure camminare e si è messa a correre. Secondo te, come potevo finire, se non con le ossa rotte? Finché sei in tempo, cerca di imparare a camminare: lasciati un po’ andare, smettila di nasconderti dietro a questa facciata supponente e presuntuosa. Non è grave apparire umani, sai?”
“Si è più deboli, però.”
“Quale delusione ti ha fatto chiudere così in te stesso?”, domandò, cauta.
“Un’infanzia difficile”, rispose evasivo. “Ho perso la mamma da piccolo, e con mio padre non andavo d’accordo”. Evitò di raccontare gli anni di violenza, botte e abusi psicologici con cui il genitore l’aveva vessato per impedirgli di confidare a qualcuno il suo personale inferno.
“Non immaginavo, mi spiace..”, mormorò Giulietta, imbarazzata.
“Ecco, è per queste reazioni che sono quel che sono: non voglio la pietà della gente, non voglio vedere nel loro sguardo l’ipocrita commiserazione verso una persona sfortunata”, disse rabbioso, alzandosi dal letto, provocando il sinistro cigolio della rete a molle.
I pensieri di Balua ore 10.06 | 13 riflessioni  
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venerdì 11 settembre 2009

capitolo ventisettesimo



(Capitoli precedenti)

La sala relax si riempì rapidamente, quando tutti gli ospiti terminarono la cena.
Prendendo posto al tavolino su cui aveva posato il computer, Giulietta iniziò a selezionare un po’ di canzoni molto note, facendo passare i microfoni tra i clienti, che soddisfatti iniziarono a intonarle in gruppo, lieti di poter vincere la vergogna esibendosi in compagnia.
Quando gli italiani la raggiunsero, li fece accomodare al tavolo accanto a quello dove stava lavorando, allargando le poltrone in un grande cerchio, per sentirsi più vicina a loro. I maestri, dopo la pausa sigaretta, si sedettero accanto alla ragazza, curiosando tra l’elenco dei titoli sul monitor del PC. Due grandi schermi consentivano la visione dei testi in ogni angolo della sala, consentendo a chiunque di unirsi al coro.
“Ma fate solo canzoni straniere?”, sbuffò la Conti, che non ne conosceva nemmeno una.
“Porti pazienza, signora, tempo un’ora e canterà anche in aramaico”, disse spiritosa Giulietta facendo cenno al cameriere di avvicinarsi. “Coca e rum per tutti?”, propose allegra, strizzando l’occhio a Terence, stranamente imbronciato, per ricordargli la sfida canora Mina-Celentano, dopo il secondo cocktail.
“Ti è morto il gatto?”, lo stuzzicò, dopo aver ordinato.
“Perché?”, scattò, sulla difensiva. Era ancora seccato con Andrè per averlo lasciato solo al tavolo con quei rompiscatole per quasi mezz’ora, in balia delle assurde richieste di Fracci che pretendeva di vedere un relitto già l’indomani. Erano troppo in profondità, aveva spiegato. Era meglio fare un altro giorno in acque più basse, per allenare i loro arrugginiti ricordi sulle tecniche di immersione. In realtà era anche un po’ ingelosito dalla lunga chiacchierata che l’amico aveva avuto con Giulietta. Era uscito a cercarlo e li aveva notati al bar, nascondendosi dietro la colonna per non essere visto. Stavano parlando amabilmente e lei appariva rilassata e serena, non sarcastica e pungente come quando era con lui.
“Mi sembri strano, annoiato, scocciato..”
“Deluso che qui ci sia caldo, più che altro”, disse, ammiccando verso il vestito sottile.
“Non sarai così in astinenza da accontentarti di una misera seconda vero? Uno come te viaggia dalla terza in su, almeno!”, lo provocò. Il gioco era ricominciato.
“E’ della salute dei nonnetti che mi preoccupo, mica della mia!”, precisò con fare spavaldo.
“A proposito di nonni”, si ricordò Giulietta balzando in piedi, “Mr. Brown voleva una canzone, prima. Chiedo qual è, che lui non si degna certo di alzarsi e venirmela a comunicare. Anzi, passami quel foglio bianco, che lo faccio circolare così scrivono i titoli che desiderano e io posso stare qui a deliziarti con la mia presenza tutta la serata!”, lo sfidò, sistemandosi il tubino che si era leggermente arrampicato sulle cosce toniche.
“Dillo che non puoi più fare a meno di me!”, le bisbigliò ironico, aggiungendo: “ Andrè, cerca scuse continue per scodinzolarmi davanti, questa, solo perché non le ho ancora detto che sta bene così acchitata.”
“Se fossi di tuo gradimento mi preoccuperei. Vorrebbe dire che sono volgare!”, rispose pacata, allontanandosi, lasciando tutti, tranne Terence, in preda a convulse risate.
“Ti ha sistemato a dovere eh?”, ghignò la Busi, colpita dalla prontezza di Giulietta. “Ma non preoccuparti, chi disprezza compra! Alla fine cederà al tuo fascino vichingo!”
“Per me è più probabile che ci riesca Andrè”, ipotizzò il marito, mettendo in imbarazzo il ragazzo.
“Ma che dice, scherza? Io ragazze così me le posso solo sognare!”, glissò. “Con quel che mangia e beve, mi manderebbe in bancarotta sa?”
Quella simpatica diatriba tra le coppie continuò accesa fino al ritorno della ragazza, quando controvoglia si interruppero su un risultato di parità: stavano tre per Terence e tre a favore di Andrè.
“Continuiamo dopo”, disse minacciosa la Busi al marito, senza arrendersi.
“Che succede?”, chiese curiosa Giulietta, appoggiando il vassoio con i cocktails che aveva ritirato al bar, mentre cercava a video la canzone per Mr. Brown che, baldanzoso, si stava posizionando in piedi in mezzo alla sala, pronto ad esibirsi.
“Nulla, cara, nulla. Solo, mio marito non ha ancora capito cosa conquista davvero le donne!”, sibilò la Busi, arroccata sulle sue posizioni.
Quando la musica di Love me tender invase la sala, Mr. Brown si volse verso la ragazza e con fare teatrale urlò al microfono: This is for you, Juliet!, scatenando applausi e ilari battute.
“E tra i due litiganti il terzo gode!”, sghignazzò Conti, indicando l’anziano signore che scimmiottava Elvis tutto preso da quella dichiarazione a Giulietta.
Il tavolo intero scoppiò a ridere, provocando l’immancabile sopracciglio di Giulietta, che curioso si sollevò consapevole di aver perso una conversazione molto interessante.
“Dopo gli dai anche il bacio della buonanotte?”, si informò Terence.
“E’ più probabile che l’abbia lui, rispetto a te!”
“Scommettiamo?”, la sfidò.
“Preparati a perdere!”
For my darling, I love you, and I always will…”, concluse intanto Mr. Brown, inchinandosi per riceve l’ovazione del pubblico, rivolgendo una riverenza verso la sua musa.
La ragazza, per tutta risposta, lo chiamò vicino a sé e gli stampò un bel bacio con lo schiocco sulle labbra avvizzite, provocando il ludibrio generale.
“Quindi ora canti tu una canzone per me, per penitenza”, affermò trionfante Giulietta, osservando divertita Terence, basito dalla teatralità del gesto, tra lo scherno dei commensali che lo irridevano.
“Scegli pure con calma cosa dedicarmi!”, disse avviando un altro brano per gli amici del suo spasimante e volgendo il monitor al ragazzo, svagata e trionfante.
“Cheers”, dissero in coro tutti, alzando i cocktails, curiosando tra i titoli italiani e suggerendo i testi più improbabili al povero Terence, che li guardava torvo, sentendosi incastrato dalla scaltra ragazza.
Poi ebbe l’illuminazione. Aveva la canzone giusta per vendicarsi del colpo gobbo.
“Siamo solo noi qui, a parlare italiano?”, si informò, sardonico.
“Qualche parola la mastica, qualcuno. Ma nulla di che. Perché?”.
“Peccato, volevo che tutti capissero il significato delle parole che ti dedicherò”, disse amabile, mostrando all’amico il titolo prescelto, che subito rise di gusto.
“Te la sei cercata”, la ammonì questo, con le lacrime agli occhi per il divertimento, facendo vedere di cosa si trattava anche a tutti gli altri.
“Ma da che parte stai, tu?”, chiese simpaticamente risentita ad Andrè, che non riusciva a trattenersi.
“Però non mi alzo. Te la canto da qui, tenendoti la mano, se preferisci”, la beffeggiò Terence.
“No, tu ti alzi e mi fai anche la dedica!”, pretese Giulietta, tirandolo per la manica della camicia e costringendolo a sollevarsi. “Pronto Andrè? Clicca due volte sul titolo.”
“Juliet like moltissimo this song: is for you!”, esordì Terence, goliardico.
E la musica partì, assieme alle risate dei compagni di tavolo, scatenando la reazione di Giulietta, che capì il tranello fin dalle prime note.
Bella stronza...
“Mi ha fregata!”, ammise ridendo, accettando di buon grado la sconfitta.
Che hai distrutto tutti i sogni della donna che ho tradito, che mi hai fatto fare a pugni con il mio migliore amico e ora mentre vado a fondo tu mi dici sorridendo ne ho abbastanza..”
Cazzo, pensò Andrè, sussultando alla strofa. A loro non sarebbe mai successo di litigare per una donna. Nemmeno per una speciale. Uno dei due avrebbe fatto un passo indietro prima, ne era certo.
Perché forse io ti ho dato troppo amore, bella stronza che sorridi di rancore... Ma se Dio ti ha fatto bella come il cielo e come il mare,a che cosa ti ribelli di chi ti vuoi vendicare! Ma se Dio ti ha fatto bella più del sole e della luna perché non scappiamo insieme non lo senti questo mondo come puzza.. Ma se Dio ti ha fatto bella come un ramo di ciliegio, tu non puoi amare un tarlo tu commetti un sacrilegio..”
“Vedete che non può resistere dal farmi i complimenti?”, gongolò Giulietta, felice che il testo della canzone fosse molto più dolce di quanto Terence ricordasse.
“Grazie, mi fai arrossire!”, gli urlò dissacrante, distraendolo dalle strofe e facendolo impappinare, perdendo il segno.
Nanananana..”, improvvisò, ritrovando il tempo solo alla frase conclusiva.
“.. e allora ti saluto, Bella Stronza.”
“Tenchiù tenchiù”, concluse Terence, ridendo e chinandosi su Giulietta per sussurrarle all’orecchio: “Senza offesa, eh?”.
“Peccato non ricordassi che le parole sono un inno d’amore estremo per la donna che non ricambia i sentimenti del protagonista”, lo schernì.
“Chi ti dice che non le sappia a memoria?”, mormorò, serio, sedendosi e guardandola intensamente.
“Bella come il sole, come il mare, il cielo e la luna? Bella come un ramo di ciliegio? Volevi dire a me queste parole?”, chiese stupita, leggermente in imbarazzo.
“No, me le hanno dedicate svariate volte, che hai capito! Sai, ho frotte di cuori spezzati sulla mia strada, che ancora mi rimpiangono e cantano alla luna la loro disperazione”, sghignazzò, sardonico. “Ti eri illusa? Per te c’era solo la prima strofa!”, le confermò, dandole un buffetto sulla guancia che la fece ritrarre. “Che hai? Ti sei offesa? Però sei bella, oltre che stronza. Devi essere lieta che ti abbia fatto un complimento, no?”
“Dopo ti dedico Vaffanculo, visto che ti piace Masini”, replicò, secca, mettendo un altro brano e sorseggiando il Cuba ghiacciato.
“Andrè, tu che canti?”, gli chiese l’amico.
“Aspetto di sentire quanto è stonata la nostra Giulietta, prima di espormi!”
“Ma ti ci metti pure tu ora? Signori, difendetemi che due contro una sono decisamente troppi!”, rise fingendosi esasperata. “Signora Busi, allora cosa cantiamo? Volare?”, propose, sicura che tutta la sala si sarebbe unita a loro.
Nel blu dipinto di blu!”, la corressero in diversi. “S’intitola così!”
“Tutti melomani eh? Scusate, ma non è molto tempo che seguo la musica italiana..”, rivelò, ripensando inevitabilmente alle schermaglie infinite con Romeo, vero fanatico del genere.
“Meglio tardi che mai”, la soccorse Terence per troncare il discorso, ricordando le confidenze della mattina, quando la ragazza aveva quasi pianto.
“Allora finita questa tocca a noi eh? Signora Busi, è pronta? Tenga il microfono vicino alla bocca!”
“Ma tu canti con me vero?”, si fece promettere.
“Stonerò solo per lei!”, scherzò, facendo partire la canzone di Modugno e avvicinandosi alla Busi.
Penso che un sogno così non ritorni mai più.. Mi dipingevo le mani e la faccia di blu..Poi d’improvviso venivo dal tempo rapito, e incominciavo a volare nel cielo infinito..”
“All together”, incitò la ragazza, facendo partire un coro discretamente eterogeneo e poco intonato.
Volare, oh oh, cantare ohohohoo nel blu dipinto di blu, felice di stare lassù..”
E tutta la sala intonò quelle note immortali ed eterne, ognuno immerso nei propri ricordi.
“Leggendario, il nostro Domenico”, asserì fiero Fracci, quasi commosso.
I primi clienti abbandonarono la sala, salutando entusiasti Giulietta e ringraziandola per la bella serata, mentre gli affezionati gustavano le delizie che i camerieri stavano allestendo sul tavolo del buffet. Quando dopo una ricca serie di brani classici, da Ray Charles a Sting, anche una gran parte degli ultimi irriducibili cedette il passo ai più giovani, rimasero gli italiani e un’altra mezza dozzina di ospiti, che si radunarono tutti attorno ad un tavolo, brindando con un nuovo giro di cocktail.
“Andrè, ora tocca a te però!”, lo esortò Terence, rivendicando il diritto dell’amico alla pubblica umiliazione.
“E sia.. Chi mi accompagna?”, chiese, cercando appoggi, biascicando le parole quasi ebbro dai molteplici coca e rum tracannati.
“Tu attacca che noi ti seguiamo!”, chiocciò la Busi.”In italiano, se possibile!”
“Non son nemmeno certo di capire la mia lingua, in questo momento!”, ammise, ridendo e cercando la canzone che meglio lo rappresentava, a malincuore.
“Aiutatemi eh? Pronti? Via!”
“Ma ha esagerato coi cocktail?”, chiese preoccupata Giulietta a Terence, perplesso.
“Di certo domani avrà mal di testa.. è quasi astemio! Colpa tua che gli hai propinato tre di questi!”
“Ma non sono pesanti, ti assicuro! Il barman li tiene leggerissimi, per la serata karaoke!”, si giustificò. “E poi è grande abbastanza! Saprà ben decidere cosa bere, no?”
“Questa notte ci pensi tu se sta male, però!”
“Non chiedo di meglio..”, gli rispose la ragazza, provocatoria.
“Ripensandoci”, rettificò il vichingo, “posso bastare io, sai?”
“Ma non mi dire! Non ti disturbare, sono di turno in reception, sarei sveglia ugualmente.. Per lui, lo faccio più che volentieri!”, alluse, cercando una reazione.
“Sto morendo di gelosia..”, la derise. “Però se davvero ti interessa metto una buona parola per te!”
La regola dell’amico non sbaglia mai.. Se sei amico di una donna non ci combinerai mai niente mai lo vorrai.. Rovinare un così bel rapporto..”, cantava Andrè.
“Ecco, se avevi dei dubbi, ora hai la tua risposta..”, mormorò Terence, in tono neutro, quasi triste. “Però se davvero ti interessa, dimmelo.. o meglio, diglielo..”, commentò.
“Ti dispiacerebbe?”, chiese, vaga, volutamente civettuola.
“Giulietta, con me gioca finché ti pare, conosco le regole. Ma non mettere in mezzo lui. Te lo chiedo per favore”, supplicò serio.
“Andrè è un ragazzo fantastico”, borbottò offesa. “Se pensi solo lontanamente che possa fargli del male apposta, non hai capito niente.. e avevo sopravvalutato la tua intelligenza! Non puoi pensare che lui mi piaccia davvero? Come persona, intendo. Non tutti vedono doppi sensi nelle cose, sai?”
E si alzò, lasciando la sala, comunicando agli ospiti che andava un attimo alla toilette. A sbollire.
“Cosa le hai fatto?”, domandò al vichingo la signora Fracci.
“Nulla, le pare? E’ solo un po’ permalosa!”, si giustificò, sentendosi vagamente a disagio. Detestava fare il bacchettone, soprattutto con le donne. Conosceva poco la ragazza, ma abbastanza da intuire che la sua sensibilità non l’avrebbe certo indotta a giocare coi sentimenti delle persone. Si sentiva però in dovere di tutelare Andrè. “Ora cantiamo noi, va bene? Cosa preferisce?”
“Facciamo Baglioni? Qualsiasi cosa per me va bene!”
Iniziò così una carrellata di brani che tutti gli italiani urlarono impietosamente a squarciagola, cui Giulietta assistette divertita quando rientrò, visibilmente più rilassata, sedendosi distante dal piccolo gruppo, a ridosso della porta finestra che comunicava con la piscina, per fumare una sigaretta che l’ultimo cliente inglese le aveva offerto lasciando la sala, augurandole goodnight.
Ci manca solo Baglioni oggi, pensò rassegnata, aspirando lunghe boccate di tabacco.
Mi manca da morire quel suo piccolo grande amore, adesso che saprei cosa dire adesso che saprei cosa fare adesso che voglio un piccolo grande amore..”
“Metti questa , dai che è bella”, pretese la Busi, incitando il marito ormai padrone del PC a selezionare un titolo.
Passerotto non andare via, nei tuoi occhi il sole muore già..”
"Questa la cantava a mamma mio padre, quando era incinta”, raccontò Giulietta a Conti, che si era avvicinato a lei per fumare all’aria aperta.
“Vai a stonarla con loro, allora. Sono bei ricordi!”, la incitò l’uomo, saggio.
“Forse ha ragione”, ammise la ragazza riflettendoci un attimo e unendosi al coro dei connazionali.
Senza te brucerei tutti i sogni miei. Solo senza di te, che farei, senza teee.. Senza te.. senza te..”
“Questa, adesso!”, si esaltò l’improvvisato dj.
E partirono quelle note, di quella canzone.
Giulietta scattò in piedi, sostenendosi allo schienale di una sedia, aggrappandovisi con tutta sé stessa per non cadere.
Un improvviso pallore le sbiadì l’incarnato e un brusco senso di vertigine la fece sbandare alcuni secondi, impercettibilmente. Le lunghe dita affusolate strinsero la morbida imbottitura finché le emozioni affiorarono sui due laghetti blu, increspandoli.
Io mi nascosi in te poi ti ho nascosto,da tutto e tutti per non farmi più trovare, e adesso che torniamo ognuno al proprio posto liberi finalmente e non saper che fare..”, cantò il gruppo.
Tentò di vincere la sensazione di torpore che la pervadeva e desiderò solo allontanarsi, in cerca di silenzio, o fumo, o alcol, o possibilmente tutte e tre le cose assieme.
Una mano la trattenne, ferma, scatenandole il solito brivido.
“Non scappare”, disse Terence serio, impotente osservatore della scena.
“Non mi sento bene..”, sussurrò la ragazza, sull’orlo di una crisi.
“Cantala, Giulietta, urlala. E’ solo una canzone.”
“Non capisci..”
“No, credo di aver capito benissimo. Cantala”, le impose, fermo, impassibile, senza lasciarla.
Ci separammo un po' come ci unimmo..”, singhiozzò quasi.
“Più forte. Urlala”, ordinò, ammorbidendosi. “E’ solo una canzone. Non ti può far niente. La canto con te, tranquilla.”
“..Senza far niente e niente poi c'era da fare, se non che farlo e lentamente noi fuggimmo lontano dove non ci si può più pensare...”. Giulietta lo guardò, supplicante.
“Non fermarti”, disse risoluto ma dolce.
Finimmo prima che lui ci finisse”, intonarono assieme.
Perché quel nostro amore non avesse fine, volevo averti e solo allora mi riuscì, quando mi accorsi che ero lì per perderti ..”
“Bravissima”, gioì Terence vedendo il volto della ragazza riprendere colore ed il sorriso impreziosire le sue labbra, lasciandole controvoglia la mano.
“Grazie”, mormorò grata. “Due volte in un giorno..”
“Come?”, chiese confuso.
“Mi hai quasi visto piangere due volte in un giorno, e per due volte hai fatto la cosa giusta.”
“Sono una sorpresa, riconoscilo..”, rispose, apparentemente imbarazzato.
“Non insinuare più che gioco con Andrè, però. Non lo farei mai: non lo merita”, disse secca, raddolcendosi pochi attimi dopo per aggiungere: “Quella prerogativa è riservata a te.” E gli diede un bacio morbido, leggero, delicato, sulla guancia profumata di dopobarba, stordendolo momentaneamente.
“E questo per cos’è?”, domandò, cauto.
“Perché adesso accompagnerai il nostro amico a letto, che è cotto!”, borbottò pacifica, indicando Andrè che urlava, col microfono stretto in pugno, la parte finale della canzone.
“A patto che poi ci beviamo la staffa assieme”, propose, senza attendere risposta.
“..in questo addio io m’innamorerò di teeeee..”
“Bravo bravo!”, applaudirono entusiasti gli ultimi clienti rimasti nel locale, non molto più sobri.
Andrè si esibì in inchini e riverenze, rischiando quasi di cadere.
“Credo che per oggi sia sufficiente,amico!”, disse Terence, battendogli il cinque. “Ti accompagno in camera per accertarmi che non entri in quella di qualche cameriera”, si offrì.
“Non sono ubriaco”, protestò, poco convincente, scatenando l’ilarità generale. “Siete voi che bevete troppo per i miei standard!”. Anche quello era vero, a ben pensarci.
“Signori, lo stiamo deviando!”, concluse Terence, provocando la fragorosa risata degli allievi alticci. “Giulietta, mi sa che il tuo barman deve servire succo di frutta la prossima volta!”
“Ma siete delle donnette!”, li ridicolizzò. “Comunque, domani sarei curiosa di vedervi, in alto mare! Speriamo sia calmo..”, ridacchiò, tra il serio ed il faceto.
“Andiamo a letto, su! Abbiamo fatto scappare tutti ”, propose la Fracci, troppo allegra per non incolpare l’alcol, notando la sala vuota.
“No, l’ultima, dai!”, supplicò Andrè, rivolgendosi alla ragazza. “Ci dovete il duetto, tu e Terence!”
“Eh ma allora ve le cercate!”, disse l’amico, beffardo. “L’avete sentita cantare? E’ uno strazio!”
“Senti, tu!”, gli intimò Giulietta, raccogliendo la sfida. “Scegli il pezzo e vediamo chi stecca prima!”
“Signori, siate imparziali nel giudizio.. e implacabili, ci conto!”, rise il ragazzo, correndo a scegliere il brano. “Hai dei divieti, prima che mi scoppi in lacrime?”, la schernì, consapevole che nessuno nella stanza poteva cogliere il significato di quelle parole.
“Piangerai tu dopo, bello, quando ti umilierò!”
“Vedremo..Mina Celentano o Oxa Leali?”, propose.
“No..”, ghignò la ragazza, “Baldi Alotta! Voglio quella!”
Non amarmi?”
“E mettitelo bene in testa, anche!”, gli sussurrò piano, ridendo, benché nessuno dei compagni fosse abbastanza sobrio da cogliere l’allusione.
“Ma che spiritosa… Un giorno mi supplicherai di amarti, sappilo. Invece cantiamo quel che pare a me! Beccati questa!”
“Ma è impossibile dai!”, protestò Giulietta mentre scorrevano i titoli sul monitor. “Andrè.. aiutami tu!”
“Mi vuoi far fare la parte di una donna? Va bene che non mi consideri come l’uomo ideale, ma proprio le strofe femminili no eh?”, parve risentirsi, buttandosi su una poltrona.
La ragazza rimase un istante ad osservalo, indecisa su come interpretare quelle parole: l’esternazione di Andrè accese la curiosità in sala. Nelle loro lunghe chiacchierate non avevano mai parlato di loro due in termini di probabile coppia, ne era sicura, né c’erano state allusioni in tal senso. Non capiva da dove uscisse quella frase, se non dall’alto tasso alcolico.
“E come sarebbe l’uomo ideale?”, azzardò, sperando che l’amico non fosse troppo ubriaco e stesse solamente scherzando.
“Uno che regge l’alcol, no?”, rispose il ragazzo, scoppiando a ridere e facendo fare un grosso sospiro di sollievo alla ragazza.
“July, siamo gli unici sobri, qui, l’hai notato?”, domandò Terence facendo ripartire la canzone. “Pronta? Attacco io!”
Grazie perché mi eri vicina ancora prima di essere mia. E perché vuoi un uomo amico, non uno scudo vicino a te. Grazie che vai per la tua strada, piena di sassi come la mia. Grazie perché anche lontano tendo la mano e trovo la tua.”
Io come te vivo confusa, favole rosa non chiedo più. Grazie perché mi hai fatto sentire che posso anch’io volare senza di te.”
Continuarono a cantare fissandosi negli occhi, provocandosi con quelle romantiche parole, in un braccio di ferro di potere e seduzione che divertiva entrambi.
Quando il brano terminò gli ospiti applaudirono stanchi e rapidamente si diressero verso le loro stanze, dandosi appuntamento all’indomani mattina a colazione.
“Grazie Giulietta, e scusa per la battuta di prima, non volevo imbarazzarti. Stavo solo scherzando!”, bisbigliò Andrè, abbracciandola improvvisamente, impacciato, non troppo fermo sulle gambe.
“Dimmelo che non reggi il rum, la prossima volta!”, glissò la ragazza, accarezzandogli il volto con fare materno. “Domani non te ne ricorderai nemmeno più.. Terence, lo accompagni tu?”
“Gli rimbocco anche le coperte, se credi!”, la derise, cingendo l’amico per le spalle e dirigendosi verso l’ascensore.
I pensieri di Balua ore 10.02 | 10 riflessioni  
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mercoledì 9 settembre 2009

TU CHIAMALE SE VUOI.. EMOZIONI


Io son partito poi così d'improvviso
che non ho avuto il tempo di salutare
istante breve ma ancora più breve
se c'è una luce che trafigge il tuo cuore

L'arcobaleno è il mio messaggio d'amore
può darsi un giorno ti riesca a toccare
con i colori si può cancellare
il più avvilente e desolante squallore

Son diventato se il tramonto di sera
e parlo come le foglie d'aprile
e vivrò dentro ad ogni voce sincera
e con gli uccelli vivo il canto sottile
e il mio discorso più bello e più denso
esprime con il silenzio il suo senso

Io quante cose non avevo capito
che sono chiare come stelle cadenti
e devo dirti che è un piacere infinito
portare queste mie valige pesanti

Mi manchi tanto amico caro davvero
e tante cose son rimaste da dire
ascolta sempre e solo musica vera
e cerca sempre se puoi di capire

Son diventato se il tramonto di sera
e parlo come le foglie d'aprile
e vivrò dentro ad ogni voce sincera
e con gli uccelli vivo il canto sottile
e il mio discorso più bello e più denso
esprime con il silenzio il suo senso

Mi manchi tanto amico caro davvero
e tante cose son rimaste da dire
ascolta sempre e solo musica vera
e cerca sempre se puoi di capire
ascolta sempre e solo musica vera
e cerca sempre se puoi di capire




09/09/1998 - 09/09/2009


I pensieri di Balua ore 13.10 | 5 riflessioni  
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mercoledì 2 settembre 2009

capitolo ventiseiesimo



(Capitoli precedenti)

Mentre posizionava le casse, il computer e i monitor per i testi scorrevoli del karaoke, Giulietta rifletté sulla piega che stava prendendo quella settimana. Era quasi al termine della sua esperienza lavorativa all’estero e due simpatici ragazzi toscani erano arrivati come un ciclone a riportarla in Italia, con la testa. Ai suoi ricordi, alle sofferenze, ai programmi per il futuro. A Romeo. Chissà cosa stava facendo. Era sereno? Se lo augurava. Il bilancio del suo esperimento inglese era eccellente, si notava ad occhio nudo. Aveva ripreso colore, chili e consapevolezza in sé stessa e nelle proprie possibilità. Chissà, forse poteva valutare di fare la stagione invernale in Austria, o in Svizzera. Era un po’ stanca degli inglesi, molto freddini e poco espansivi. Si sentiva pronta per una popolazione più socievole, tipo i tedeschi. Rise a quella prospettiva. Definire i tedeschi affabili e poco algidi era ridicolo, se ne rendeva conto. Ma per lo stesso motivo per cui aveva rifiutato il calore degli spagnoli, adesso non era ancora pronta per un popolo troppo spontaneo. Forse i francesi sarebbero un felice compromesso? Magari posso andare un po’ da mio padre, a Parigi, e fare qualche colloquio, meditò seriamente. O rischiare di abitare con mamma e imbattersi in un passato non ancora digerito? Forse poteva prendere un appartamento in affitto, verso Pisa. Oppure chiedere a Marina di ospitarla per un po’, dal momento che ora era sola. Poteva essere una soluzione, si convinse. Avrebbe stretto nuove amicizie, conosciuto altri ragazzi: magari anche rivedere Andrè e Terence, qualche volta, perché no?
Loro mi piacciono sempre di più, ammise. In modo diverso, però. Andrè è molto maturo, molto uomo, nonostante il viso dolce e quasi infantile. Con lui mi sento a mio agio, so che posso essere onesta e spontanea, riesco a parlare senza problemi di tutto e, anzi, avrei voglia, davvero tanta voglia, di raccontargli svariate cose di me, per farmi conoscere meglio, o chiedergli consiglio, anche. Mi guarda di sottecchi, a volte. Me ne accorgo. Ma credo sia per studiarmi meglio, non per secondi fini. Terence, invece, è un enigma. Si nasconde dietro un’impertinente irruenza per non apparire dolce, anche se in realtà, probabilmente, lo è. Almeno, questa mattina lo è stato. Poi è tremendamente attraente e sicuro si sé, e mi risveglia istinti assopiti da tempo, riconobbe. Non che ci sia nulla di male nel desiderare sessualmente un uomo, si consolò. E’ indice che sono sana, no? Mi incuriosisce, mi stimola il non sapere com’è davvero. Vorrei abbattere quel castello di certezze che si è costruito, vorrei fargli capire che non è lui il più forte. La sua è una tattica di conquista, rifletté. La bellezza tenebrosa, il distacco misterioso, l’atteggiamento macho, sono armi al suo arco per attirare quella parte di ragazze più intelligenti che non gli si tuffano addosso a pesce la prima sera. Cosa mi ha scritto, Marina, nella mail? Che l’uomo bello e maledetto è quello che fa innamorare le donne fragili come me? Devo stare più attenta, si risolse. Non che io sia a rischio, ma meglio non abbassare troppo la guardia. Non sa con chi si è messo a giocare Terence, questa volta! Vediamo chi capitola prima! Non ci vuole molto a combattere con le sue stesse armi, decise Giulietta, grintosa. In fondo fin dall’inizio il loro rapporto era stato una continua schermaglia, per saggiare il terreno e affondare scherzosi fendenti. Anche Andrè aveva riconosciuto che lei stava dando filo da torcere all’amico mettendolo in difficoltà. Il gioco era appena iniziato! Avevano fatto entrambi qualche concessione, avevano perso terreno in egual misura, più o meno, a parte lo scivolone del quasi pianto. Quasi, però. Okay, al momento lui è in vantaggio, ma posso riguadagnare il terreno perso, considerò, sentendosi un po’ ridicola nell’immaginare la loro amicizia come un gioco a punti. Ma qualcuno deve pur ridimensionarlo e fargli capire che essere dolci e sensibili non è sinonimo di vigliaccheria ma maturità! E’ una missione, la mia, ridacchiò allegra. E poi, gliel’ho anche detto, ieri sera: quando avrò finito con te striscerai ai miei piedi!
Con queste considerazioni Giulietta chiuse le immense vetrate della sala relax, posò su ogni tavolo l’elenco delle canzoni disponibili al karaoke e si sedette su un alto sgabello del bar, accavallando le lunghe gambe nude, chiedendo al barman di portarle un bicchiere di vino bianco fermo e le batterie di scorta per i microfoni senza filo che teneva in mano.
“Sei già pronta per esibirti?”, le domandò Andrè, avvicinandosi.
“Hai già terminato la cena?”, si meravigliò la ragazza, controllando l’orario.
“Siamo al dolce, ma ho fatto una pausa sigaretta”, disse, battendosi la mano sul taschino della camicia di lino color kaki, indicare il pacchetto di Marlboro. “Che ci fai coi microfoni?”
“Serve la carica anche a loro”, scherzò, alzando il calice e facendo un piccolo brindisi immaginario col barman per ringraziarlo.
“Vanno al alcol anche loro?”
“Si, fanno quattro ore con un litro!”, rise pacifica armeggiando con lo sportellino delle batterie.
“Dammi qui, che ti rompi un’unghia. Faccio io!”, propose togliendole i microfoni dalle mani. “Te l’ho già detto che sei una visione vero?”
“Non nell’ultimo quarto d’ora”, mormorò divertita e leggermente compiaciuta. “Anche se ho un male atroce ai piedi.. Non sopporto i tacchi!”
“Se bella vuoi apparire un poco devi soffrire, diceva nonna a mia sorella!”
“Hai una sorella? Davvero?”, chiese, rendendosi conto di quanto poco sapesse del ragazzo.
“Si. Due, a dire il vero. Alice ha trent’anni e non ha mai avuto problemi per sforzarsi di apparire: passava le sue giornate allo specchio! Invece la piccola, Katia, che adesso ha vent’anni, è sempre stata un maschiaccio. Ha sempre detestato tutte quelle vezzosità da femmina, fin da bambina. Nonna cercava di strigliarle i capelli ribelli e lei fuggiva urlando di dolore. La rincorreva a perdifiato nell’aia, ma quella peste scappava a nascondersi nel recinto dei polli!”. Sorrise a quel ricordo.
“Ti mancano?”, azzardò, sperando di essere poco invadente.
“Alice mi ha già reso zio due volte: più che lei, mi mancano i nipotini, Giacomo e Stefano. Katia invece è la mia cucciola. L’ho praticamente cresciuta: i miei erano molto impegnati col lavoro, per sfamare tre figli, e così lei stava tutto il pomeriggio con me, quando tornavo da scuola. Mi manca terribilmente. A volte mi accompagna in qualche viaggio, se troviamo qualche promozione interessante. E’ divertentissima, ti piacerebbe”, rispose malinconico. “Non è facile stare sempre lontano dai propri affetti. Soprattutto durante le feste. Sono sette anni che non passo un Natale a casa con loro.”
“Cosa fa, Katia? Studia?”
“Si, ci prova, almeno”, sogghignò, pensando al lungo elenco di diciotto che stava collezionando. “Non ha preso da noi fratelli, a scuola! Sta facendo il secondo anno di Giurisprudenza, comunque. Pare le piaccia abbastanza, e la lingua lunga per fare l’avvocato ce l’ha. Vedremo. In casa mia, nessuno ha fatto il lavoro per cui ha studiato.”
“Hai fatto l’università?”
“Si, ho una utilissima laurea in lettere, che come carta igienica è eccezionale”, grugnì.
“Potresti fare il professore no?”
“Mi ci vedi dietro ad una cattedra insegnando a ragazzini urlanti? No, grazie. Sapevo benissimo che non avrei mai lavorato, con quel pezzo di carta, ma era la mia passione. Ed i miei genitori, se Dio vuole, ci hanno sempre insegnato ad inseguire i sogni. Così ora so tutto su Dante e lo racconto ai pesci! Alice invece è biologa, e lavora a Follonica all’anagrafe comunale. Siamo l’orgoglio dei miei insomma!”, concluse sconsolato.
“L’importante è che svolgi un lavoro che ti soddisfa! Ti piace, vero?”, si informò.
“Ci mancherebbe anche che non lo amassi! Solo, non è eterno. Finché siamo giovani, ha un senso. Ma andando avanti con gli anni non si potrà stare sempre sulla breccia. Il nostro sogno, mio e di Terence, è aprire una scuola. Un giorno, chissà..”
“Sarò la vostra prima cliente, se lo fate!”, assentì entusiasta.
“Se hai voglia, un pomeriggio puoi venire con noi a provare..”, la invitò timido.
“Magari, mi piacerebbe. Ma la vedo ardua. Lavoro anche il mio giorno libero, in genere, per racimolare qualcosa in più. Però non poniamo limiti alla provvidenza! E poi, tra poco qui finisco. Verrò all’Argentario a scroccare una lezione!”
“Davvero rientri presto? Quando?”
“Avrei ancora quattro settimane di contratto, poi valutiamo in base alle prenotazioni. Comunque, al massimo per metà ottobre sono a casa. Cioè.. sarebbe più saggio dire che non sarò più qui, in effetti. Non so dove andrò, esattamente”, ammise incerta e fragile.
“Davvero è così spaventoso, quello da cui scappi, da non farti desiderare di rientrare?”
“Sagace!”, ridacchiò nervosa. “I miei si sono separati appena iniziato il nuovo millennio, tanto per chiarire che se il buongiorno si vede dal mattino, avrò un secolo pessimo. Lo stesso anno ho lasciato il mio fidanzato storico, col quale dovevamo sposarci, perché ho perso la testa per un uomo col quale lavoravo”, raccontò, fintamente spavalda.
“Ed è andata male?”
“No, è andata bene. Alla fine ci siamo messi assieme, anche se non è la definizione più esatta..”
“Allora il 2000 è finito col botto! Quando è andata male?”, si incuriosì.
“E’ andata male dopo capodanno, quando l’ho lasciato.”
“A te gli inizi d’annata non ti fanno granché bene, sai?”, la schernì, sperando di sollevarla un po’.
“Te l’ho detto, avrò tutto il secolo iellato, io!”, rise.
“Quindi l’hai lasciato a gennaio e poi sei venuta qui?”
“Non subito, qui sono arrivata ad aprile. Nel mentre ho avuto ancora un po’ di complicazioni che mi hanno rallegrato ulteriormente”, sdrammatizzò.
“Temo che mi manchi un passaggio.. Se hai fatto tutto tu, perché scappi?”. Domanda lecita.
“Perché conosci il detto: se ami qualcuno lascialo libero? Ecco, era giusto così”. In effetti, non era troppo semplice spiegare in due parole cos’era successo.
“L’hai lasciato perché lo amavi troppo? Non afferro il concetto, scusa..”, si rammaricò.
“E’ un po’ complicato. E’ sposato e ha un figlio.”
“Ah, e non lasciava la moglie, il bastardo!”, intuì esultante.
“No, la moglie l’ha lasciata prima di mettersi con me, se devo essere sincera.”
“Giulietta, non ci sto capendo nulla. E’ peggio di Beautiful, questa storia!”, si arrese, certo che non avrebbe mai indovinato.
“Ci siamo conosciuti, entrambi impegnati, nei primi mesi del 2000. E innamorati pian piano, senza però confessarcelo. Quando abbiamo capito cosa ci stava accedendo, abbiamo deciso di allontanarci, per non far soffrire nessuno. A quel punto era chiaro che il mio fidanzato non significava più nulla, quindi l’ho lasciato. E lui ha deciso, di comune accordo con la moglie, di separarsi. Il giorno che andarono dall’avvocato, ad ottobre, ci siamo incontrati per caso, e da lì è iniziata la storia”, spiegò asciutta, cercando di non apparire stupidamente sentimentale. “Durante le festività di fine anno doveva traslocare in un nuovo appartamento, ma il bambino ha fatto i capricci e lui non ce l’ha fatta. Alla fine ho capito che per lui era una sofferenza troppo grande rinunciare al figlio, quindi ho scelto io per entrambi, lasciandolo all’inizio di quest’anno. E’ più chiaro così?”
“Quindi parliamo di una relazione di tre mesi?”, si stupì Andrè, incredulo di come in così breve tempo una persona si potesse devastare così.
“Mi credi pazza, vero?”, domandò, calando la maschera risoluta che aveva tentato di indossare nell’esporre i fatti salienti. “E’ che in vita mia non mi ero mai lasciata andare ai sentimenti, e su di lui avevo investito completamente me stessa, e viceversa. Eravamo davvero tutto, l’uno per l’altra, ci compensavamo alla perfezione. Non ho potuto sopportare la sua sofferenza nel far del male al bambino: non se lo sarebbe mai perdonato, lo conosco. Quindi l’ho lasciato.. ed eccomi qui. So che sembra riduttivo, raccontato così, ma è stato un amore fortissimo, davvero.”
“E’ che non so immaginare di lasciare andare la cosa più importante della mia vita per il benessere di qualcun altro.. Non credo ne sarei capace. Sei stata fortissima, davvero”, commentò, ammirato ed infelice per la palese frustrazione che la ragazza doveva aver provato.
“Non sei mai stato innamorato vero? Nemmeno io concepivo una cosa simile, prima.”
“Cielo, certo che ho amato. Ma non annullandomi, però. Non è sano, credo!”
“La mia amica psicologa dice che ho amato come un’adulta con l’esperienza di una quindicenne, perciò ho dato tutta me stessa senza avere la preoccupazione di farmi del male, come fanno i ragazzini. Solo che a quell’età i problemi sono diversi: non si parla di figli, mogli, matrimoni finiti e illusioni distrutte. La cosa peggiore che capita è che il fidanzatino si metta con un’altra! Ora vedrai che starò più attenta!”, disse amareggiata.
“Non chiudere il tuo cuore all’amore, Giulietta”, la ammonì.
“Quale cuore scusa? Quello si è distrutto con la fine della storia.”
“Si riaggiusterà, credimi. Ora stai vivendo come un’eroina romantica di un vecchio e polveroso libro, certa che soffrirai per sempre. Ma verrà il giorno che ti interesserai nuovamente ad un uomo, ed avrai voglia di conoscerlo meglio.. Quel giorno, non chiudere il tuo cuore. Non farlo.”
“Ci proverò, non assicuro nulla. Sai che sei la prima persona a racconto tutto questo?”, confessò.
“Vedi che stai guarendo? Hai già smesso di scappare. Ora devi solo affrontare le tue paure a viso aperto e ricominciare a vivere. Appieno. Che significa: basta nascondersi in logori pub di anziani pescatori, con amici gay e clienti snob che nulla hanno a che vedere con te. Esci, conosci ragazzi, frequentali, impara come si vive alla tua età. Quanti anni hai.. Venticinque? Ventisei? Non si può arrivare a questo punto senza avere altre esperienze che un fidanzato che volevi sposare e un uomo sposato che hai amato disperatamente. Ci sono anche le vie di mezzo sai? Ci si può divertire, con un uomo, non per forza star male!”
“Parli come la mia amica! Peccato che sei troppo giovane per lei, se no sareste perfetti assieme!”, constatò. “Scusa, e poi chi ti dice che non avessi avuto altre storie prima di loro due?”
“Mi sembri intelligente.. E solo una ragazza digiuna di esperienza pensa di sposarsi a poco più di vent’anni, se non è incinta, e subito dopo si butta a capofitto in una relazione con un uomo sposato senza valutare la possibilità di prendere una cantonata. Viceversa, sei stupida! A quale delle due categorie appartieni?”, chiese, spostandole una lunga ciocca di capelli mossi dietro la spalla, per scoprirle la sinuosa clavicola. Era bellissima, nulla da dire, rimuginò con una debole fitta.
“Lo riconosco, prima di Antony, il fidanzato, non avevo avuto altre storie degne di nota. Mi arrendo, mi hai smascherata! Pare che tu mi conosca da sempre!”, rise, alzando le braccia in segno di resa e abbassandole immediatamente, ricordandosi di non avere le spalline, nel vestito. “Ora sarà meglio che raggiungi gli altri.”, disse a malincuore sistemandosi l’elastico del tubino sul petto, controllando che non fosse sceso facendo bella mostra delle sue grazie. “O penseranno che ti ho rapito! Mi ha fatto piacere parlare con te, sei stato un vero amico..”, aggiunse senza imbarazzo. Si sentiva perfettamente a suo agio, con lui, come con Romeo, senza però le implicazioni sentimentali e chimiche.
“Con questa seduta d’analisi, ti sei giocata irrimediabilmente le mie mance, lo sai?”, scherzò, allontanandosi. “E comunque, è un piacere ascoltarti”. E vederti, pensò tristemente.
I pensieri di Balua ore 12.24 | 10 riflessioni  
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mercoledì 26 agosto 2009

capitolo venticinquesimo



(Capitoli precedenti)

Il pomeriggio fu tranquillo. In albergo non c’era quasi nessuno, per cui Giulietta ebbe qualche ora tutta per sé. Decise di fare una nuotata in piscina, una spettacolare vasca olimpionica che sorgeva sul retro dell’hotel, accanto ai campi da tennis; dopo di che una sauna e un bel sonno, per recuperare l’ora persa la notte precedente. Prima di addormentarsi, fumò la sigaretta di Terence seduta nella poltroncina sul terrazzino della sua stanza, asciugando i capelli all’aria e leggendo avidamente un libro che Jas le aveva prestato, Beach Music, di Pat Conroy: l’avvincente epopea di una generazione di arrabbiati desiderosa di imboccare la via del ritorno, così l’aveva definito la critica quando uscì.
Le stava piacendo moltissimo, così ben scritto ed emotivamente coinvolgente: si obbligò a stendersi almeno un paio d’ore, prima di farsi prendere dalla bulimia libraria che la colpiva quando un titolo la rapiva troppo, portandola a divorarlo in un sol boccone, leggendo ininterrottamente per ore e ore, rinunciando agli indispensabili momenti di sonno.

Quando il telefono suonò, alle sei, Giulietta saltò sul letto, tachicardica.
“I’ll be right back! Sorry!”, rispose pronta, conscia di essersi addormentata.
Si spogliò svelta e, indossando solo un succinto perizoma, scivolò svelta dentro un tubino nero aderente e senza spalline, che le fasciava il corpo atletico e snello; mise un filo di matita agli occhi, il mascara e osservò i lunghi capelli corvini asciugati al sole del primo pomeriggio, ancora leggermente umidi e ondulati. Non aveva tempo di fare la piastra, pazienza. Chinò il capo e, facendoli dondolare verso il pavimento, si riempì le mani di mousse modellante, sperando di ottenere un effetto più o meno mosso. Cercò a tentoni nel cassetto una catenina con pendaglio blu acquamarina mentre infilava i saldali beige con tacco medio, pentendosi di aver promesso al direttore di fare le sue veci, quella sera. L’incombenza comportava indossare l’abito da sera e cenare al tavolo dei clienti più facoltosi, nella fattispecie quel giorno quello di Mr. Brown che, già lo sapeva, non avrebbe smesso un secondo di scrutare le sue spalle nude cercando segni inequivocabili dell’assenza del reggiseno. Pazienza, sbuffò, mi darà una mancia in più. Vecchio maniaco! E sorrise uscendo rapida, buttandosi una stola di seta color panna sulle spalle.
Quella notte toccava a lei fare la reperibilità sulla brandina, in ufficio: ne avrebbe approfittato per leggere e mandare un po’ di foto, tramite posta elettronica, a mamma e papà. E anche all’uomo di mamma, si ripromise, sforzandosi di essere gentile con lui, una volta tanto.
Quando l’ascensore si aprì sulla hall, corse fuori quasi scontrandosi con Andrè.
“Sorry..”, mormorò non riconoscendolo immediatamente, carico com’era di teli da mare e zaini.
“Che ti è successo? Fai il facchino?”, rise, notando un leggero rossore sulla fronte del ragazzo, probabilmente ustionata dal sole di mezzogiorno.
“Tu fai la principessa, invece? Sei una visione, complimenti!”, commentò realmente ammirato, incapace di toglierle gli occhi di dosso.
“Devo andare in reception a dare il cambio al collega.. vieni che mi racconti com’è andata oggi!”, e si infilò dietro al banco, agile, scusandosi ancora col ragazzo che la guardò affatto irritato.
Giulietta prese lesta le consegne, salutò alcuni ospiti scambiando frasi di rito e diede loro appuntamento a più tardi, per la cena, ricordando a tutti l’appuntamento serale con karaoke. Finalmente libera, si rivolse al ragazzo che paziente l’aspettava in un angolo: “Allora, raccontami!”.
“Le signore, credimi, dalla spiaggia hanno fatto ai loro mariti cinque telefonate a testa, ogni volta che la barca usciva dal raggio dei loro sguardi. Stare in otto sul Chrysler è impossibile e Terence voleva strozzare Conti perché non ha controllato l’ossigeno nelle bombole, restando a secco a metà immersione.. Per il resto direi che le Manacles sono meravigliose. Sopra e sotto l’acqua”, asserì soddisfatto. “E non c’era nemmeno vento!”, concluse. Poi si informò: “Tu, invece? Cosa hai fatto di bello che mi sembri trafelata?”
“Mi sono addormentata a letto! Meno male che il collega mi ha chiamata se no andavo dritta eh? Non ho nemmeno fatto a tempo a pettinare i capelli!”
“Ti stanno bene, mossi, invece”, mormorò timido, sperando di non imbarazzarla.
“Sei gentile, grazie. Hai preso una bella ustionata! Ti brucia la fronte? Hai la crema doposole? Se no al beautycenter ne hanno una lenitiva che fa miracoli!”, consigliò, scatenando l’ilarità del ragazzo.
“Sarebbe grave che gente che lavora in mare non avesse litri di creme, non trovi?”
“In effetti..”, parve scusarsi, rendendosi conto della castroneria.
“Non è il rossore del sole, comunque: è lo sfregamento del cappuccio della muta da sub che mi ha irritato la pelle. Ha una cucitura difettosa, credo. Domani metto il vecchio così non deturpo la mia bellezza!”, scherzò. “Come mai sei così elegante? Serata particolare?”, si informò, chiedendosi cosa poteva avere in valigia di decente, qualora ci fosse una cena di gala.
“Manca il direttore, e in sua assenza faccio le sue veci al tavolo dei vip!”, rispose, seccata al ricordo di cosa la attendeva di lì a poco. “Un’ora di inferno, credimi!”
“Sono quasi dispiaciuto di non essere un vecchio riccone..”, gli sfuggì.
“Tu mi avrai dopo cena, allora”, scherzò lei.
Andrè avvampò visibilmente, incapace di trovare una risposta adeguata e spiritosa.
“Ti ho imbarazzato? Scusami”, si affrettò ad aggiungere Giulietta, preoccupata. “Giocavo..”
“Lo so, figurati. E’ che non sono Terence!”, rise. “Non sono abituato alle avances, benché finte”.
“Credevo di essere timida ed impacciata io, ma tu mi batti sai?”
“Sono patologico secondo Terry. Una causa persa!”, concluse rassegnato. “Dovrei seguire i suoi consigli, qualche volta, e prendere le cose meno sul serio..”
“Non farti traviare da lui, eh? Sei perfetto così, davvero. Non è un crimine sapersi emozionare e desiderare qualcosa di più da una donna, tipo che abbia due neuroni!”.
“Lo sai che lui fa così per atteggiarsi, te l’ho detto..”, sostenne difendendo l’amico.
“Ho capito, non te lo tocco! Sei il suo paladino? Mi pare si sappia difendere benissimo da solo, comunque!”, sorrise. “In ogni modo non è così male come credevo, in effetti. Oggi abbiamo parlato”, ammise, “e mi ha fatto una bella impressione, per cinque minuti interi. Senza ostentare finte sicurezze e fingersi un macho indistruttibile. Pensa che mi ha quasi vista piangere, ed è stato così delicato da fare e dire la cosa giusta, senza aggravare il mio imbarazzo.”
“Perché piangevi? Problemi?”, si preoccupò Andrè.
“Ora non dirmi che non te l’ha raccontato, perché non ci credo!”
“Ti giuro, non siamo rimasti soli un secondo, dal breakfast di stamattina.”
“Mi ha raccontato della sua ex, quella di cui si è fatto l’amica per mollarla.”
“Davvero?” Sorprendente, pensò. Terence che addirittura si lanciava in confidenze sulla sua vita? Giulietta lo stava stregando e conquistando sul serio.
“Si, era un segreto?”, si stupì lei.
“No, affatto. E’ solo che, come avrai notato, lui non ama molto parlare seriamente con gli estranei, e soprattutto non ama parlare di sé e del suo passato. Per cui il fatto che con te si stia aprendo è un ottimo passo avanti per la retta via!”, sdrammatizzò, ignorando la piccola sofferenza che appoggiare la causa dell’amico gli provocava.
“Non so se sia un passo verso la redenzione o una maniera per carpire informazioni su di me, onestamente: per sapere se ho il ragazzo mi ha raccontato questa cosa, tutto lì. Era un contentino”, osservò realistica.
“Può essere. Però non gliel’ho mai visto fare, confidarsi, intendo. Per me gli piaci sul serio”. Che schifo il ruolo di Cupido, pensò depresso. “Quindi? Piangevi perché non hai il ragazzo o perché ce l’hai?”, scherzò tentando di scacciare risolutivamente le fantasie su quella ragazza.
“Non piangevo, ho resistito stoica!”, si difese. “Mi sono emozionata quando ho ripensato a come l’ho lasciato, tutto qui. E’ una cosa che mi ha ferita tanto, non so come spiegarlo diversamente. Magari un giorno, con calma, te ne parlo, se ti va..”. Non poteva credere alle proprie parole: si stava offrendo di raccontare ad un quasi perfetto estraneo la sua storia? Col rischio di allagargli la camicia di lacrime? D’accordo, Andrè le piaceva. Le era parso sin da subito un bravo ragazzo, serio e affidabile, un ottimo amico per Terence. Ma da lì ad svelargli i suoi segreti reconditi ne passava! “Intendevo dire”, aggiunse correggendo il tiro, “che ora non ho molto tempo ed è una storia lunga..”
“Chi è che si imbarazza ora? Guarda che non c’è nulla di male se a volte si sente il bisogno di confidarsi. Sei sola e lontana da casa, attorniata da questi algidi inglesi. E’ normale che tu abbia voglia di sfogarti con un amico. Puoi fidarti di me, davvero.”
Amico, Andrè. Amico. Mettitelo in testa, si rammentò rabbioso. “Te l’ho detto, ieri sera: offro consulenza al posto delle mance! Ora ti lascio lavorare e salgo a farmi una doccia: sono salatissimo! Non far venire un infarto ai vecchietti, con quello stacco di coscia, mi raccomando!”
“Di certo non glielo faccio venire con il decolté”, disse prendendo in giro il suo petto quasi piatto.
Seconda scarsa, come aveva giustamente pronosticato Terence, notò il ragazzo.
“A che serve farsi venire il mal di schiena con qualche inutile zavorra? Sei perfetta così, non farti problemi inutili, che non è una taglia di reggiseno in più che ti rende speciale”, sospirò malinconico chiamando l’ascensore, salutandola e lasciando Giulietta felice, riflettendo sulle belle parole che il ragazzo le aveva dedicato.

La cena con la combriccola di Mr. Brown iniziò puntuale alle 19.30: con gli anziani non si transigeva ritardo. Se non altro, si consolò Giulietta, avrebbe dovuto abbandonali presto, senza apparire scortese, con il pretesto di organizzare la sala per il karaoke.
Come da copione, lo stravagante ospite non lesinò occhiate e complimenti al suo abito, arrivando persino a far cadere il tovagliolo sotto al tavolo per scrutarle meglio le gambe.
Quando circa un’ora dopo la ragazza si congedò ritenendo di aver rispettato il protocollo a sufficienza, i facoltosi ospiti la ringraziarono cordialmente per la compagnia e promisero che le avrebbero dedicato una canzone, più tardi. Più di una, forse, se si fosse unita a loro.
Che fortuna, mormorò tra sé e sé, ridendo al ricordo di quei quattro vecchietti che intonavano God save the Queen a cappella, la settimana precedente, dopo una buona dose di whisky.
Anzi, doveva dire al barman di controllare che ci fosse ghiaccio e bottiglie a sufficienza: la serata musicale si protraeva oltre la mezzanotte, generalmente, e c’era un consumo sostanzioso di alcol, per l’occasione. Aveva fatto preparare anche uno spuntino veloce per gli affamati, da servirsi a tarda serata, composto da tramezzini al salmone, tartine e salatini.
Uscendo dalla sala da pranzo si imbatté nell’intera compagnia di italiani che si stavano recando a cena.
“Ma Giulietta, cara, sei un amore!”, squittì la signora Fracci, facendole un giro attorno, ammirata.
“Ma guarda che perfezione!”, le fece eco la Conti. “Devi dirci il tuo segreto per mantenerti così in forma! Mangi, si?”
“Mangia, mangia!”, rispose Terence, apparentemente indifferente al look sexy ed elegante della ragazza. “E beve come un uomo, anche!”
“In effetti, credo sia più economico pagarle vestiti che portarla fuori a pranzo!”, aggiunse Andrè, ancora visibilmente colpito dalla bellezza di Giulietta, come poco prima.
“Ma sentili, i giovani d’oggi! Che cafoni! Cara, è davvero affascinante”, confermò Busi, chiedendo alle signore: “Anche voi eravate così, alla sua età? Non mi pare di ricordarvi in questo modo..”
“Son certa che le vostre mogli fossero anche meglio! E mi dia del tu, signor Busi, per favore! In effetti i ragazzi hanno ragione, lo riconosco.. Ultimamente mangio parecchio, ma ero in forte sottopeso prima, quindi non mi preoccupo!”, ammise. “Vi auguro buon appetito, vado a preparare il karaoke”, si affrettò a concludere, “E mi raccomando, scaldate la voce che cantiamo tutta la notte!”.
“Allora facciamo Mina e Celentano?”, la provocò Terence.
“Perché non Albano e Romina? Fragile è più nelle mie corde!”, rispose spiritosa, alludendo implicitamente allo spiacevole incidente di quella mattina, da cui ormai si era ripresa totalmente.
“Non la conosco.. Esiste, Andrè? O mi prende in giro?”, domandò scettico.
“Esiste, esiste”, rispose per lui la Fracci, sognante. “Fragile, fragile, come un bimbo solo nella notte. Fragile, fragile, senza più difese da salvare. Se respiri piano so che sentirai questa pazza storia che racconta un cuore..”, canticchiò stonando parecchio.
“Tu non canti amore, vero?”, la prese in giro il marito, trascinandola verso la sala da pranzo.
“A dopo Giulietta!”, salutò, il gruppo, avviandosi.
“Quindi?”, le chiese Terence, temporeggiando, lasciando allontanare gli altri.
“Quindi cosa?”, si stupì la ragazza, osservando che i jeans erano immacolati, oggi, e la t-shirt aveva lasciato il posto ad una camicia bianca che esaltava l’abbronzatura.
Acqua e sale o Brivido felino?”
“Davvero, sono atroce..”, gemette. “Azzurro?”
“Ma dai, è la peggior canzone che ha fatto Celentano!”, protestò.
“Allora richiedimelo dopo un paio di Cuba libre, va bene?”, scherzò, incerta se dire qualcosa a proposito di quel che era accaduto a colazione.
“Mi accerterò che tu li beva, allora. Raggiungo gli altri July, a più tardi.”
“Terence?”, si decise infine.
“Cosa?”
“Per oggi.. Mi spiace, non volevo imbarazzarti. Scusa”, mormorò mentre una macchia rossa le imporporava il decolté, come accadeva ogni volta che si agitava troppo.
“Non so a cosa ti riferisci”, rispose facendole l’occhiolino, confermandole che il suo segreto era al sicuro. “Solo un consiglio, se posso. Attenta agli sbalzi di temperatura.”
“Perché?”, si incuriosì.
“Senza reggiseno è difficile nascondere i brividi..”, rispose andandosene, ridendo.
Giulietta abbassò lo sguardo sul suo misero petto, da cui spuntavano timide le protuberanze dei capezzoli irrigiditi dall’aria fresca che entrava nella hall, e avvampò alla constatazione del ragazzo.
“Tutta roba che hai già visto mille volte!”, gli urlò dietro, più contenta che imbarazzata. Allora l’aveva guardata, in fin dei conti. Non che le importasse, eh? Però faceva sempre piacere sapere di far colpo su un uomo per cui nutriva una certa attrazione fisica. Solo quella, nient’altro, si disse.
I pensieri di Balua ore 18.49 | 14 riflessioni  
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venerdì 14 agosto 2009

capitolo ventiquattresimo



(Puntate precedenti)

L’indomani mattina alzarsi fu difficile, per Giulietta. Quando alle sei suonò la sveglia, maledisse le tre sigarette che aveva fumato sotto il pergolato coi ragazzi, raccontando loro aneddoti su vecchi clienti e divertenti storielle che aveva appreso sul personale di servizio. La tresca del barman con una ragazza addetta al servizio aveva tenuto banco per tutta l’estate, suscitando ilarità tra i colleghi che li sorprendevano ovunque a pomiciare.
Si fece la doccia lavandosi energicamente i capelli e mentre li asciugava rapida, prima di raccoglierli nella professionale coda di cavallo, accese la televisione selezionando un canale di musica. Quella sera ci sarebbe stato il karaoke, uno spettacolo generalmente molto dive